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1510–1568

XXIII

Luigi Tansillo

Piangete, occhi miei lassi, occhi, piangete, Versate omai giù per le guance un fiume, Poi che il mio bel tesor più non vedrete. Occhi, piangete, poi che 'l vostro lume

S'è nascosto da voi, piangete tanto Fin che la vita in pianger si consume. Occhi miei, raddoppiate il vostro pianto, Poi che v'è tolto di mirar più quella

Che tenea di beltade il pregio e 'l vanto. Udite, orecchie mie, l'aspra novella; È spento ogni mio bene, e non vi lice Ascoltar più l'angelica favella.

Non pascerà più voi chiaro e felice Quel suon de le dolcissime parole, Che fur de l'ardor mio prima radice. O stanchi piedi miei, già non mi duole

Stancarvi più; ma che vi è tolto il gire A riveder colei che 'l mio cor cole. Come potrete, o passi miei, soffrire De l'usato cammin vedervi fuora;

Né poter più l'alta beltà seguire? Dunque, occhi, orecchie, e piedi miei, siate ora Ciechi, sorde, ed infermi, ché vi è tolto Vederla, udirla, ritrovarla ognora.

Ma tu, pensier, che da me vago e sciolto Trovare puoi il mio sole al primo volo, Che non stai senza lui poco né molto, Scoprile il nostro affanno e 'l comun duolo:

So che tu messaggier fidato sei; Dille ch'io vivo, e ch'io mi pasco solo Di pianger sempre e di pensare in lei.

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