Era dunque ne' fati, occhi miei cari, Ch'io lontano da voi gir men dovea, E correr tante terre e tanti mari? Ed io, che cieco ai raggi vostri ardea,
Così contento ne menava i giorni, E le vicine notti non vedea! Deh, sarà mai, che a rivedervi torni, O lumi amati, e che la vostra aurora
Nelle tenebre mie pietosa aggiorni? Vedrò la bella luce, anzi ch'io mora, Che tanta terra, e tanto mar m'asconde? Vivrò tant'io, che giunga a sì dolce ora?
O Dii del mar, temprate i venti e l'onde Sì, che tranquillo umor bagni i miei remi, E gonfiin le mie vele aure seconde. O Dio del quinto ciel, che irato fremi,
E per tinger di sangue acque ed arene, Carco di ferro il gran pelago premi; Astenga il ferro tuo dalle mie vene; Prolunghimisi tanto della vita,
Che riaver possa il mio perduto bene. Basti ch'ebb'io d'amor l'alta ferita, O Marte: abbian le tue quei, che furore, O avarizia a dar nel ferro incita.
Chi dal giorno, che nacque, tenne il core Esposto sempre a stral d'amor, non deve Cader d'altra percossa, che d'amore. Lasso! non m'ode, e sfacciomi qual neve,
Altri, che il mar, che, benché altero, il rio Delle lagrime mie pietoso beve. Or poi che accoglion l'onde il pianger mio, Accogliete voi, venti, le querele,
E portatele là, dove desio. Ohimè, quel braccio quanto fu crudele, E dell'altrui, e del suo sangue largo, Che spiegò prima sopra il mar le vele.
Quando dal lido uscio la nave d'Argo, Quante lagrime fur su l'acque sparse Nel modo, ch'oggi io misero le spargo? Che fea, se v'era alcun, che d'amor arse,
Quando dalla sua donna, e sopra un legno, E per tant'acqua vide allontanarse? Ma il buon Orfeo, che col medesmo legno Arava il mar, così li consolava,
Al suon cantando del suo curvo legno; E l'aure, e i pesci, sì dolce ei cantava, Correan dietro alla poppa per udire, E l'onda sotto i remi si corcava.
Spirti illustri, dicea, che per desire Di nova gloria andate per vie nove A tentar nove sorte di morire: Ite securi alle animose prove:
Che al favor vostro congiurati sono Giunone, Eolo, Nettuno, Marte, e Giove. Non sospettate, tal qual io mi sono, Che questa lingua mia punto v'inganni:
Febo a me detta quanto a voi ragiono. Daran ricca vittoria brevi affanni: Sarete salvi al patrio ciel ridutti, E vivrete di fama a par con gli anni.
E s'alcun v'è tra voi, ben credo tutti, Che sia prigion d'amor, deh, non si doglia: che tosto in riso cangerà suoi lutti. Per lungo andar non tema, che si scioglia
Dal petto di sua donna il dolce nodo: Piuttosto volto cangerà, che voglia. Queste parole, ohimè, ma con qual modo Diceva, ed altre, Orfeo, le quai non scrivo:
Che di simili al mondo oggi non odo. Ma io, occhi beati, di voi privo Qual canto udrò, qual suon che mi console, Senza i bei raggi che mi tenner vivo?
Udrò forse i sospiri e le parole, E i fischi e le catene, e il batter forte Di questa turba, che del ciel si duole? S'egli è decreto di mia dura sorte,
Che m'assorba Nettuno o tronchi Marte; Fa, prego, Amor, che dopo la mia morte Vada lo spirto là, onde 'l piè si parte.
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