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1510–1568

XVII

Luigi Tansillo

Io qui, Signor, ne vegno Non già perché a le leggi Soggetta io sia de l'amoroso regno, Ma perché tu che puoi

Costringa questo menzogner fallace A serbar sua promessa, e quella fede, Che sovente ei mi diede, Per l'arco tuo giurando e per la face.

E ben dinanzi a lei, Che di nostra natura in cima siede, Fatto citar l'avrei; Ma pur costui si vanta

Ch'è tuo servo e soggetto, E 'l giudizio d'ogni altro è a lui sospetto: Io te già non ricuso, Se ben un tuo stranier seguace accuso.

Signore, costui fece, Non pregato da me, libero dono Dell'arbitrio, del core, e de la mente; E m'affermò sovente

Ch'io poteva a mio senno Dispor d'ogni sua voglia, E che d'ogni mio cenno Ei si farebbe inviolabil legge.

Se dunque io donna sono De l'alma e del suo core, Deggio poter disporre Com'ei ne fea, pria che facesse il dono

Ei siccome signore Può far il suo talento Di legittimo servo, Può cambiarlo con oro e con argento,

O può donarlo altrui; Così poss'io di lui. L'anima sua ch'ancella Si fe' del mio volere

Non dee mostrarsi ai miei desir rubella. Ecco ch'io le comando Che volga ad altro oggetto I suoi pensieri, amando;

Ecco ch'io vo ch'ei serva Ad altra donna, e sia Ormai sua, e non più mia. Faccia faccia il mio impero,

Né si mostri ritrosa A le mie giuste voglie; E s'ella irriverente Contradirmi pur osa,

A te me ne richiamo, Signor giusto e possente. Opra tu i dardi e 'l foco I lacci e le catene,

E s'altro hai nel tuo regno Più gravi e fiere pene: Sai che giusto egualmente esser conviene A chi regge e governa

Con la gente soggetta, e con l'esterna. Il ver parla Madonna, Ma rigorosa e dura Si mostra sua ragion oltre misura.

Son servo suo, nol nego, Né negarlo potrei; E pur, qual servo, al petto Con infiammate note

Porto il suo nome impresso, Sì ch'altri il segno cancellar non puote. Ed è ver che giurando ho a lei promesso, Ch'ognor del suo volere

Farei legge a me stesso; Ma che vuol? che comanda? Nulla è sì malagevole e sì greve, Ch'a me, per obbedirla,

Non sia facile e lieve; Non rapidi torrenti, Non inospiti selve Piene d'armi e di belve,

Non pioggia, turbo, o vento, Non l'ocean turbato, Non de l'alpi nevose I dirupati sassi

Dal suo servigio arresteran miei passi. Vuol che col petto inerme Vada tra mille schiere? Vuol che assaglia le fiere

De l'arenosa Libia? O vuol ch'io tenti il varco, Di Stige e d'Acheronte? Ecco per obbedir le voglie ho pronte.

Ma se vuol ch'io non l'ami, Se vuol ch'arda e sospiri Per altra, e volga altrove i miei desiri, Vuol impossibil cosa, e cosa ingiusta,

Che non vorrei potendo, E non potrei volendo. Quando le feci il dono De la morte e del cuore,

Ben volontario il feci, Ed oltra il mio volere Ciò volse il cielo, e tu il volesti, Amore. Ma posto ch'io volessi

Per far lei paga e lieta Drizzar i miei pensieri ad altra meta, Sosterresti 'l tu, Amore? Sofferirebbe il cielo?

Non certo. Or che poss'io? Posso forzar le stelle, Posso forzar gli Dei? Dunque, in pace sopporti

Costei d'esser amata, Poiché il mio affetto è tale, Che volontario insieme anco è fatale. E s'ella a strazio, e a morte

Crudel pur mi condanna, Non ricuso morire, Purché insieme si dica Che sol per troppo amar l'ho sì nemica.

Ama tu come fai, E tu tempra lo sdegno: Che l'amata riami ben lo sai, Antica legge è questa del mio regno.

Questa vostra pietate Non refrigerio al core, Ma dà forza all'ardore; Dunque d'esser pietosa omai cessate

In così strana guisa, Che ne sia l'alma uccisa; Perch'ella vi desia O in estremo crudele, o in tutto pia.

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