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1510–1568

XV.

Luigi Tansillo

Poiché il dolor, che notte e dì tormenta I dolci membri di mia donna, vuole Dentro al suo petto uccider la mia vita, Non è ragion ch'al mio morir consenta

Senza cercar, da chi può darmi, aita: E perché l'alma, al gran bisogno intenta, A pianger più, che a poetar m'invita, E mal può finger, chi del ver si duole,

Non volgo i prieghi al dio, che nacque in Delo, E fu il primiero che curasse infermo, Ma a te, Padre del cielo, Che sol puoi far contra alla morte schermo.

Pria che di vita l'altrui mal mi spogli, Alto signor, raccogli Queste lacrime mie dal cor mandate In grembo al fonte de la tua pietate.

So ben che negli eterni tuoi soggiorni Mai uscio a' prieghi onesti non si serra, E qual vi poggia, frutto d'onestate, Voto di grazia in giù convien che torni.

Onde ir potran per le celesti strade I miei, senza che tema gli distorni; Poiché parton di qua per le più rade E più degne cagion, che da la terra

Giammai priego mortal nel ciel poggiasse; E se 'l petto, dond'escon, non è tale, Che a moverti bastasse, Dico, che l'altrui piange, e no 'l mio male;

No 'l priegator, ma la cagion dei prieghi, Alto signor, ti pieghi; Mira qual sia de la mia donna il petto, E del suo merto adempi il mio difetto.

Benché l'acque, che versan gli occhi miei, Non pur dovrian sul ciel trovar mercede, Ma ancor nova pietà giù nell'inferno; Non è quel che seguir mi fa costei

Ardor a tempo, ma legame eterno, L'eterno adoro e no 'l mortal di lei. A che scovrir il mio desir interno A chi non meno il cor, che il volto vede?

Cerca tutti i cammin del mio pensiero, Tu troverai, ch'ove ch'io vada, o giaccia, Né mai da la cagion del mio martire Ne nacque un vil desire;

Anzi volgendo gli occhi in quel bel viso Mi s'apron mille vie del paradiso. Dunque la tua pietade, e l'altrui merto E i miei santi desir congiunti insieme

Faccian l'umil pregar di grazia degno; Per quanto duol, Signor, fu mai sofferto Dal nobil corpo tuo sul duro legno; O per quel santo lato, che fu aperto,

Per aprirne del cielo il chiuso regno, Caccia il dolor, che il più bel corpo preme Che fêsser mai tue man; com'uscir fuora Del lato tuo, di sangue e d'acqua l'onde,

Del suo bel petto ancora Esca fuor il dolor, ch'entro si asconde, E fa due vite insieme venir manco; Non consentir ch'un fianco,

Che mai ferir non valse stral d'amore Si faccia oggi bersaglio di dolore. Ciò che splende lassuso, e quanto scopre Di bello, occhio mortale; il foco, l'aria,

La spaziosa terra, il mar profondo, Quanto sostiene il cielo e quanto copre, Tutto fêsti tu sol, Signor giocondo, Salvo il male e la morte, che son opre

Da l'avversario tuo prodotte al mondo: E queste ancor, quantunque di contraria Parte sian nate, ed altri a noi le guide, Sotto l'imperio tuo si stanno in pace:

Tanto la morte occide, E tanto nuoce il mal, quanto a te piace. Dunque il dolor, che la mia donna afflige, Manda ne l'atra Stige,

O venga al petto mio, che mi fia grato Per la virtù del loco, ov'egli è stato. E se lasciar non vuol la bella stanza Del corpo, ove or si sta fero e superbo,

Per non perder la gloria, ch'ivi attende, Troverà nel mio petto la sembianza Del bel che lascia, che nel cor risplende. Così potrà seguir la fiera usanza,

Prendendosi il piacer, ch'ora si prende, Ed addolcir il mio cordoglio acerbo. Né tema, ch'al venir gli usi riparo, O cerchi modo di cacciarnel via,

Ma il terrò così caro Come l'imagin de la donna mia. Venga il mal dunque, e se mi degna a tanto, Potrò ben dir: fra quanto

Par che la terra giaccia, o il mar ondeggi, Ben non ha il mondo, che il mio mal pareggi. Come concordi fur tutte le stelle, Quando l'alma gentil nel mondo venne,

A far integra la beltà celeste; Ed accordando queste parti e quelle, Quai dolci, quai leggiadre, e tutte oneste, Con sì nova armonia fecer le belle

Membra, e lo spirto che di lor si veste, Che di nova bellezza il pregio ottenne; Perché così concordi gli elementi Non sono a regger sempre il bel lavoro?

Siano a serbarlo intenti Come le stelle a farlo intente fôro. Ma se quai fur nella beltà le tempre Al nascer suo, tai sempre

Fussen nel viver, duol non sentirebbe, Né per girar di ciel morir potrebbe. Se avesse egual la vita a la bellezza Questa novella e singolar fenice,

Rotte sarian le leggi di natura, O di cento Cumane la vecchiezza Vincerian gli anni suoi fuor di misura. Se pur tante eccellenze Morte sprezza

E 'l bel corpo, e l'angelica figura, E 'l lume che mi fa viver felice, Bisogna, che languisca e venga meno, (Però che ciò che nasce morir deve);

Almen come baleno Non splenda in terra e si dilegue in breve; Poiché per trarre al cielo i desir nostri, Tanta beltà ne mostri,

Di che insieme col mondo io ti ringrazio, Dànne, Signor, da contemplarla spazio. Con gli occhi lacrimosi a coi crin sparti Fra tante donne, e casti sacerdoti,

Andrai mesta, Canzon, di tempio in tempio, Lacrime dando e voti A Dio, che ponga fine al duro scempio De la tua donna, e mia; va, che ti scorga

Angel felice, e porga Ai giusti prieghi tuoi tanta virtute, Che impetrino a me morte, o a lei salute.

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