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1510–1568

Xix

Luigi Tansillo

Se quel dolor, che va innanzi al morire, È tal ch'agguagli il mio; ciascun mortale Si doglia d'esser nato, e se n'adire. Ma non cred'io, che morte, quando assale,

E quando della vita il filo incide, Porga dolor, ch'al mio sen vada eguale. Quando si muore, il corpo sol s'uccide, Ma quando uom, ch'ama, dal suo ben diparte,

L'anima, ch'era integra, si divide. Anzi la più perfetta e maggior parte Negli occhi altrui riposta si rimane: Che amor di propria man la tronca e parte.

Dunque da voi convien ch'io m'allontane, O dell'anima mia parte più cara, Per commetter la vita all'onde insane? O dì, che mal per me Febo rischiara,

E qual sarà, giungendo, la partita, Se, aspettandola solo, ella è sì amara? Dammi, pietosa morte, a tempo aita: Se mi fia del mio ben la via precisa,

Prima che parta il piè, parta la vita. Meglio è, lasciando qui la carne uccisa, Rimanersi con voi quest'alma intera, Che, lontana da voi, girsen divisa.

Oh fortuna volubile e leggiera! Appena vidi il sol, che ne fui privo; E al cominciar del dì giunse la sera. Lunge da voi (se da voi lunge io vivo)

Le lagrime, il pensiero, e la speranza Saranno cibo mio, d'ogni altro schivo. E se dal lungo pianto ora m'avanza, Il sonno in braccio per pietà mi renda

La bella, cara, angelica sembianza. Ma questo, ahimè, tem'io, ch'invan s'attenda: Come il sonno amator delle fredde ombre Portar può cosa, che tanto arda e splenda?

Né fia ch'uman pensier dipinga ed ombre Celeste lume, ond'è il bel viso adorno; Sì che dal tristo cor le nebbie sgombre. Né, perch'io vada ove che nasce il giorno,

Avrà mai raggio il sol così lucente, Che mi sgombri le tenebre d'intorno. Altra aurora bisogna, altro oriente Agli occhi miei, per cui, senza voi, sono,

Il cielo oscuro, e le sue luci spente. Misero, che pensando a quel ch'io sono, Ed a quel che sarò, preso il viaggio, Quasi m'offende del bel guardo il dono.

Un tempo io mi credea, ch'avendo il raggio Dei begli occhi presente, e cielo, e terra Non avesse bastato a farmi oltraggio. Or ciò che vedo, lasso, mi fa guerra;

Ma 'l bel guardo divin, per cui m'alzai Fin sopra il cielo, è quel che più m'atterra. Mirando de' bei lumi i dolci rai, Voce par ch'oda, ch'ivi dentro gridi:

Questi son gli occhi, onde tu lunge andrai. Occhi dei miei desiri, e d'amor nidi, Vorrei chiedervi in don qualche mercede Pria che l'aura mi tolga ai cari lidi;

Ma 'l vostro duro orgoglio, che non crede L'ardor, che tanto in picciol tempo crebbe, Così sperar mercè non mi dà fede. Una pur chiederò, che mi si debbe,

Ed ella è tal, che, benché d'odio accesi, L'un nemico talor dall'altro l'ebbe. Occhi, s'io moro, o fia chi vel palesi, Perché voi vivi abbiate lode, ed io

Già spento, qualche onor; siate cortesi D'una lagrima sola al cener mio.

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