Corrono il freddo borea, e l'umido austro Per li campi del cielo: Ciascun dal regno suo move aspra guerra; Se l'un di triste nubi l'aria ingombra,
L'altro sparge il terren d'orride nevi: Arma il pigro Boote il freddo plaustro, Or veste fango, or gelo; La luce vinta cede il mondo a l'ombra;
E son le notti lunghe, e i giorni brevi. Io, che penose e grevi Ore trapasso, a miglior vita usato, Risguardo al tempo simile al mio stato:
L'interna doglia mia cresce altrettanto, E ne' tristi occhi si raddoppia il pianto. Escon dal maggior fondo del mio petto (Ove ha il suo regno Amore)
Sospir, che pace, o tregua mai non hanno: Guerreggian dentro, e par ch'ognun contenda Di tirarne, a l'uscir, l'anima seco. Qual move di desio, qual di sospetto,
Orgoglio ed ira ai dolci rai fan benda; E parmi il vago mondo, orrido speco. Così del tutto cieco Foss'io, poi che il veder solo m'avanza,
Perché l'arbor de l'alta mia speranza, Ch'un tempo verdeggiò lieto e felice, Veda sfrondato e svelto da radice. Spregiando il fren dei sassi curvi ed alti
Gl'insuperbiti fiumi Corron licenziosi le campagne; Scendon dai monti i rapidi torrenti, E i lati campi diventar fan laghi;
Tran l'acque giù co' ruinosi salti Arbori, e pietre, e pezzi di montagne. Ebber nel pianger modo i tristi lumi, Mentr'ebber qualche modo i miei tormenti,
Or del mio pianto par che il mondo allaghi; Par ch'allor più m'appaghi, Che maggior pioggia avvien, che ne derivi; Cadon dal volto lacrimosi rivi,
Turban pace e riposo, e menan via Le miglior parti de la vita mia. Schive del freddo tempo, ch'a noi torna, Le vaghe rondinelle
E quasi ogni altro augello pellegrino Fuggon dal nostro, e cercan l'altrui clima, Onde più il tristo verno han di lontano. Ogni allegro pensier, che in me soggiorna,
Siccome pellegrin prende il cammino, E fugge la tristezza e le procelle De' tempi miei, lieti e tranquilli prima Che rea fortuna vi mettesse mano.
Calan le fere al piano, Poi che nei monti, ch'alta neve imbianca, Tutto ad un tempo il verde, e 'l cibo manca: Sgomenta il freddo de l'altrui durezza
I desir miei nudriti in tanta altezza. Mirando aride stoppie e tronchi e sterpi Le piagge, ove l'altrieri Splendeano i fiori, ed ondeggiavan l'erbe,
E l'odorate siepi, nude spine, Che le strade spargean dianzi di rose, Andan sotterra le sdegnose serpi E pascon dentro, esche mortali acerbe.
Quando spariro i lieti miei pensieri, E 'l mio fiorito stato giunse a fine, Le cure più mordaci e venenose L'alma nel sen s'ascose:
Ivi del suo velen le nutre, e pasce, E nova schiera d'ora in or ne nasce: Così fra tante un dì ne nascesse una, Che ratto divorasse la sua cuna!
Vedo, malgrado del rabbioso verno, Qualche valle riposta, A cui fanno alto schermo amici monti, Che vento e gelo non le faccia oltraggio,
Serbar sempre fiorito e verde il seno, Serbar de le sue piante il pregio eterno: Ancor che 'l sol sopra il centauro monti, E moran l'erbe, e i fior là, ond'ei si scosta,
Par che si vedano ivi aprile, e maggio, Sì stellato di fior ride il terreno. Sento allor venir meno L'alma; tal morso fera invida dàlle:
E dico: o lieta, o fortunata valle, Tu a mezzo inverno hai primavera, ed io Al miglior tempo ho verno iniquo e rio. Vedo talor del mar le torbide onde,
Che altiere, e d'ira gonfie Correr pareano a divorare il lido, Giacer nel letto lor umili, e stanche, E pure sì che l'alga ne traspare,
E forse fan su l'arenose sponde Alcione, e 'l marito il caro nido; Poi che fiato non soffia, che le gonfie, Benché l'ombra s'avanze, e 'l giorno manche,
Cadono le ale ai venti, e l'onde al mare. O sventure mie rare, Quando cader vedrò l'altiero orgoglio A quei begli occhi, ch'hanno il cor di scoglio?
Quando pensier si anniderà ne l'alma, Che le fortune mie rivolga in calma? Canzon ben verrà Febo A seder sopra il pesce e su l'ariete;
E fian l'aria e la terra, e l'acque liete; E verran l'aure dolci e i tempi gai, Primavera per me non verrà mai.
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