Ecco crudel che vinci; ecco ch'io moro: Fornito ho 'l corso mio, qual me l'ha dato La tua durezza; e tanto me ne resta, Quanto sopra la spada il petto pieghi.
Cingi di verde lauro i bei crin d'oro, Siedi in sul carro aurato: Non è vittoria questa, A cui degno trionfo il mondo nieghi.
Alzisi in alto e leghi Questo illustre trofeo su due colonne, Esempio di pietate ad altre donne. Alma, ch'innanzi che scendeste in terra
Da l'alta Idea, ti consacrò sé stessa; Né fra tuoi lacci in così lungo tempo Provò già mai desio di libertade: Anzi credea portarsene sotterra
La bella effigie impressa; E più di là del tempo Andarsen ricca da la tua beltade: O nova crudeltate,
Or l'hai sì a torto: oimè perché parlarne, Quando a pena non oso di pensarne? Stiasi la lingua nel suo carcer chiusa, Ché il pigro aiuto suo più non bisogna;
Già il foco del mio petto arde sul rogo; E 'l fiume del mio pianto è su la foce. Dirà la man ciò ch'ella e 'l cor ricusa; E non parrà menzogna;
Mentre i miei danni sfogo, Le piaghe saran bocca, e 'l sangue voce: Che dolor troppo atroce D'alma infelice, a cui la vita è greve,
Sfogare in altra guisa non si deve. La lunga guerra tua volgesi in pace; Tigre crudel, non ti sarà più forza Di portar tutto il dì l'ingrata noja,
Che ti davan questi occhi, e questa lingua; Nemmen vedrai la fossa, ove si sface La mia terrena scorza, Poiché, a maggior tua gioia,
Pellegrin campo il mio cenere impingua. S'avvien, che non s'estingua Mio nome, e in bocca altrui qualche dì spire, Questo turberà forse il tuo gioire.
Turberà forse il tuo gioir talora Il veder ch'io mi moro, e che rimane Viva di me nel mondo qualche parte; Sì che, fiera, non puoi tutto atterrarmi.
Amor, che non men dentro, che di fuora Scorge le menti umane, Sa se io vergai mai carte Per vaghezza di gloria, o per sfogarmi.
S'io vivrò ne' miei carmi, De la durezza tua prendati sdegno, Ella mi diede il duolo, e 'l duol l'ingegno. Cercò la musa mia sol di dolersi,
Ma non poteva far, mentre si dolse, Che tra le spine de le mie querele Non spuntassero i fior delle tue lode. Se spiran qualche ardor gl'inculti versi,
Tutto di là si colse; Di là si trasse il mele, Se san di dolce a chi ne legge, ed ode; Ciò ch'avvien, che si lode
Di loro, è tuo ciò che di loro è caro: Tu ne temprasti il dolce, ed io l'amaro. Oltra ch'io corra al tristo fin contento, Com'uom, che va da le fortune al porto,
Mi glorio ancor, ch'ho ritrovato il modo, Morendo, di far cosa onde a te piaccia. Almen, da poi che 'l corpo sarà spento, Avrà questo conforto
L'alma, che dal suo nodo Sì fieramente, anzi il suo dì, si slaccia. E s'altri ti rinfaccia Il sangue mio, non potrai dir ingrata:
Questo non fe' giammai cosa a me grata. Ogni mia voglia sempre, ogni pensiero, Fu d'aggradarti, e se talor no 'l fei, O il poter mi fu tolto, o non m'accorsi,
Di che finor mi doglio, e mi riprendo. S'io m'accorgea del tuo desir sì fero, Ombra, e polve sarei: Oimè, chi sa se forsi
Col tardar, mentre io parlo, anco t'offendo! Ecco, che 'l ferro prendo, E poi ch'in altro non t'offesi mai, Perdona s'a morir troppo indugiai.
Alzava il braccio per ferirmi, quando La man, ch'ir dovea al petto irata e forte, Stringer mi sento, e stringer sento il core Tra 'l ferro, e lei; volgomi, ed ecco quella,
Che mi fa crudamente ir desiando, Pietosa di mia morte E fatta dal pallore De la nova pietà più che mai bella,
Teneami, e volendo ella Scioglier la lingua in dir dolce e leggiadro, Furommi ogni mio bene il sonno ladro. Canzon per troppa doglia
Esser può ben, che un giorno al ferro io corra; Ma ben morrò, pria ch'altri mi soccorra.
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