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1510–1568

XI.

Luigi Tansillo

S'egli è pur ver, che piaga antiveduta Assai men doglia, e chi s'avvezza al male Senta di tempo in tempo men cordoglio; Prima ch'altri mi avventi il fiero strale,

Se 'l suo corso crudel pietà non muta, Dolermi innanzi 'l colpo, e pianger voglio; Acciocché, s'or mi doglio, Col duol presente scemi il duol futuro;

Ovver quel cor sì duro, Cui non cale del mio, né del suo danno, Se tanta forza avranno L'onde degli occhi miei, sarà pietoso,

Cangiando il fier voler, che dir non oso. Dal dì, che 'n forza altrui mi spinse Amore, Delle ricchezze, ond'il bel viso è adorno, Mai nulla, oltre la vista, desiai:

Ché, come il sole basta a darne il giorno, Così degli occhi suoi l'alto splendore Bastava a consolar tutt'i miei guai. Lasso, e che fate omai?

Se a chi più perde, più dolor conviensi, Vieppiù che gli altri sensi Cominciate a mostrarvi, occhi, dolenti: Mentre al sol siete intenti,

Delle future tenebre presaghi, Altro, che lagrimar, nulla vi appaghi. Oimè, che dico? e perché vo turbando Col mal, che nascer deve, il ben ch'è nato?

Or non è meglio, ch'io mi viva in gioia Quanto viver mi lice in questo stato, Che struggermi anzi 'l tempo lagrimando? Fuggan dal petto mio cordoglio e noia,

E la tempesta muoia: Quando avverrà, che 'n tenebre io rimanga, Allor vo' che si pianga: Allor del pianger mio si faccia un fiume:

Ma mentre il mio bel lume Avvien ch'agli occhi miei chiaro risplenda, Né lagrima, né duol vo' che mi offenda. Ma voglia, o no, convien ch'io viva lieto;

Perché, siccome innanzi a' fieri venti Fugge la folta nebbia, e si dilegua, Così l'armato stuol de' miei tormenti Fugge dalla mia donna, ond'io m'acqueto;

E, mentre veggio lei, col duol ho tregua. Ma quel, ch'al cielo adegua L'inferno mio, voi siete, occhi, voi siete; Stelle lucenti e liete,

Stelle alla vista altrui, soli alla mia; E voi, che l'armonia Del ciel portate, gemme, ond'esce e viene Quel suon che mi distrugge, e mi mantiene.

Ma fra tante bellezze in terra sole, Non è senza cagion, chi 'l ver misura, Che la bocca, e le luci abbian la palma; Perché non potea dar l'alma natura

Men dolce varco a sì dolci parole, Né men belle finestre a sì bell'alma. O avventurosa salma, Che da anima sì bella se' portata!

O anima beata, Che porti sì leggiadro e ricco pondo! Ahi duol troppo profondo Ove mi tiri? Ecco interrotto il canto:

In mezzo del gioir mi assale il pianto. In mezzo del gioir convien ch'io torni Alle lasciate lagrime, ai martiri. Che farai, lasso, non so chi mi dice,

Quando privo sarai del ben ch'or miri, Né più vedranno Sol tuoi neri giorni? Oh disavventuroso ed infelice! Che più sperar ti lice,

Se quando il sol sereno e caldo poggia, Tu temi neve e pioggia? Ahi sventura crudel più non udita! Ahi disperata vita!

Che del ben non mi giova la presenza; Tanta è del mal futuro la temenza. Se pur convien ch'a pianger mi condanni, Amor, che cieco io mi rimanga e solo;

Non lascerò l'incominciata istoria. Ma s'esser può, ch'io viva in tanto duolo, I punti, l'ore, i giorni, i mesi, e gli anni, Le voci, l'intelletto, e la memoria

Io consacro in sua gloria; Benché in più lieto stil cantar sperava, Se 'l ciel non si turbava. Oh furor delle stelle, oh duol eterno!

Venir l'orribil verno, Quand'io attendea la lieta primavera; Ed all'aprir del dì giunger la sera! Canzon, poiché Madonna

A tanto duol riserva gli anni miei, Sì rozza, come sei, Gìttati a piedi suoi, lagrima, e grida; Pregala che mi uccida,

Pria che la luce mia ne porti seco: Che men danno è 'l morir, che 'l viver cieco.

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