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1510–1568

VIII

Luigi Tansillo

Quel vago animaletto, Che per gioir del lume volar suole, Incauto corse a' raggi del mio sole: E mentre a l'alta luce intorno aggira,

Siccome avviene a chi troppo alto aspira, Ardè, e con le alette arse del loco Movendo per scampar cercava loco. Tesa da Amor vide una rete d'oro,

E vi s'avvolse, e lieto disse: io moro. Prima che uscisse fuor de' bei legami, Ei medesmo affrettando il suo morire, Come uom che vita sprezzi e gloria brami,

Morì; ma in sul morir fu udito dire: Non fu giammai, né fia Vita più dolce de la morte mia. Deh tira indietro il piede,

O tu qualunque sei, e non calcarmi: Inchinar ti dovresti ed adorarmi. Benché io sia un vermicciuol che nulla vale, Non mi spregiar, se sotto il piè mi miri,

Perché, al gran pregio che 'l mio volo ottenne, Io son degno di star sovra le stelle; Ma non s'ha l'onor sempre al merto eguale. Fur mia prigion due trecce le più belle

Che mai coprisse velo, E 'l mio morir da' più begli occhi venne Che mai splendesser col mirar del cielo. Son morta, e godo, perch'è tal mio stato,

Che porge invidia ad ogni cor beato: Anzi, se mi spiacesse un tal morire, I bei capelli e la beltà infinita, Che mi diêr morte, mi potrian dar vita.

Se un Icaro, un Fetonte Per troppo ardir già spenti il mondo esclama, Quel che perdèr di vita, ebber di fama; Di me farfalla pargoletta e frale

Qual fia la gloria fra' più vaghi augelli, Ch'abbi ardir di spiegar le picciole ale Al gran splendor de gli occhi e de' capelli, Ove Amor vinto regna,

E cercai con onor morte sì degna? Qual pregio, udendo dire: Ogni farfalla, spenta in sul gioire, Intorno un picciol lume morir suole,

Questa ebbe morte per gioir del sole? Fu certo avventuroso il morir mio, Tra voi morendo, o vaghi e bei capelli, Che l'ambre fate e l'or parer men belli.

Ma, se oltre ciò, tra voi Un Sol di me faceva sepoltura, Quanto più saria stata mia ventura! Ahi! superbo e sfrenato alto desio,

Che chiedi? ancor più vuoi? Bastar mi dee, se morta in me provai Un ben che viva non conobbi mai. Io non son morta: anzi se ben m'accorsi,

Quando mostrai morire, a viver corsi. O lieto dì! Chi ebbe mai tal sorte? Trovar la vita ascosa entro la morte. Tra le più belle chiome,

Che mai fosser da ninfa in altra etate In guardia al velo o in preda al vento date, Il viver mio lasciai, e non so come, Perché sì dolcemente a morte corsi

Che del morir, morendo, non m'accorsi: Anzi né l'un né l'altro non scernea; Ond'io fra me dicea: Dunque esser può, tanto il piacer m'offosca,

Che né vita, né morte io non conosca? Se morte è amara e colma di tormento, Morta non son; ché dolce è quel ch'io sento. Se vita senza membra non ha loco,

Come son viva, se sono arsa al foco? Pur mi conobbi fuor di vita alfine. O bellezze divine, Mi date morte sì dolce e gradita,

Ch'io non m'avveggio se ella è morte o vita. Deh! se al beato loco Volar potessi, ove quel sol risplende, Che m'arse e ancise, e morta ancor m'incende,

Il ben di mia ventura quanto fora! Forse tra 'l lucido oro e 'l vivo foco Un'altra volta ascesa, Ond'ebbe morte avrebbe vita ancora.

Ché se col dar la morte al mondo odiosa Tanta dolcezza e tanta gioia s'ebbe, Col dar la vita or qual piacer s'avrebbe? Ogni vita mi spiace,

Tanto la morte mi diletta e piace: Anzi può nova sorte Che odio vita per se, l'amo per morte. Io penso a la gran gioia

Ch'ebbi morendo, e vaga del gioire Vorrei sempre morire. Ma visto poi, che legge eterna addita Che chi non vive, ella non vuol che moia,

Per gustar quella gioia alta infinita, Acciò possa morir bramo la vita. Parrà miracol nuovo e strano al mondo Che un vermicciuol sì fral come son io,

A mal grado di morte e di natura, Oggi fra voi favelli; Ma dal primo miracolo il secondo Nascer ben può, chi con ragion misura.

Se la virtù infinita De gli occhi, che m'han morta, e de' capelli, Pon far sì che sia dolce il morir mio, Ben potran far ch'io viva senza vita,

E senza lingua parli, e sappia dire, E sia dolce 'l parlar come 'l morire. Felice e troppo audace animaletto, Da cui, volando, sì bel fin si scelse,

Sarà non pur fra mosche ed api e vespe Gran tempo il nome tuo chiaro e celebre; Ma, nobil pellegrino, aquile eccelse, E qual col vol ne l'aria più s'interna,

Avran de la tua fama invidia eterna. Duo lumi, al cui apparire Sembran gli occhi del cielo ombre e tenebre, Due bionde chiome rilucenti e crespe,

Per cui tinto d'invidia Apollo geme, Furon ministri a la tua morte insieme, E, perché fosse stato il tuo morire E dolce sempre ed onorato e pulcro,

Quei la morte ti diêr, queste il sepulcro.

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