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1510–1568

VIII.

Luigi Tansillo

Qual tempo avrò giammai, che non sia breve A disfogar col pianto La doglia mia maggior d'ogni stagione? Dammi, Fortuna ria, poich'è sì lieve

Ogni mia gioja, tanto Ozio da pianger, quanto dài cagione. Or quando Amor ci pone Quel tempo innanzi agli occhi,

Che non avrà mai tempo che l'agguaglie, Hai, Galatea, sul cor sì dure scaglie, Che saetta nol tocchi, Io non dico d'amor, ma di pietade?

E non ti penti di tua crudeltade? Sovra l'umida arena, in riva al Faro, Dalla tua bianca mano Queste parole un dì segnate furo:

Allor che Galatea non avrà caro, Via più che gli occhi, Albano, Liquido questo monte, e 'l mar fia duro; Ond'io lieto e sicuro

Chiuder miei dì credea. Comincia, duro monte, a liquefarti; E tu, liquido mare, ad indurarti: Ecco che Galatea

Non ha più caro Albano; ecco ch'a lui Toglie il suo amor l'ingrata, e dàllo altrui. Ma ben convenne a sue caduche e false Parole, ed a mia speme,

Che 'n su la molle arena ella scrivesse; Perché l'onda che subito l'assalse, Da su quel lido insieme E da l'instabil mente la radesse.

Ma tutte le promesse, E tutti i giuramenti, Ch'innamorate donne ad uom mai fenno, Sull'arena e nel mar scriver si denno.

Odimi, o re dei venti, E fa, mentre d'altrui teco mi doglio, Che combattan queste onde, e questo scoglio. Or se nel petto tuo l'onde di Lete

Quel proprio avessin fatto, Che fan l'onde del mar sovra del lito, Quando il percoton torbide, inquiete; Doveane esser sì ratto,

O Galatea, il mio nome, ed io sbandito? Può esser che fuggito Dal petto tuo ti sia L'amor di cotant'anni in un dì solo?

E se 'l tuo amor se n'è pur gito a volo, Gir non se ne dovria La membranza del mio, già così grande, Ch'adombra il mar con l'ale ch'egli spande.

Non pur nei regni tuoi, che l'onda cinge, Né in tutto 'l mar d'Europa, Terra non copre il ciel così selvaggia, Né scoglio così strano il capo spinge

Sovra l'acqua, né scopa Falda di mar così deserta piaggia, Che del mio amor non aggia Contezza, e l'avrà forse

Divulgato Triton con la sua tromba Dalla cuna dei dì fino alla tomba, Dall'Austro fino all'Orse; E mille d'altro, che di rete, esperti,

Riverenza ti fan senza vederti. Nel più bell'antro, che la terra copra, Che fra le meraviglie Del mondo non è forse la minore,

Ove si vede la mirabil opra Di pietre e di conchiglie Tòrre ed al ferro, ed al pennel l'onore; Crate, bruzio pastore,

(Signor del luogo egregio) Per amor mio le tue bellezze sante Col nome fe' ritrar; perché fra tante Opre, che fiano in pregio

Mille e mill'anni in quelle sacre mura, Il mondo onori ancor la tua figura. Ivi splender si vedon le tue lodi Fra cento Ninfe belle,

In mezzo a Leucopetra, ed Aretusa. Frisio, ch'è meco, e il pianger mio forse ode, Dal mar fino alle stelle Sonar fa il nome tuo con la sua musa,

O più rea che Medusa, Che fea pietre le genti, Io cerco d'eternar tua fama ognora, E tu procuri notte e di ch'io mora.

Odimi, o Re dei venti, E fa, mentre d'altrui teco mi doglio Che combattan quest'onde, e questo scoglio La prima volta, o Galatea, che 'l foco,

Che chiuso un tempo m'arse? Osai scoprirti, ad ambo noi fu tetto Candido moro; e tante in quel bel loco Furon delizie sparse,

Quante or s'adunan pene entr' al mio petto. O arbor, che 'l diletto, Ch'ebb'io quel dì, vedesti, Potestu' veder oggi il duol, ch'io porto!

Benché io non sia, qual Piramo, qui morto, Forse pietate avresti Del tristo fin, ch'hanno i miei giorni allegri; E i bianchi frutti tuoi si farian negri.

Che farò, lasso? già desìo ritrarme In parte, ove mai remo Non ruppe onda, né vento gonfiò vela. Ma che giova, infelice, allontanarme?

Vada io pure all'estremo Della terra, e là 've arda, e là 've gela, Al mar che gl'Indi cela, O scenda al negro Averno,

E dagli occhi del mondo io mi dilegue; Ovunque io vo, la mente mia mi segue. Il mio desir eterno Non fuggirò, per fuggir mari e terre:

Bisogna ch'un sepolcro ambiduo serre. Quanto più lagrimando, Canzon, la doglia sfogo, Tanto di lagrimar più mi fo vago;

Ond'io con le due sole non m'appago. Da quel medesmo luogo, Ond'usciron le due, la terza or esca, E pur che scemi il duolo, il pianto cresca.

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