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1510–1568

VII.

Luigi Tansillo

L'ire del mar, che tempestoso sona, Due pescator temendo, Trassero a terra il pargoletto legno; E chiusi a piè del monte, ove imprigiona

Eolo nell'antro orrendo I venti e le tempeste, e v'ha il suo regno, Schernian del mar lo sdegno, Mentre l'un lieto e desto,

Avendo ai rai del sol le reti sparte, Raccoglie in cerchio le bagnate sarte; Gittato a terra e mesto L'altro l'umide luci all'austro volse,

Indi la lingua in queste note sciolse. O Galatea al pianto mio più salda, Che scoglio; più fugace Che vento; e più crudel che tutto il mare;

Poiché su questa negra arsiccia falda Di monte, dove in pace Posai talor, convienmi oggi penare; Odi mie voci amare

Da quella parte avversa, Onde tu 'nfiammi l'onde, e 'nfiori i colli: Volgi qua gli occhi, dove tutte molli Per l'acqua, che si versa

Dalla pioggia dei miei, vedrai che stanno Le pietre, ch'arse tanti secoli hanno. Che parlo? a che tra l'erme aride pietre Gittar le mie querele

Alle sorde onde, ed alle mute arene? Ma s'io non spero che mercè s'impetre Dalla fera crudele, Oda o non oda le mie gravi pene,

Effetto egual ne viene. Or quando a' miei lamenti Di quelle ingrate orecchie il varco è chiuso, Ch'udir già mi solean, tu di là giuso

Odimi, o re dei venti, E fa, mentre d'altrui teco mi doglio, Ch'abbian queste onde tregua, e questo scoglio. Poscia che la cangiata mia fortuna

Vuol che dì e notte io pianga, D'ogni duol colmo, e d'ogni speme vòto; Pianger voglio e col sole e con la luna. Ma perché men rimanga

Il torto, ond'io mi lagno, al mondo noto, O procelloso Noto, Esci del cavo sasso, E portane per l'aria ogni mio dire.

Portalo, che se i venti, in sul fiorire Se ne portaro (ah lasso!) Le mie tante speranze; ragion vuole, Che se ne portin anco le parole.

Giusto è che i venti se ne portin queste Parole acerbe mie, Poiché le dolci altrui se n'han portate. Il freddo borea solo oggi si reste

Di far l'usate vie; E mentre io piango il mio infelice stato, Stiasi laggiù serrato. Se pur a suo diporto

Per li campi del ciel correr gli aggrada, Cangi sentiero, o per l'usato vada, Ma sia, prego, sì accorto, All'uscir che farà del natio speco,

Che voce mia non se ne porti seco. Non perché si nasconda il mio martiro, Il qual, se altrui rivelo, Ben a chi il fece rivelar si puote;

Ma non voglio che voce, né sospiro De' miei fera quel cielo, Che lieto del mio mal credo che rote; Né vadan triste note

Fra' spiriti contenti, Né turbin col mio pianto l'altrui gioja. Piuttosto io vo' morir; ma pria ch'io muoja, Odimi o re de' venti,

E fa, mentre d'altrui teco mi doglio, Ch'abbian queste onde tregua, e questo scoglio. E chi credea, quand'io cantai sì lieto In questo aspro deserto,

Che pianger vi dovea pur così tosto? Deh fosse, o Galatea, tanto secreto Fosse a me stato aperto, Come non era a te forse nascosto!

Io stesso m'avrei posto Alle ore liete fine, Senza attender che tu la mi ponessi. Deh, che piegate un dì per sempre avessi

Queste vele meschine! Poiché, quando adombravan maggior seno, Mi dovea l'aura e 'l lume venir meno. O vera tramontana del mio corso,

Poiché smarrita t'aggio, Qual calamita fia che mi ti renda? È questo il porto, ove, da poi trascorso Così lieto viaggio,

Vuoi che l'ancore io gìtti, e terra prenda? Qui vuoi che d'alto io scenda, Ahimè! quando tranquilla Più della terra mi pareva l'onda?

Mentr'ebbi il lume, e l'aura tua seconda, Fummi Cariddi e Scilla Un tempo porto; or tempestoso flutto M'è fatto, non che 'l mare, il mondo tutto:

Accolga pur con amoroso braccio Messina ogni uom, che fugge Dal fier latrar di Scilla, e dalla gola Di Cariddi: ch'io più sicuro giaccio,

Ove più l'onda mugge. E poi che la mia luce altri m'invola, Voglio che morte sola Sia porto ai miei tormenti.

Ben presi in su quel braccio alto riposo; Or m'è sovra ogni pelago nojoso. Odimi, o re dei venti, E fa, mentre d'altrui teco mi doglio,

Ch'abbian queste onde tregua, e questo scoglio. Il mar tuttavia gonfia, E 'l mio dolor s'avanza; E tu, canzon, sul cominciar sei stanca.

Or, poiché a pianger tempo non ne manca Acciò ch'oggi abbastanza Dell'altrui torto, e del mio mal mi lagne, Escan di mezzo al cor l'altre compagne.

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