È dunque ver, dunque esser può, ch'io parta, Ed in un punto al mio doppio Oriente, Ed a due soli, ohimè, le spalle io volga? Il mio proprio voler dunque consente,
Che quest'anima afflitta in due si parta, E 'l più di lei, e 'l meglio mi si tolga? Dunque esser può, ch'io sciolga La corda dal bel lido, e me ne vada
Per così lunga strada, Lunge dalla mia luce, e dal mio core, Là, dove il giorno muore? Acciò che, mentre il grave esiglio duri,
La notte con doppia ombra mi s'oscuri? Debb'io dunque lasciar l'amena e vaga Riva del bel Sebeto pargoletto, Ma sovra ogni altro avventuroso fiume;
Riva d'ogni piacer, d'ogni diletto, Per gir là dove il grande Ibero allaga I nudi campi; acciò che senza lume In pianto mi consume?
Oh! quante volte lagrimando io dissi, Quel dì, pria ch'io partissi: (Ma quella, che non va dove non nuoce, Non ascoltò mia voce)
O marte, in questa dura dipartita, Prima che parta il piè, parta la vita. E perché sia quest'aspra lontananza Più grave, o più nojosa de la morte,
Che sola di patir potrebbe trarme, A tutt'altre contraria è la mia sorte; Che del bel viso l'unica sembianza, Qual sia non posso a mente figurarme,
Per talor consolarme: Contrario effetto a quel degli altri amanti, I quai sempre han davanti Agli occhi della mente il viso amato;
E 'n tronco, e 'n rivo, e 'n prato L'adombran lieti; e 'l veggon desti, e 'n sonno. Che, se l'error durasse, altro non vonno. Ma miracol non è, che mi sia tolto
D'aver obbietto, ove il pensier disegne La bella idea, ch'è in cielo, e non altrove: Che non ha cose il mondo, che sian degne, Che ritrarvisi debba il divin volto:
E come son le sue bellezze nove, Così convien che prove Nove forze d'amor l'alma che l'ama, E di ritrarla brama;
Onde nel cominciar della bell'opra, Par che l'offuschi e copra Un splendor grande, che l'abbagli e l'arda, Sì come avvien a chi 'l sol fiso guarda.
Poiché l'ardente luce del bel viso E del sembiante, a cui veder non spero Simil giammai, se sovra il ciel non saglio, M'abbarbaglia la vista del pensiero,
Quando a pensarlo di lontan m'affiso; Tal di ritrarlo in modo alcun non vaglio, Né dipingo, né intaglio, Con penna di pensiero, o di martello,
Parte alcuna del bello, Ond'è sì adorno il bel corpo felice Di questa mia fenice; N'andrò membrando la beltà celeste
Dell'alma, a cui fa sì bel corpo veste. Mentre lontano io vo dal suo bel raggio, Membrando andrò le angeliche apparenze Del mio sole, e le illustri alte maniere,
E l'accorte onestissime accoglienze, E 'l rider vago, e 'l parlar dolce e saggio, Da far cortesi le selvagge fiere; E, quel che più mi fere,
L'alto valore che in quel petto regna, Che chi gradisce, o sdegna, Alzar può su le stelle, e por sotterra; Quel valor solo in terra,
Al cui merto sarìa poca mercede Mille mondi tener sotto il bel piede. Quel gran valor ch'è sol cagion, ch'io vaglia, E con la mente ad alte imprese aspire:
Che me stesso io sarei nulla, o poco; E ch'io spregi il penar, spregi 'l morire, Né d'altro, che di gloria, unqua mi caglia: Così lontan da voi, dolce mio foco,
Non avrò tempo, o loco, Dov'io di voi non oda, o di voi veda, Fin a quel dì che rieda (Sì come spero) al sommo ben, ch'or lasso;
E se di passo in passo Questa speranza, nel partir, ch'io porto, Non mi desse sostegno, i' sarei morto. Questa verde speranza è la catena,
Che sostien l'alma mia, che non si scioglia, E la virtù di così bel ritratto: E quando più possente la mia doglia Corre sfrenata, allor più la raffrena,
Che trarre a morte mi vorrebbe affatto; E 'l rimembrar d'ogni atto, E d'ogni voce, ch'io mai vidi, o intesi, Da che di voi m'accesi,
Fin al giorno crudel, ch'io vi lasciai. Ma non però fia mai, Ch'il mio martir lungi da voi si tempre, O ch'io non sia per lagrimar mai sempre.
Di tosto rivedervi salda speme Sempre mantiensi nel mio petto, verde; D'altro non già, ch'Amor promette ai suoi: Che chi a voi dàssi, al primo incontro perde
La libertade, e la speranza insieme; Né sperar deve maggior premio poi, Che lagrimar per voi. E chi per voi non arde, non è certo
Colpa del vostro merto; Ma del giudizio uman, ch'è talor fosco. Ond'io, che il riconosco, Il mio destin cortese benedico,
Che, in darmi a voi, mi si mostrò sì amico. Canzon, se tua ventura Vorrà, che mai t'accolga amica mano, Dirai: mentre lontano
Il mio signor sen va dal suo bel sole, Nessun fia, ch'il console: Che chi partir si può da un tanto bene, O morir deve, o viver sempre in pene.
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