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1510–1568

V.

Luigi Tansillo

Donna d'alto valor, nova guerriera, Ch'avendo e con gli affanni e coi diletti Vinte battaglie d'immortal memoria, De' terreni trofei nel cielo eretti

Qual vincitrice non ven' gite altera, Ma, più che vinta, umil, d'ogni vittoria Sacrando a Dio la gloria; Non perch'io speri alzar tant'alto il suono

De le mie voci, che sentir mi faccia; Ma perch'io sol non taccia Quel, ch'ogni uom grida; tal qual io mi sono, Verrò lieto a cantar degli onor vostri;

E perché al mondo mostri, Che 'l cor non ho così selvaggio ed empio, Che d'entrar lasci il santo e nobil Tempio. Veggio più chiari onor, più lodi belle

Al nome vostro fiammeggiar d'intorno, Ed ogni nebbia vil torsi d'avanti, Che non ha Cintia, poich'è spento il giorno, Da tutti i lati suoi schiere di stelle;

Ond'io non so qual più lodar fra tanti. O lumi dolci, e santi! O real fronte! o bocca, onde uscir suole Virtù da spirar vita al cener sparso,

E chi sarebbe scarso A voi giammai di voce, e di parole? O del più raro stil degno subbietto, Poiché più bello oggetto

Del vostro innanzi agli occhi offrir mi veggio, Se non canto di voi, perdon vi chieggio. Ma se queste bellezze, che vi fanno D'intorno all'alma corruttibil velo,

Ingegno uman non può lodare appieno; O, per bear la terra, eletta in cielo, Come le rime mie cantar potranno Le divine eccellenze, onde ripieno

V'ha Dio l'eterno seno? Vorrei, ch'al tempo mio Roma ed Atena, Ch'ebber delle due lingue le corone, Dal regno di Plutone

Potessin rivocare, e dalla pena, Quante dotte, felici, e nobili alme Ebber mai lauri e palme Nei teatri e nei fori, in voci e in carte,

Perché di tanti onor cantassen parte. Com'oggi il secol mio non ode tromba, Che poggi ella col suon, dove poggiate Voi con l'odor de l'opre a Dio sì care;

Così donna giammai l'antica etate Non arse in pira, né rinchiuse in tomba, Che dei doni del ciel gisse a voi pare. E s'alcune van chiare,

Van della luce altrui, non della propia: E se di voi, come di lor, non s'ode Cantar, siete di lode Povera sol, per troppo averne copia.

Ma se tra' morti, ove che siano, sàssi Ciò che tra' vivi fassi; Non è forse di là spirito egregio, Che con voi non cangiasse ogni suo pregio.

Pochi animi lodati in terra furo, Che la strada d'onor calcassen dritta, Senza mai torcer piè de l'alta via. Taccia agn'istoria, che d'altrui sia scritta:

Che non è cor sì forte, e sì securo, Che o da buona fortuna, ovver da ria Vinto talor non sia; Sol di voi non si trova orma, che schivi

L'alto cammin, ch'alzarne fa da terra, E con continua guerra L'invidia, che l'onor contende ai vivi, Con la virtute avete in guisa doma,

Ch'ella stessa vi noma; E quel pregio a voi viva dar si vede, Ch'a pochi il mondo dopo morte diede. Beata voi, che non pur viva ancora,

Ma integra, e bella, ed in età gradita, Quel nome, e quella gloria vi godete, Che col sangue si merca, e con la vita! Come vi loda ognun, come v'onora

Italia tutta, voi stessa vedete, Senza che morte, o Lete De' vostri onor vi turbi, o taglia il gusto. Udrassi ancora, e non fia idolatria,

La vostra nobil patria Adorar voi, non men che Roma, Augusto. Fien dì, che non in un, ma in mille tempj Si leggeran gli esempj

Dell'opre, ond'oggi ogni altro cor s'accende, Che saran chiare, ovunque il sol risplende. Qual pompa trionfal, vinte battaglie, Dar vide ad uom mai Roma, allor che donna

Sedea del mondo, ch'ora inchina ancella, Ch'al trionfo, ch'a voi, invitta donna, Daran le vostre alte prodezze, agguaglie? Non fiumi, non cittadi, non castella,

Non questa gente e quella Saran del carro vostro i vani onori; Ma d'eterne catene tutti avvinti Gli affetti, onde fur vinti

Molti, che fur del mondo vincitori. E, perché il vero onor non si defraude Della maggior sua laude, Voi fra' vostri prigion sarete messa,

E vedrem trionfar voi di voi stessa. Poiché nel coro illustre, Ove armonia celeste il mondo tempra All'alta, e bella, ed inclita Aragona,

Canzon, tua voce suona Sì mal, che 'l dolce altrui concento stempra; Esci del Tempio, ed al sacro uscio china, Dirai: alma divina,

Non aver, prego, umane note a sdegno: Prendi in grado il voler, scusa l'ingegno.

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