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1510–1568

STANZE XI

Luigi Tansillo

Giovane bella, a le cui sacre chiome degnamente il gradito arbor d'Apollo devria corona dar, come dié nome: a voi, la cui mercé tanto io m'estollo,

giogo d'amor, che i più superbi dome, bastava bene a ponermi sul collo, l'aver di voi una, o due volte sole veduto il volto, inteso le parole.

Ma acciò, qual dea, vi riverisca ed ami, la man de la vostra alta cortesia m'ha messo intorno al cor cento legami d'ingegno, di valor, di leggiadria,

e benché ognun d'esser lodato brami, rifiuto, ch'altrui lode a me si dia. Gli onor, ch'ebber da voi miei bassi inchiostri, rendansi a voi: ché più che miei son vostri.

Se Saffo, se Corinna, se Centona, se qualunque altra, antica età ne diede; se due moderne, il cui gran nome suona sì, che a fama viril punto non cede,

le falde di Parnaso e d'Elicona non avesser giammai tocche col piede, voi sola bastereste a darne segno di quanto alzar si può donnesco ingegno.

Da che fu il nido mio su questa arena, più sovente io cantai, che non solea: il temperato ciel, la piaggia amena, che destasse il mio ingegno io mi credea.

Or veggio ben, che l'accresciuta vena venia dal fiume, che all'incontro avea; il cui liquor vicino avria virtute di far dolce cantar le lingue mute.

Da la vicinità del vostro stile fu la virtù ne la mia mente infusa. Cantate, dunque, voi, donna gentile; e perché canti anco io, siate mia musa.

Non faccia me sì grande e voi sì vile la cortesia del dir, che da voi s'usa: ché troppo è indegno che dal mondo s'oda, che voi diate a voi biasmo ed a me loda.

A quel Passer gentil, dentro al cui nido s'odon dolce cantar sì vari augelli, poi ch'ei mi fe' primier su questo lido sentire il suon de' vostri accenti belli,

io prego il ciel che accresca maggior grido, e miglior penne sempre rinnovelli; che 'l guardi d'altrui lacci e d'altrui insidie, e faccia sì ch'ogni altro augel l'invidie.

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