Debbo io, perché superba non incede,
di titolo, né d'òr, ch'altri raguna,
tacer chi nel mio cor reina siede?
A cui se disiasse oggi Fortuna
dar tanto de' suoi doni, quanto diede
de le sue grazie il Cielo, acciò che l'una
bilancia e l'altra avesse eguale il pondo,
sarìa bisogno d'allargare il mondo!
O di bellezza, di valor, d'ingegno
e d'ogni don del Ciel, tra l'altre, prima,
non debbo io, no, tacervi; anzi è ben degno,
che tanto io voi, più ch'altra, canti in rima,
quanto tra' saggi il meritar di regno,
vie più che 'l posseder, s'onora e stima:
così potessi in tutte le mie carte
pinger de' vostri onor la minor parte!
E se Fortuna ria non volse farve
(come dovea) la terra e 'l mar soggetto,
o di minor diadema incoronarve;
questo povero, fido, pargoletto
reame del mio cor non può vietarve,
dove la nobiltà de l'intelletto
e de la volontà, come reina,
col popolo de' sensi v'ama e inchina.
E se Morte la bocca non mi serra
prima che 'l biondo crin faccia canuto,
forse quest'umil regno, ch'altrui guerra
non vi può toglier, vi darà tributo
che viver vi farà, quand'io sotterra
sarò, perché 'l mio amor sia conosciuto,
non perché piaccia a voi ch'io vi dia fama,
ch'avete a schivo quanto il mondo brama.