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1510–1568

STANZE V

Luigi Tansillo

Che non può far, Donne, leggiadre e care, Amor, quando di noi prende il governo; Amor, che non pur regna in terra e in mare, m'ha, giù tra l'ombre e in ciel, potere eterno?

Che non potrà, se i morti oggi può fare da sotterra uscir vivi e dall'inferno; e gir nave su le onde e naviganti, che solcò il mar mille e mill'anni avanti?

Quanti anni e quanti secoli son corsi d'allor, ch'ebb'io lo scettro in Oriente, Cleopatra regina, di cui forsi udito avrete ragionar sovente!

La qual, vaga di voi, fin di là corsi, e lieta vedo il mar dell'Occidente: io non so, Donne mie, s'un sì gran mostro è miracol d'amore, o s'egli è vostro.

Io ch'ebbi già d'Italia i bei paesi cotanto in odio, quando al mondo vissi, che, per non li veder, gli aspidi presi, e di man propria sul mio cuor li affissi,

e piansi giù, nuda ombra, allor ch'intesi che ancor nel marmo sculta io v'apparissi; vi venga or, Donne, dopo tanti tempi, perché vostra beltà veda e contempi.

Tratta dal vostro amor, non mi disdegno. cangiar il mio gran Nilo col vostr'Arno. Or quando uom pensò mai, che il mio bel regno vedesse, ov'entra in mar Sebeto e Sarno,

Liri e Vulturno, e il Tebro, ch'ho sì a sdegno. Ma spero il mio venir non sarà indarno: sarò forse io cagion, da oggi innanzi, che ne' vostri bei petti amor s'avanzi.

Qual donna intorno al cor superbo ed empio avrà sì dure adamantine tempre, che non si faccia col mio vivo esempio pietosa e umìle, e 'l suo rigor non stempre?

e qual'è sì bramosa d'altrui scempio, ch'oggi non si disponga ad amar sempre, vedendo in noi, dopo mille anni e mille, viver d'amor le fiamme e le faville?

Mirate l'auree vele e i ricchi legni, che splender fan queste onde e questa riva: quante città son morte, e quanti regni sin da quel tempo, che mia nave è viva;

né curin di cercar gli umani ingegni se materia mortal tanti anni viva; che osar qua giù non debbon le persone a' miracol d'Amor chieder ragione.

Ben mi credea che l'altre mie larghezze, e le delizie, ond'io famosa andai, la beltà mia, le pompe e le grandezze vincesser quante al mondo ne fian mai;

ma al contrario or avvien: ché le bellezze, che splendon qui, vincon le mie d'assai; e quanto fu al mio tempo, e quanto poi, è nulla, o poco, a quel ch'io scorgo in voi.

Onde noi lieti ringraziamo Amore, che a riva sì felice scorti n'ave, né degno era che desse il buon signore, men dolce porto a sì leggiadra nave.

Adunque, Donne mie, con tutto il core di servir ad Amor non vi sia grave; poiché è signor, che tanto vale e puote, siate sempre d'Amor serve e devote.

Quanto sia largo Amor, la sua mercede, a nobil donna e che sue leggi osserva, via più ch'ogni altra ne poss'io far fede, che non fui seco mai dura e proterva;

e fei col suo favor sì alte prede, che fur miei servi, chi fêr Roma serva; e con lo stral degli occhi e col crin biondo vinsi e legai quei ch'avean vinto il mondo.

Ed or questi, a me caro, meco stassi qual giù nel mondo, tal nei campi elisi; né perché l'alma e Stige e Lete passi, non semo l'un dall'altro unqua divisi:

Amor dunque da voi mai non si lassi, mentre oro è nelle tempie, e fior ne' visi: poiché chi segue l'amorosa corte, ha il guiderdone in vita e dopo morte.

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