A caso un giorno mi guidò la sorte
in un bosco di quercie ombroso e spesso,
ove giacea un pastor ferito a morte,
che la sua ninfa in sen se l'avea messo.
La giovane gentil piangea sì forte
sopra l'amante, che l'amante istesso,
benché la piaga sua fusse mortale,
piangea il pianto di lei, più che 'l suo male.
Vaga d'udir, com'ogni donna suole,
e di veder che fin abbia la cosa,
in un cespuglio, ove a pen'entra il sole,
da gli occhi d'ambi due mi stetti ascosa.
Il pastor, nel formar de le parole,
e 'l pianto de la ninfa dolorosa
parea che l'aere intorno e le contrade
facesser lacrimar per la pietade.
Con quel poco di spirto che gli avanza:
“Non mi duole il morir” (dicea il pastore),
“purché, dopo la morte, abbia speranza
di vivere alcun tempo nel tuo core”.
Disse la ninfa: “E come avrà possanza
di viver un di noi, se l'altro more?
S'io vivo nel tuo petto e tu nel mio,
come, morendo tu, viver poss'io?”.
Mentre ch'ella le piaghe va asciugando,
e che de' suoi begli occhi il pianto beve
(o caso troppo doloroso!), quando
il ferito pastor pur morir deve,
veggio la bella ninfa andar mancando
e cader morta! Per finir in breve:
rimaser ambi morti in su quel suolo,
ché l'uno uccise il ferro e l'altro il duolo!