Mentre più sazio de gli onor che altiero, che ingegno e man vi procacciaro insieme, voi col piè vi furate e col pensiero al gran peso real, che sì vi preme;
e 'l secondo morir sovra il primiero temendo, che sì poco oggi si teme, vi fate con alte opre e con bei studi contra il tempo omicida eterni scudi:
da giovenil vaghezza persüaso, che cerchi onor di man più che d'ingegno, io fuggo da le Donne di Parnaso, con cui vissi talor, quantunque indegno:
e, dato in preda a la fortuna, al caso, che in ogni parte, e più ne l'onde, han regno, di giorno in giorno al mar la vita credo, dietro a l'insegne del mio buon Toledo.
Voi nel sen de la bella Leucopetra, a l'umil cura d'ogn'intorno chiusa, lieto cantate con la nobil cetra, e con voi canta l'una e l'altra Musa,
com'ella amando si trasforma in pietra, e in fior Narciso, e in lagrime Aretusa; temprando, là dove la fonte nacque, e le corde e le voci al suon de l'acque.
Ora cantate Ismenia et or Ismene, e fate altrui veder, come ambi al vento si dan, fuggendo le paterne arene, di Croton l'una, e l'altro di Tarento;
come mille perigli e mille pene passando, al fin, dopo lungo tormento, giungon, già salvi ai lor lidi ridutti, del disperato amor securi frutti.
Or le conche marine, che già furo case di pesci, in riva al mar scegliete, e senza ferro e senza penna il muro scolpite d'alte imagini e pingete,
per dar al secol nostro et al futuro stupor; e al bel lavor mentre intendete, forse voi stesso vi meravigliate de l'alta meraviglia ch'altrui date.
Or spazïate per l'arsiccia falda del gran Vesevo, e la sentite sotto i piè del vecchio ardor quasi ancor calda; e, mirando il terren tanti anni cotto
et or fiorito, il foco, onde vi scalda Amor, prendete speme, che condotto vedrassi anch'egli al termin suo talora; poi ch'ebbe fin sì alto incendio ancora.
Or lungo il mar vagate, ove più sodo sentier fa l'onda, che l'arena indura, cercando col pensier qualche bel modo d'alzar gli amici, e gli altri che natura
o virtude con voi di degno nodo strinse; e, benché ogni noia et ogni cura quando ivi entrate sian da voi bandite, quest'una vien con voi dovunque gite.
Mentre in questi pensier voi e 'n quest'opre spendete l'ore, che ne van serene; io, dal ciel dilungandomi che copre la terra che s'adorna del mio bene,
ne vo verso quest'altro, onde si scopre l'alba che 'l giorno adduce; il qual non viene incontro a noi mai sì lucente e puro, che a me non sembri turbido et oscuro.
Vo, dissi, anzi son tratto; né camino, ch'io faccia, scorgo per l'ondose strate: gissene io pur, e l'aspro alto Apennino avesse de' miei piè l'orme segnate!
Venti, acque, corde, ferro, legno, lino, genti vili e nemiche e disperate ne portano, e ne reggono, e ne tranno; e là 'v'io bramo men, più tosto vanno.
Le muse onde qui s'odon canti e suoni son quei che l'altrui forze o i proprî falli piangon; che nudi, i miseri, e prigioni, sembran coltor de le tartaree valli.
Le cetre lor son remi, le canzoni urli e sospir, le fistole metalli; con cui dolce concento par che mischi il vento e l'onda e le catene e i fischi.
Né men soave è quel vapor che esala da le valli dell'ale de la nuda turba, qualor s'alza co' remi e cala, e 'l legno a sé tirando, anela e suda.
Sonvi animai, quai senza e quai con ala, che sdegnan che qui dentro occhio si chiuda; onde sen van la notte, a torma a torma, desti a la guardia, perché alcun non dorma.
Questo, et ogni altro che sentir si possa in alto, egli è dolcissimo, a rispetto di quel ch'io sento quando il mar s'ingrossa sì che non ha riposo entro il suo letto;
e la flemma e la collera, già mossa, move fortuna al fondo del mio petto; onde di cibo e d'ogni umor la vota, sparge di nebbia il capo, e attorno il ruota.
Colui che non si pente d'aver posto su l'onda il piè, quando così l'affanna, in publico può far, non che in nascosto, ogni delitto ch'a morir condanna.
Ch'a negar nel tormento ei sia disposto, non men che Pietro nel palagio d'Anna: né li devria del mar nuocer la rabbia, quando di ferro il petto egli par ch'abbia.
Ma che dirò quando si cruccian l'onde, e vanno al cielo, e calansi a l'inferno? e giorno a gli occhi e terra e ciel s'asconde, né si vede altro, ch'acqua e notte e verno?
Agli arbori le vele, et a le sponde i remi, et al nocchier cade il governo; e i venti, ognor con impeto più grande, batton la prua, la poppa e le due bande.
E l'onda, che dal vento non sopporta esser vinta, orgogliosa il legno fiede; e batte tanto, finché si fa porta, e saltar dentro e insignorir si vede.
Et io non dico de la turba smorta, che uscir del mondo ad or ad or si crede! Ma, perché spesso avien che in lor m'affisi, vedo de' marinai pallidi i visi.
Quando l'alma da' membri si rimuove, pena maggior non credo che si senta; anzi avverrà che men talor si prove, ché, come è men pensata, men tormenta.
E se non che nel mar, vie più che altrove, il passato periglio non sgomenta; chi si vede una volta a tal partito il piè mai più non trarria fuor del lito.
Ma come donna, che si dole e pave a l'affanno del parto et al periglio, e parle acerbe ciò che fu soave, e se n'oblia ratto che in terra ha il figlio;
così chi passa in mar fortuna grave fa di più non v'entrar voto e consiglio, finché si vede a lui tratto di bocca; né più vi pensa, come il lido tocca.
S'io ne scampassi un giorno, il mar Tirreno e l'Adrian, l'Ionio e l'Egeo non m'avrian più; ché vaghi del terreno sono i miei piè vie più che quei d'Anteo,
e raro invecchia chi sì spesso in seno si corca de le figlie di Nereo: ove, perché talor più mi confonda, quel men ne serve di che più s'abonda.
Vivo su l'acqua, e temo ognor del foco, e son di ber, qual Tantalo, bramoso; costeggio il mondo, e mai non cangio loco; sto sempre in ozio, e non ho mai riposo.
E mille altri accidenti infin, se 'l gioco (benché il più delle volte sia dannoso) qui non si ritrovasse e la speranza de l'inferno farian vera sembianza.
S'altri che voi le mie rime leggesse, o Martiran, cui non pur Febo tenne, quando vi fur le man di calli impresse da le spade non men che da le penne,
e vi vedeste sovra il capo spesse volte le vele pendere e l'antenne; io direi mille mali in brevi carmi, ch'io provo in mar, su i legni e sotto l'armi.
Con tutto ciò, non ave il mar sì intenso e grave mal, che agguagli il ben ch'io gusto quando a colui che in mar mi trasse io penso, e 'l trovo in poca età di onor sì onusto,
che ardisco dir, ch'al suo valor immenso l'Ocean tutto ha da parer angusto, non solo il mar di Spagna e 'l mar d'Ausonia; come al grande Alessandro Macedonia.
Il conversar suo dolce, a cui applaude ogni alma generosa e dassi affatto, l'alta sua cortesia vota di fraude, il veder lui in ogni minimo atto
sempre effetti produr degni di laude, e tante e tante sue virtù, m'han fatto e fanno ognor sì di seguirlo vago, che d'ogni mal col veder lui m'appago.
S'io lo guardo nel mar, quando ha tempesta, d'Eolo mi sembra figlio o di Nettunno; se in terra spada ha in mano o lancia in resta, parmi di Marte e di Bellona alunno:
s'ei gode in ozio, or quella forma or questa di virtù prende, et è con lor Vertunno, ogni abito adattando, ogni azïone al loco, al tempo, a l'opre, a le persone.
Mentre a maturo onor giovene sale, l'ingegno il guida e non l'isperimento; onde prima al suo nome crebber l'ale, che i fiori a lui nascessero sul mento;
e di valor sì perigliose scale ascender giovinetto ebbe ardimento, che ad età de la sua troppo maggiore il desiarlo sol sarebbe onore.
Non meno a gloria si terrà il gran Pietro aver di sì bel frutto adorno il mondo, che aversi speso il fior degli anni dietro al suo gran re, senza mai gir secondo
ad altri; e, del livor maligno e tetro delle corti malgrado, puro e mondo aversi sempre conservato il nome, che si macchia talor, né si sa come:
e avergli il suo signor fidato in mano la cara sua bellissima sirena e, dal sen de la balia del Troiano a quel di Scilla, ciò che la tirrena
acqua e l'adriana cinge; e aver lontano spinto d'Italia, ove premea l'arena, il possente Ottoman con tanto stuolo, con la virtù del suo gran nome solo:
E nella terra a le sue man commessa aver tratta dal ciel la bella Astrea, destando la ragion, dal torto oppressa tant'anni, de la tomba in che giacea;
e nel sen di Partenope aver messa forza e beltà maggior che non avea, perché sul mar si sieda e sulla terra, più bella in pace e più sicura in guerra.
Dove ne vo? forse lodarlo intendo, tra ' ferri e tra ' romor d'onde inquïete? Altro ozio et altra attenzïone attendo per tor, s'io posso, il suo gran nome a Lete!
Ma potea nel lodar, di lui scrivendo io, che suo vivo, a voi, che suo vivete; se più grata armonia, che le sue lode, non si tempra da me, né da voi s'ode?
Ma dirne né da me né da altri puossi, che cosa d'onor degna non si note. Dico adunque, tornando ond'io mi mossi, ch'io seguo il mio signor, navighi o nuote,
contento; e vi verrei, se non vi fossi: e tanto più, che, se nel mar si puote commodo alcuno aver, destimi o giaccia, tutto, la sua mercé, mi si procaccia.
Io mi godo, fra gli altri, un camerino, ove col mio Tiberio di Gennaro n'ascondemo talor fin dal mattino. O parliamo d'amor, cibo a noi caro;
o di Medici suo, che fu divino, narra qualche atto a' tempi nostri raro; e m'innamora sì di lui talvolta, che invidio il Ciel, che sì bell'alma ha tolta.
Qui, da gli urti degli uomini remoto, chiudo la notte e 'l dì talor le ciglia; e rarissime volte quasi noto, che 'l sonno si deponga ove si piglia:
ché quando levo gli occhi e mi riscuoto, mi trovo aver trascorse molte miglia, com'uom che per incanto se ne vada; e queste è quel che più nel mar m'aggrada.
Se non fusse il desio del caro lume, che spesso turba il sonno agli occhi miei, e fa che desiando io mi consume; forse più riposato io me n'andrei
su i legni in mar, che in terra su le piume non mi giacqui talor; né invidia arei, tra i perigli de l'onde e tra i disagi, a le delizie, a gli ozi dei palagi.
Questo di qui dì e notte mi rappella, e, vie più ch'Euro o Noto od altro fiato, nel sen de' miei pensier move procella; non sì forte però, che del mio stato
mi penta, né mi doglia unqua di quella ardita voglia che m'ha qua menato: né men di lui lunge di qui mi chiama l'altro disio, che riveder voi brama.
Ma chi sarà colui, che, gli occhi suoi a così bello oggetto avendo avvezzi, come son quei de la mia donna, poi ne stia lontano, e il cor non si gli spezzi?
E chi sarà, che, d'amor giunto a voi, non vi brami da lunge, e non v'apprezzi? Nessun, che io creda; ond'io, d'ambedue senza, d'amor languisco e di benivolenza.
Pur mi consolo: ché, s'io guardo al duro cor, ove mai d'entrar degno non fui; vadane pur da lunge, io vo sicuro, che quel che non fu mio non fia d'altrui.
S'io guardo al vostro; né di Tempo curo, né di Fortuna, volgano ambidui pur quanto ponno le volubil rote: ché né questa né quel punto vi scuote.
Con voi, quantunque tanto mar ne parta, quando lo spero men, più presso io sono, de l'inchiostro mercede e de la carta, per cui v'ascolto spesso, e vi ragiono:
con lei, qualor avien ch'io ne diparta, perch'ella non mi degna a tanto dono, rimedio alcun non ho che possa aitarme, se non pianger, pensare e lamentarme.
Le lagrime e 'l pensier son quegli amici, che non mi lascian mai, dovunque io vado; o quando piovon più gli occhi infelici, allor nelle mie pene più m'aggrado.
Del cordoglio ch'io porto sfogatrici quelle sono talor; questi, mal grado del mar, che da me stesso mi disgiunge, mi leva a volo, e a me mi ricongiunge.
Caro pensier, che ciò che altrui contende scarsa Fortuna, liberal dispensi, e sì del vero in te talor risplende, che appaghi non pur l'anima, ma i sensi;
se la mia penna, che lodarti intende, potesse il pregio dar che a te conviensi, sì alto le tue lodi a porre andrebbe, che a pena il volo tuo gir vi potrebbe.
Questo pensier, o scenda il sole o monte, mai da l'anima mia non si scompagna; ma quando avien che su l'arena io smonte, allor più che mai dolce m'accompagna:
ch'or a la falda d'un sassoso monte (che tanti e tanti questo mar ne bagna), or alla cima di qualche isoletta, dal mar saltando, io me ne corro in fretta.
E d'una pietra seggio, e d'un virgulto fattovi tetto, con la lingua muta stommi, dagli altri, il più che posso, occulto. Qui, più che altrove, il buon pensier m'aiuta
contra il dolor, che in ogni luogo insulto mi muove; e, per difendermi, ei si muta in mille forme, e mille cose finge: or legge, or scrive, or parla, or sculpe, or pinge.
Legge le note or che altrui man non segna, e scrive quelle ch'occhio altrui non scorge; fa voci ch'altru' orecchia udir non degna, e ritrae la beltà ch'al Ciel mi scorge.
Ma qui la man convien che si ritegna: ché oggetto degno il mondo non le porge, ove il volto divin pinga et intagli; né stil trova, né ferro, che l'agguagli.
E in questo ancor Fortuna m'è nemica, come ne gli altri ben, ch'ella mi turba: ché, quando più m'è del pensier amica l'opra, e più gode solo, ecco la turba
de' marinari, o d'altri, che l'aprica terra cercando, il mio piacer perturba; e bisogna, cedendo al nuovo assalto, o gir con loro, o rimontar in alto.
Talor la lingua, che 'l dolor m'annoda, tornando alle lasciate Muse, io sciolgo; e, bramoso di starmi ove men s'oda la voce, e men possa noiarmi il volgo,
sovra l'estremo spron ch'esce di proda m'assido, e con la cetra, che in man tolgo, dando le spalle là onde nasce il sole, sfogo il disio che m'arde, in tai parole:
O bella e più che 'l dì lucida aurora, del cui bel volto ornandosi Occidente, qui sembra nero quanto il sol colora, e natal della notte l'Orïente;
dal ciel, che lieto al tuo apparir s'indora, alle tenebre mie, prego, pon mente coi divini occhi, e con l'orecchie pie accogli il suon de le querele mie!
Né perché tanta terra e tanto mare si pongan tra noi due, ti potran tôrre, ch'udir possi da lunge e riguardare chi, desiando te, la vita aborre:
ché impedimento uman non può frenare virtù celeste, che per tutto corre. Ma l'udir e 'l veder, lasso! che giova, non ha il mondo cosa che ti mova?
Tu dalla terra allontanata, e schiva di quanto av'ella e 'l mar che a lei fa giro, non guardi s'io mi mora o s'io mi viva, né del mio ben ti cal, né del martiro:
et io, di seno in sen, di riva in riva, per l'onde or di Dalmazia et or di Epiro, ne vado errando, e, o ben m'incontri o male, sol di te penso, e d'altro non mi cale.
Tu, che in testa hai tutto quel ben raccolto che in terra vede Amor, quando egli vaga, lieta ti godi ognor nel proprio volto, del ciel, non d'altro, e di te stessa vaga:
et io, che tutto amando in te son volto, te sola bramo, et altro non m'appaga; te sola bramo, e quanto men da presso ti son, più ne vo lunge da me stesso!
Potrà Natura, se mai cangia il zelo onde le cose cria, nutre et informa, far che sia freddo il foco e caldo il gelo, e l'acqua sì, ch'ella si stampi d'orma,
e la terra stellata, erboso il cielo, et abbia il mondo tutto nuova forma; ma a far ch'uom viva da se stesso lunge, né il suo poter né il mio pensier v'aggiunge.
Già l'auriga del dì, che assai men bella scorta segue di te, quando il dì mena, ha cinque volte della sua sorella scema la faccia, et altre tante piena,
dopo che 'l ciel, perché né sol né stella restasse a lui, né parte che serena fusse, dal tuo bel volto mi divise; né per sì lungo tempo il duol m'uccise.
La giovenetta Cerere vestita era a verde, e la terra a color mille, allor ch'io feci l'empia dipartita, e trassi a riva l'ore mie tranquille:
or Cerere, già vecchia e impallidita, per le selve va nuda e per le ville; la terra, scosso il manto onde fioria, veste il color de la speranza mia.
Et io da te, ne' cui begli occhi m'era d'ogni tempo il terren fiorito e verde, vo pur lontan; né so, se a primavera l'arbor de la speranza mia rinverde:
ché, s'una volta il dì l'anima spera vederti, mille la speranza perde; ma in tutto ella già mai non le si toglie, acciò ch'io viva lungamente in doglie.
Luce de gli occhi miei, mentre ch'io vidi, vita de' spirti miei, mentre ch'io vissi, oimè, per quanto spazio mi dividi da gli occhi tuoi, che sì nell'alma ho fissi!
Quanti seni di mare e quanti lidi mi fan, morendo, del tuo lume eclissi! E qual novo desio da te mi parte, perché segua Nettuno e segua Marte!
Se a ricchezza aspirava; e qual tesoro maggior volea, girando il mondo intorno, che del bel viso tuo le gemme e l'oro, che possedean questi occhi il più del giorno?
E se d'onor, che dopo il Cielo adoro, bramoso er'io; senza cangiar soggiorno, avea ben il camin da gir lodato, oprando cose onde a te fossi grato!
E se veder bramava fatti egregi, per celebrar, cantando, l'altrui glorie; senza seguir de' principi e dei regi le dubiose battaglie e le vittorie,
avea tante tue lode e tanti pregi, di che poteva ordir mille alte istorie, che norma eterna si sarebbon fatte a chi, per tôrre il Ciel, qua giù combatte.
E se mi fa solcar l'onde marine vaghezza di veder cose diverse; senza cercar contrade peregrine, tentando notte e dì fortune avverse,
potea ne le bellezze tue divine veder ciò che di novo può vederse, che meraviglia porga a gli occhi nostri: e qui spender dovea gli anni e gl'inchiostri.
Sì contento io vivea di mia fortuna, mentre arsi de' bei lumi ai dolci rai, che di quanto si sta sotto la luna mai nulla da me lungi invidïai.
E se disio, non che speranza alcuna, che gisse oltra il veder, non ebbi mai il puro sguardo de' begli occhi santi valea tutto il gioir de gli altri amanti.
Or sovra il cerchio della luna quasi temo non trovar cosa che m'acqueti; sì tempestosi e mesti son rimasi i giorni miei, ch'eran tranquilli e lieti:
né di tanti perigli, che ne' vasi serba Fortuna de l'instabil Teti e ne' regni di Marte, io temo punto, da te, mio ben, vedendomi disgiunto.
La tema di morir prima che i ciechi occhi ricovrin la perduta luce uccide ogni altra tema, che m'arrechi il ferro e 'l foco e l'onda che m'adduce.
Ma, s'egli è mio destin, che qui si sechi il filo, Amor, che 'l viver mio produce; fa' che, deposta la terrena salma, quel che non veggon gli occhi vegga l'alma!
Chi sarà mai, che più contento spire, se al dubbio passo va con questa speme? Ella già sta su l'ale per fuggire dal carcer grave, ove rinchiusa geme.
O de' primi anni miei primo desire, che l'ultimo sarai de l'ore estreme; o bellezza del ciel, in terra sola, prendi l'anima mia, che a te sen vola!
Se può sperar mercé d'animo santo un voler puro, un disiar onesto; mercé sper'io da te, dopo che 'l manto avrò spogliato, che mal grado io vesto.
Così cantando, sfogo il duolo; e intanto ecco la tromba, ecco il fischietto: questo col picciol suon, quella col grande strido segno ne fan di abbandonar il lido.
Al gran Toledo, che sostien di Carlo il gran pondo, com'Ercole di Atlante, piacciavi (quando a voi parrà di farlo) in vece mia baciar la man, che a tante
genti dà legge, e dir, che d'adorarlo, qual fui, son fermo; e mentre che 'l Levante e l'onda e 'l vento a lui mi nasconde, io adoro il volto suo nel signor mio.
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