Pria che l'ore veloci, avare ed empie,
cui corso eterno non rendéo mai stanche,
d'aspri solchi e di neve orride e bianche
arin le guancie mie, spargan le tempie;
porrammi il mondo in parte, ov'io il contemple,
e visto come, sotto, il piè mi manche,
mi sieda e queti sì, che non mi stanche,
la terra più, né il mar mi turbi o scempie?
E da' passati rischi il volto esangue,
la molle, orrida gonna ch'ho dintorno,
la vela e 'l remo al re dell'acque io renda;
e la sferza e gli spron, tinti nel sangue
di mille altrui destrier, la sella e 'l corno
e 'l feltro al tempio di Mercurio appenda?