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1510–1568

MADRIGALE XVIII

Luigi Tansillo

Io qui, Signor, ne vegno non già perché alle leggi soggetta io sia dell'amoroso regno; ma perché tu, che puoi,

costringa questo menzogner fallace a serbar sua promessa e quella fede, che sovente ei mi diede, per l'arco tuo giurando e per la face.

E ben dinanzi a lei, che di nostra natura in cima siede, fatto citar l'avrei; ma costui pur si vanta

ch'è tuo servo e soggetto, e 'l giudizio d'ogni altro è a lui sospetto. Io te già non ricuso, se ben, straniero, un tuo seguace accuso.

Signor, costui mi fece, non pregato da me, libero dono dell'arbitrio del core e della mente; e m'affermò sovente

ch'io poteva a mio senno dispor d'ogni sua voglia, e che d'ogni mio cenno ci si farebbe inviolabil legge.

Se, dunque, donna io sono dell'alma e del suo core, deggio poter disporre, come ei ne fea, pria che facesse il dono.

E sì come signore può far il suo talento di legittimo servo: può cambiarlo con oro e con argento,

o può donarlo altrui; così poss'io di lui. L'anima sua, ch'ancella si fe' del mio volere,

non dee mostrarsi a' miei desir rubella. Ecco, ch'io le comando che volga ad altro oggetto i suoi pensier, amando;

ecco, ch'io vo che serva ad altra donna, e sia ormai sua, e non più mia. Faccia, faccia il mio impero,

né si mostri ritrosa alle mie giuste voglie; e, s'ella, irriverente, contradirmi pur osa,

a te me ne richiamo, signor giusto e possente: opra tu i dardi e 'l foco il laccio e le catene,

e, s'altre hai nel tuo regno, più gravi e fiere pene: sai che giusto egualmente esser conviene a chi regge e governa

con la gente soggetta e co' l'esterna. Il ver parla madonna; ma rigorosa e dura ti mostra sua ragion oltra misura.

Son servo suo, no' 'l nego, né negar lo potrei; e pur, qual servo, al petto con infiammate note

porto il suo nome impresso, sì ch'altri il segno cancellar non puote. Ed è ver che, giurando, ho a lei promesso, ch'ognor del suo volere

farei legge a me stesso. Ma che vuol? Che comanda? Nulla è sì malagevole e sì greve, ch'a me, per obbedirla,

non sia facile e lieve. Non rapidi torrenti, non inospiti selve, piene d'armi e di belve,

non pioggia, turbo o vento, non l'oceàn turbato, non dell'Alpi nevose i dirupati sassi

dal suo servigio arresteran miei passi. Vuol che co' 'l petto inerme vada tra mille schiere? Vuol ch'io assaglia le fiere

dell'arenosa Libia? O vuol ch'io tenti il varco di Stige e d'Acheronte? Ecco, per obbedir, le voglie ho pronte.

Ma se vuol ch'io non l'ami, se vuol ch'arda e sospiri per altra, e volga altrove i miei desiri, vuol impossibil cosa, e cosa ingiusta,

che non vorrei, potendo, e non potrei, volendo. Quando le feci il dono della mente e del core,

ben voluntario il feci; ed, oltra il mio volere, ciò volse il cielo, e tu 'l volesti, Amore. Ma, posto ch'io volessi,

per far lei paga e lieta, drizzar i miei pensier ad altra meta, sosterrestil tu, Amore? Soffrirebbelo il cielo?

Non certo. Or che poss'io? Posso sforzar le stelle, posso sforzar li dei? Dunque, in pace comporti

costei d'esser amata; poi ch'il mio affetto è tale, ch'è voluntario insieme anco e fatale. E s'ella a strazio e a morte,

crudel, pur mi condanna, non ricuso morire, pur ch'insieme si dica che sol per troppo amar l'ho sì nemica.

Ama tu, come fai; e tu, tempra lo sdegno: ché l'amata riami, ben lo sai, antichissima legge è del mio regno.

Questa vostra pietate non refrigerio al core, ma dà forza all'ardore. Dunque, d'esser pietosa ormai cessate

in così strana guisa, che ne sia l'alma uccisa; perché ella vi desia o in estremo crudele, o in tutto pia.

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