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1510–1568

IX.

Luigi Tansillo

Tu che da me lontana, ora gradita Non ne menavi, ed ermi Ti parean l'acque e i lidi, ov'io non era; Or t'appaghi menar tutta la vita,

Sicura di vedermi Non mai pur col pensier, perfida fiera: Tu co' sassi di nera Nota, quand'era io lunge,

Non pur i dì, che ti parean sì gravi, Ma l'ore tutte di tua man segnavi: Or da me ti disgiunge Per sempre il Cielo, e lega ad altrui nodi,

E tu fera il consenti, e te ne godi. Forse mi lasci, perché tutta fondo Sul mar la vita, dove Tanta fortuna opra sue leggi ingiuste?

E che altro, che mare, è tutto il mondo, Ch'ogni vento il commove? O spregi queste carni aspre e robuste Dalle fatiche aduste?

Volgiti un poco, e pensa. Proteo, nume del mar, non guarda e regge, Sudando per li scogli, in mar il gregge? Glauco, ch'or siede a mensa

Coi Dii, duro le mani e scalzo il piede, Non trasse al lido le scagliose prede? Non son vil pescator, che 'l dì mi corche Sovra i sassi, e mendiche

Con l'umil canna il cibo, ond'uom si vive; Ma seguo col tridente e foche ed orche, Che per l'onde nemiche Vengono a depredar le nostre rive;

E n'ho di vita prive Più d'una, e più di due. Ohimè, tu fuggi i lidi, ov'io dimoro; Ed io per te spregiai l'arene d'oro,

Di che alle Ninfe sue Fa letto il ricco fiume dov'io nacqui; E quanto spiaccio a te, tanto a lor piacqui. Come t'uscîr sì tosto di memoria

Le dolci oneste ciance, Che versaron tra noi sì lungamente? E i giochi celebrati per tua gloria, Che di livor le guance

Alle Ninfe del mar tinser sovente? Come t'uscîr di mente I doni, che sì spesso Da queste mani, e così rari avevi?

Le reti a bei lavor', che tu solevi Giurar, ch'al pesce stesso, Ch'uscia dall'acqua in sì bei nodi avvolto, Il perder libertà non dolea molto:

Le fila a più colori, i dorati ami, Ch'ebb'io da' nuovi mondi, Non pur da' lidi liguri e da' celti: Gli arbuscei di coralli a cento rami,

Sotto acqua, da profondi Acuti scogli a gran fatica svelti: I pesci ch'eran scelti Tra quante reti e nasse

Traean dal Faro or questa riva or quella: Onde mai non uscia cosa sì bella, Ch'a te non ti serbasse: Né i pesci pur, che si traean dai lidi,

Ma quanti augei fean per quegli antri nidi. Quante fiate Alcione, e Ceice S'han visto rimanere Preda della tua man con l'ali tronche?

Sin dal monte, ove Circe incantatrice D'uomini volti in fiere Empiva i prati, i boschi, e le spelonche Recai l'ostree, e le conche

Talor, se ti rimembra. Deh! che vi fosse Circe a' tempi nostri, Ch'in un mi trasformasse di quei mostri; E cangiando io le membra,

Sì come tu, crudel, cangi le voglie, Scordassi la cagion delle mie doglie. Mostrami il lido, ove quell'erba nasce, Che, tocca la tua lingua,

Ratto ti volse, o Glauco padre, in pesce; Che gustandola anch'io, la terra lasce: E in mezzo all'acque estingua La fiamma mia, che in ogni parte cresce.

Lasso, non ti rincresce, Ch'un uom, che tanto vale Nell'acqua, oggi nel fuoco si consumi? Ricordati, che pria che cento fiumi

Ti purgâr del mortale, E 'l collegio del mar ti fece Dio, Già fosti pescator, come son io. Lasso, non odi, ed io pur grido o Glauco!

Sarai tu forse sordo, O Glauco, a me sopra quest'onde, come Io fui sul Faro a Proteo, quando rauco, (Io ben me ne ricordo,

E 'n ricordarlo arricciansi le chiome) Chiamandomi per nome: Fuggi, gridommi, o figlio, Fuggi le rive infami, e l'onde inique;

E se non credi alle memorie antique, Credi al nuovo periglio: Che nuova fiera in questo mar vedrai Più rea di Scilla e di Cariddi assai.

Così piangeva; ed ecco, Mentre il tartareo fabro Prova i folgori suoi, repente un tuono Intronò l'aria. A quell'orribil suono,

Lunga ora, e 'l monte scabro E gli arsi scogli rimbombaro e l'acque: Destossi Albano attonito, e si tacque.

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