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1510–1568

IV.

Luigi Tansillo

Amor, se vuoi ch'io torni al giogo antico, Se aprirmi il petto un'altra volta brami, Altre arme, altri legami, Che i primi, e via più forti, adopra, e tendi;

Convien ch'altri guerrieri in campo chiami Per debellar sì giusto e fier nemico, Altramente io ti dico: Più ti son lunge, quanto più m'attendi,

Quanto più mi saetti, men m'offendi. Se stimi sì gran pregio il racquistarmi, D'altro oro, d'altra lingua, e d'altri sguardi Fa i nodi, il foco, e i dardi;

Ma mentre con quei lacci, e con quelle arme Segui la mente fuggitiva e vaga, Né giogo al collo avrò, né al petto piaga. Seguimi pur nel mondo, e ne l'inferno,

Che sano, e sciolto andronne in vita, e 'n morte: Cotanto è duro, e forte Lo scudo, e quella man, che spezzò 'l nodo. Chiuse son del pensier le antiche porte,

Un muro d'ira, e di disdegno eterno Cinge il mio petto interno, Onde temer non posso in alcun modo. Ma s'invido del bel, ch'oggi mi godo,

Donarmi in preda a mia nemica vuoi, E vendicar la fuga, e l'ardimento, D'esser suo mi contento, Se fai quanto io dirò; ma se non puoi,

Tòrnati indietro, ambi posar potremo: Tu vittoria non speri, io duol non temo. Se nel proprio valor tanto ti fidi, Ch'a natura ed al ciel cangiar fai stato,

Togli al tempo il passato; Fa che, per cosa al mondo ed a Dio nova, Chi mi diede il velen non l'abbia dato; Fa ch'io non abbia visto quel ch'io vidi:

O se di ciò ti sfidi, Mostra tua gran potenza in minor prova: Tu sai quel che m'offende, e che mi giova, Fa, che l'un vesta 'l cor, l'altro lo snudi,

Fa che 'l ben si ricordi, e 'l mal s'oblii, Se vincermi desii. Vane fian le tue forze, e van' gli studi, Mentre ne la mia mente albergo avranno

Il mio ardor, la mia fede, e l'altrui inganno. Non tender più la rete, ch'annodavi Fra i bei capegli, Amor, quando fu presa L'alma, ch'ogni difesa

Ebbe a disdegno, e sol si tenne a caro Il perder libertà, ch'a ciascun pesa. Non gir ne gli occhi, 'u lieto allor ti stavi, Che i bei guardi soavi

Tuoi feri strai nel petto m'avventaro: Ma s'eri del mio carcer tanto avaro, E se far desiavi, com'or mostri, Eterno il colpo, onde piagato io fui,

Quando negli occhi altrui Amor ten gisti, acciò che i desir nostri D'un nodo fusser presi, e d'un stral tocchi, Gir ten dovevi al core, e non a gli occhi.

Quei rubin, quelle perle, e quelle note, Ch'allor sembravan d'armonia celeste, Le grazie al mio mal preste, Che intorno al cor catene avvolser tante,

Il bel sembiante e le accoglienze oneste Sì di dolcezza piene, e di fé vote, Le forze a me già note Adoprin sovra 'l cor di novo amante,

Che 'l mio di libertà vo che si vante. E poi che il fallo altrui mi fa sì audace, Com'uom, che nulla teme, e nulla vuole, Dirò queste parole:

Amor tu farai pria con l'odio pace, Pria dov'io vidi inganni, vedrò fede, Ch'al ceppo antico mai riponga il piede. Cortesia mi perdoni ed umiltade,

Se troppo a la mia lingua allargo il freno, Che non sen può far meno; Tanto, sdegno e ragion spronan la mente. Mentre ebbi al bel cammin l'aer sereno,

Pian pian men gìa per vie solinghe e rade, Or che fangose strade E nubiloso ciel veggio, repente Gli spron convien ch'io stringa, e 'l fren rallente.

Troppo era il dir cortese, e troppo umìle, Mentre un solo voler duo petti avvolse; Poi ch'un de' duo si sciolse, Come altri cangiò voglia, io cangio stile,

Come altri cangiò 'l dardo, io cangio il segno, Quanto dissi d'amor, dirò di sdegno. Sarò signor io sol del mio pensiero, Non vedrò guerreggiar d'intorno al core

La speranza, e 'l timore; Non terrò caro altrui più che me stesso, Avrò sempre una voce, ed un colore; Parrammi falso il falso, e vero il vero,

Né di promessa altero Giammai, né di repulsa andrò dimesso, Né duol né gioia avrò lunge o da presso, Né lungo il dì, né corto parrà molto,

Né fia tristo il pensier, né lieto il sogno, Non mi farà bisogno, Lagrimando nel cor, rider nel volto, Non reggerò la mia per l'altrui voglia,

Né d'altri invidia avrò, né di me doglia. Canzon, se mai tra donne e cavalieri La fuga e l'ira mia fussen riprese, Dì, ch'è poca vendetta a tante offese.

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