Nessun di libertà visse mai lieto, Quant'io di servitù, Donna, vivea, Mentre io solo sostenni il caro giogo; Ma poi che il peso che scemar dovea
Per l'altrui collo, crebbe, il mio inquieto E faticoso ardor piangendo sfogo; Né giammai tempo, o luogo Alle lagrime triste parrà fine,
(Se pur queste meschine Fonti potran dar acqua a tanta sete) Fin che voi mi direte Qual'è la colpa ond'io tal pena porto,
Acciò ch'io sappia, se mi doglio a torto. Dal crudo giorno, ch'a lasciar me stesso Ed a seguir voi, Donna, incominciai, In sì lungo cammin, tutto 'l passato
Cercando a passo a passo, altro error mai Non mi si poria dir ch'abbia commesso, Se non d'avervi oltra 'l dover amato; Se pur questo peccato,
Dove vostra beltà mi sforza e mena, Merita qualche pena, Ogni altra, fuor che voi, dar la dovria; Che ben cruda saria
Questa legge, e rubella di ragione, Se punisse il peccar chi n'è cagione. Ma se di troppo amar pena s'attende, Assai contento a l'altra riva io passo,
Pur che di là sì chiaro titol porte. Ma voi, lumi del cielo, a cui io, lasso, Com'uom, ch'a l'altrui fé vinto si rende, Apersi del mio cor le chiuse porte,
Assai più lieta sorte In su 'l primier entrar mi prometteste. Almen, poi che vinceste, Allentar si dovean le corde a gli archi
Tante fiate scarchi: Oh quanto al vincitor scema di gloria Ferir prigion dopo la sua vittoria! Occhi del mio morir troppo bramosi,
Non basta il primo error, la prima fede, Pur cercate ingannar l'incauta mente? Se l'alma, che vi regge, e dentro siede, M'è sempre fredda, perché voi pietosi
Del mio mal vi mostrate, e sì sovente? Quella pietà sì ardente, Che da voi par ch'ad or ad ora emerga, Onde vien? dove alberga?
Forse è, Donna crudel, quella pietate Che voi dal cor cacciate, Temendo, che per me no 'l ponga o tocchi, E, cacciata dal cor, fugge per gli occhi?
Ingiusto Amor, ben posso giustamente Di te dolermi, e dolerommi ognora: Se, come fèsti a lei nel mio cor seggio, A me nel suo facevi, a tal non fora,
Perché mirandol dentro, immantinente Avrei veduto quel, che tardi io veggio, Onde temendo il peggio Sarei lunge dal mal, cui presso or sono.
Ma t'iscuso, e perdono, S'a tanto amor non hai l'alma degnata, Perché avendo locata Ivi la sede tua, non era io degno
Di viver teco a parte in sì bel regno. Sdegno, ed Amor guerreggian nel pensiero; Questi accende la fiamma in parte spenta, Quel di gelata neve copre il core;
Questi m'annoda più, quel mi rallenta: E l'uno, e l'altro è sì possente e fero, Che presagir non posso il vincitore. Ma ben ti dico, Amore,
Poi che d'ogni mio ben giunsi a l'estremo, Né spero più, né temo; Se ben ne le tue man vinto ritorno, Non passerà mai giorno,
Ch'io di te non mi lagni, e non mi doglia: A forza sarò tuo, ma non per voglia. Già s'incomincia a dileguar la neve, Ed a spander la fiamma al cor accesa;
Già stringer sento i rallentati nodi: Amor, io so, che de la vinta impresa Superbo, ognor mi ti farai più greve, Non per timor ch'io mi raffreddi, e snodi,
Ma per l'ingiuria ch'odi Del gran disio, che di fuggir mi venne. Ma se le chiavi tenne Donna eletta da te, del carcer mio,
Signor, che merit'io? E chi fallo maggior ti par che faccia, Io che men fuggo, od ella che men caccia? Lacci, catene, ceppi,
Giogo, prigion, saette, fiamma, e gelo, Mentre mi copre il cielo, Non mi lasciate un punto senza voi. Amor fa quanto puoi,
Che benché molto pata, poco il sento; Sì dolce la cagion del mio tormento.
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