ALMA reale, e di maggior Impero Degna, di quel, che 'l largo ciel t'ha dato, Che con la tua virtute avanzi gli anni, E rendi a' tempi nostri, al mondo ingrato
L'antiche usanze del secol primiero, In cui vivean le genti senza inganni, Ecco, che per te sol tanti suoi danni Spera saldar non pur l'Europa afflitta,
Ma l'Asia, e l'arenosa Africa ancora. Perché convien, che, senza far dimora, La tua mano, a' nemici sempre invitta, S'armi di ferro, e scritta
Porti nel cor la caritate accesa, Onde vincer potrai sì degna impresa. Forse per grazia quel Signor benigno, Che, per noi riposar, sé stesso volle
Affannar sì, che 'l proprio sangue sparse, Gli occhi volge pietosi al sacro colle, Dove pregò per quel popol maligno Che 'l pose in croce, e de l'amor nostr'arse,
Onde or nel sacro tuo petto, in cui sparse Son le sue sante ardenti fiamme, spira La vendetta, ch'omai non cerca indugio. Così Dio ne soccorre, né refugio
S'aspetta altronde al danno, onde s'adira, Europa, e ne sospira, E così fia nel mondo, opra non vile, Un Pastor solamente, ed un ovile.
La buona gente, e a te fedel, di Spagna, Che t'ha già dato in mille parti onore, E 'l buon popol di Marte, ov'ancor morto Non è l'antico gemino valore,
L'insegne felicissime accompagna; Ed il Tedesco, a viver poco accorto, Che qual legno, che i venti sprezza in porto, Non curando de' colpi acerbi e rei,
Sta a le percosse de' nemici saldo, Dietro ti corre ancora ardito e baldo. Dunque ora è il tempo, e tu conoscer dèi, Che destinato sei
A sì grand'opra, e senz'altrui consigli Convien, che per Gesù la lancia pigli. Quel, che da Pella a gl'Indi gran paese Correndo vinse, infin che 'l regno tolse
De' Persi al successor d'Occo, e l'uccise, Come sua sorte alfin contraria volse, Mover ti deve a così giuste offese; E tu ancor dèi, cui tanto si commmise,
Là por lo scettro, ov'altri il ferro mise, E farti Imperator de l'Oriente. A te conviensi, che i miglior correggi, Strane genti frenar, por giuste leggi,
Né il danno de le navi, e de la gente Ch'avesti ora in Ponente, Te ne distorni; che Dio spesso suole Percoter prima un che esaltar poi vuole.
Pon mente al gran Profeta, che, deposta L'usata verga, i fior sdegnando e l'erbe, Di corona real s'ornò la chioma; E vedrai ben quante percosse acerbe
Ebbe da Dio, cui nulla cosa è ascosta, E quanta gente al fin fu da lui doma. Sovente ancora il nostro capo, Roma, Quando di perder più temea sua gloria,
Nel periglio maggior, maggior virtute Mostrando, ricovrò la sua salute. Che dunque hai da sperar, se non vittoria Degna d'eterna storia
Da quel Signor, ch'ogni tuo affanno lieve Ristorerà con l'altrui danno greve? Se pietà ti commosse a rinvestire Il re di Libia del perduto regno,
Ponendo a sì gran rischio la persona, E l'avere, e gli amici, ed il sostegno Di quei, che correan pur teco a morire, Assai più giustamente ora ti sprona
(Oltre la fama, che di te risuona In ogni parte, di cortese e pio) L'amor di Cristo a porre in libertate Tante misere genti battezzate,
Le quai t'aspettan con sì gran desio. E se con teco è Dio Contra 'l tiranno, che in sue forze spera, Temer non déi de la contraria schiera.
Il buon Leon, che la terribil cena E 'l duro prandio ai suoi compagni offerse, Con pochi a' molti armati il passo tenne, Che menò per passar in Grecia Serse.
E quel d'Atene, che scamparne a pena Dovea, contra di Dario si sostenne Tal che metter li fece al fuggir penne E non pur questi esempi intera palma
Tene prometton, ma molt'altri assai, Che tu ancor letti ed ascoltati avrai. Onde a Dio ti convien inchinar l'alma, Che di sì ricca salma
Gravato t'ave, e ringraziarlo molto, Che ti concede quel ch'a gli altri ha tolto. Canzon nata di sdegno, in mezzo l'arme, Nudrita d'un pensier di pace avaro,
Vanne a colui, ch'a giusta impresa inviti, A piè t'inchina, e dì, che gli smarriti Servi del buon Gesù senza riparo Pregan, che gli sia caro
Tòrre al fiero Ottoman la santa terra, Poi va gridando: Guerra, Guerra, Guerra.
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