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1510–1568

Clorida.

Luigi Tansillo

Signor, sotto il cui saggio, alto governo sovra ogni altro si gloria il mio Sebeto; o lungo onor del Tago, o pregio eterno del chiaro sangue d'Alba e di Toleto;

qual fierissima stella in tristo verno ha volto il tempo mio, ch'era sì lieto? Qual altrui crudeltà, qual error mio vuol ch'io pianga, da voi messa in oblio?

Benché del vostro amor porti il core arso, temo che donna vi parrò straniera; poi che 'l piè vostro, che di voi m'è scarso, fa che 'l sembiante mio non sia qual era.

L'abito mio, di più bei fiori sparso, di quanti ne tessé mai Primavera, e i fior c'ho in testa e 'n man vi faccian prova, ch'io non sia donna agli occhi vostri nuova.

Clorida ninfa io son, che nel giardino del vostro illustre figlio ho il mio bel regno: che a voi col cor, più che col piè, m'inchino, e del mio stato a lamentar mi vegno.

Ben pensai lodar sempre il buon destino, quando al gran figlio e di tal padre degno, ch'io fossi vostra e sua, desir gli venne; ma, lassa me! tutto il contrario avenne.

Ei del mio dolce grembo uscito fore, ove sedea dì e notte, e sì contento, l'amaro sen del mar corre a tutte ore, tristo, ch'a dirlo scolorar mi sento;

e sospirando il mio lontano amore, sen va là dove il portan l'acqua e 'l vento: né spera i dolci usati miei soggiorni, se 'l sol non scema d'ore i lunghi giorni.

Benché della sua lunga lontananza con l'onor ch'ei s'acquista io mi conforto; poi ch'ogni dì fa cose tai, ch'avanza lo splendor del suo nome il duol ch'io porto:

pur, sendo egli 'l mio ben, la mia speranza, il mio vero sostegno e 'l mio conforto; non posso far, ch'io non mi doglia e pianga, che tanto tempo senza lui rimanga.

E voi, Signor, sovr'alta sede assiso, date or leggi di pace et or di guerra; or l'un godete, or l'altro paradiso, di tanti onde per voi s'orna la terra;

or con la maiestà del real viso date al buon gioia, e tema a colui ch'erra; cavalcando per l'inclita cittade, intento a far maggior sua gran beltade.

Or parlate al gran Cesare, or l'udite col mezzo de gl'inchiostri e de la carta; or provedete, ch'a cotante vite quel che Cerer lor dà ben si comparta;

or a mille altrui dir gli orecchi aprite, tuttavia sul pensier, che non si parta mai tristo alcun da voi, fra tanti e tanti, con la lingua, con gli occhi e coi sembianti.

Mentre, vaghi d'onor ch'a me vi tolle, voi vel cercate in terra, et ei nell'onde; io, che mi vedo così sola, molle fo del mio pianto ogni erba et ogni fronde.

Io piango, e chiamo; e dal vicino colle Eco sola pietosa mi risponde; et per dir che 'l mio duol la fa dolere, mi rende le mie note quasi intere.

Io piango, et Eco al pianto seguir suolmi, e ciò ch'è nel mio sen piagne con noi. Mirate il fico, onde i canestri ho colmi c'ha ciascun lagrimosi gli occhi suoi:

e perché di quel mal che tanto duolmi sete, e del pianto lor, la cagion voi; come voi sete tutto gentilezza, son le lagrime lor tutte dolcezza.

I fiori del mio sen, le piante e l'erbe, l'aria, la terra e 'l mar che m'è da presso, le poma, che desian pendere acerbe finché di veder voi lor fia concesso;

se le preghiere lor non son superbe, vi pregna tutte, Amore et io con esso, che un dì, Signor, venghiate a consolarme, pria che de gli onor miei veda spogliarme.

Pria che 'l rigido verno spogli il mondo de gli onor suoi, de' miei e di natura; ne la fronte seren, nel cor giocondo, venite ad aggiornar mia notte oscura:

io ve ne prego, e priegaven Gismondo, il fido vecchiarel, c'ha di me cura; che frutto o fior non ha, presti né tardi, che a voi non gli consagri, e non gli guardi.

Non abbiate timor, che sian gelose l'amate e belle ninfe di Pozzuolo; benché elle sian sì calde e sì amorose, e raro gelosia lasci Amor solo.

Ben sanno, che le basse e l'alte cose son del padre non men che del figliuolo: non men vostra, Signor, che sua mi chiamo; convien che sia del ceppo chi è del ramo.

Ben pensai, che al passar vostro l'altrieri (e con questo pensier le porte apersi) gissen di veder voi questi occhi alteri: diedi acqua ai fonti, ornai le strade, aspersi.

Ma ingannati fur meco i miei pensieri; onde, scornata, a pianger mi conversi: ché, senza farmi voi d'amore un atto, a la ninfa del Parco andaste ratto.

Ricordisi la vostra alta prudenza, volgendo gli occhi al tempo ch'àve a tergo, ch'anzi ch'io avessi questo amante, senza cui di pianto talor tutta m'aspergo,

voi di me aveste interna conoscenza, e m'onoraste, et io vi diedi albergo ne' miei regni, e di voi gloria mi presi, non ore e dì, ma settimane e mesi.

Or, se 'l merto mio non si dà vanto, che mova il real piè, perch'io vi chiami; le belle leggi de l'ospizio santo, de l'amicizia i nobili legami,

e la vostra alta cortesia, che quanto vi teme il mondo, tanto fa che v'ami; vi movan sì, che io vegga la mia speme fiorir con l'erbe che 'l piè vostro preme.

Oh, se 'l mondo vedrà ch'a voi son cara, quanto a lui sarò cara di qui avante! La pioggia, il sol, la terra e l'aria a gara moveranno al favor de le mie piante.

Labulla, ch'è sì fresca e dolce e chiara, per vie dal suo bel piè non tocche innante correr vedrassi, e trarre il vaso pieno, e rigar dolcemente il mio bel seno.

E questa calda terra, e questa arena, che contezza d'altr'acqua mai non ebbe, se non del pozzo onde la fonte è piena, o del cielo, o del mar qualor più crebbe;

vedutasi onorar d'eterna vena d'ogni stagion, dirà quanto a voi debbe; et or con destra mano, or con sinistra, di fiori eterni vi sarà ministra.

E perché, senza belle, oneste e saggie donne, raro han diletto animi accorti; e fonti senza umor, senza fior piaggie son senza voi de gli uomini i diporti;

squadra che a par del sol risplenda e raggie con voi ne venga, e meco si diporti, e con l'ostro de' volti e con l'avorio faccian vergogna ai fiori ond'io mi glorio.

Pria che si scosti il vago sol da nui, e declinando a l'austro s'appropinque, venite a rallegrar voi et altrui, non una volta no, ma quattro e cinque!

Né che vengan desio donne con vui, che si chiamin di parti più longinque: basti che vi sian quelle, e più non curo, ch'a Pozzuolo con voi gran tempo furo.

Venga la illustre figlia, e la vicina schiera di donne ch'a lei fan corona; e la mia rara donna Caterina, saggia, bella, gentil, cortese e buona:

le due Violanti, la Sanseverina e la sorella sua dolce Carlona, c'han di beltà e d'ingegno doppia palma, e par che, come un nome, abbiano un'alma.

Due Spinelle, che 'l mondo par ch'onori, vengano ad onorar le mie brigate; spine che d'ogni tempo han frutti e fiori, fior di bellezza, e frutti d'onestate.

Vengavi la Monforte, ch'a gli onori de gli avi ha l'alte sue virtù aguagliate; e la sua figlia alteramente umana, ch'è nel nome e nel cor vera Dïana.

L'amor del suo Signor lieta vi scorga la nobil Pimmentella e saggia e fida, cui, non che 'l mio giardin, ma tutta assorga la piaggia, inchini il monte, e l'onda rida;

poi che non è chi maggior voti porga al Ciel per voi, né a voi più desta assida, e più risguardi a quella vita e pensi, a cui di tante vite il filo attiensi.

E la gran donna ancor vi vuo' d'Alifi, che 'n un dì fe' più volte a Morte scorno: e se 'l venirvi ella avverrà che schifi, spaventata dal caso di quel giorno;

un novo Automedonte, un nove Tifi offro darle et al gire et al ritorno, che prenda il fren del carro, o 'l timon regga, in terra o 'n mar ch'ella d'andar s'elegga.

Deh, perché tra le care mie Spinelle la mia cara Bisballe io non chiamai? Se col corpo e col cor sempre è con elle, perché col nome altrove la lasciai?

Venga Bisballe, a cui tra le donzelle Dïana forsi egual non vide mai; e con le sue compagne a seguir preste sentir mi faccian l'armonia celeste.

Fra tante belle e generose dame, di cui la lista in mano oggi vi ho messa, io desio, ch'oltra 'l numero, si chiame la gran socera mia, la mia Contessa,

che, tenera del figlio, par che m'ame sì, che bramar più non potrei io stessa, e ne' bisogni miei, fra tante sola, mi celebra, o mi onora, e mi consola.

La bella schiera ancor non vada esclusa, ch'un medesimo albergo con voi chiude: la Valle, al vizio d'ogni intorno chiusa, le due figlie sì scaltre in età rude,

e la gran Nora, ch'è tra Muse Musa, tra Grazie Grazia e tra Virtù Virtude; e le seguaci lor tutte vi chero, degne d'aver sovra altre donne impero.

Scenda dal monte, onde spiar le mie bellezze sôle e vagheggiar sovente, l'altro buon Pietro, e faccia il maggior die parervi corto col suo dir piacente:

il buon Pietro, ch'ha seco due Sofie, l'una nel core e l'altra ne la mente. Meni quella del cor, qualor qui bassi, e l'altra chiusa nel suo monte lassi.

Vorrei fra belle donne a voi già note donzella unqua da voi non conosciuta, per farvi udir più non udite note, e bellezza veder più non veduta;

ma 'l Ciel non vuol che 'l carro suo qui rote. Oh, se nel cuor passasse la veduta, ben la vi mostrerei, qual ella è fatta, ne l'altrui petto al natural ritratta!

Vengan le donne illustri ch'io v'ho detto o quantunque da voi, Signor, sen vonno: tanti piacer quel giorno io vi prometto, quanti da cor gentil bramar si ponno.

Vi sovvien de la notte ch'al mio tetto gioiste sì, che vi fu noia il sonno; quando del mio Garzia l'animo egregio fe' le feste maggior d'ogni cor regio?

Premeva il Sol lo spalle al gran Centauro, l'acqua o la terra risplendea di ghiaccio, quando, ornando i miei tetti e d'ostro e d'auro voi e tanti altri lieta accolsi in braccio.

Or' ha più giorni che smontò dal Tauro, et io, bramando voi, di duol mi sfaccio; se non che spesso, nel maggior mio duolo, col membrar di quel giorno io mi consolo.

Creder la meraviglia non potreste, ch'ebber quel fausto dì le ninfe nostre; quando nel regno mio vider le feste de' cavalieri e delle donne vostre;

lo splendor de le gemme e de le veste, il terror de' tornei e de le giostre; che a Marte, che vi fu sotto altrui larve, per imagin di guerra troppo parve.

L'armonia delle voci e de le cetre, a cui lieta applaudea la matre d'Ebe, avrian bastato a cinger d'alte pietre nova città forse maggior di Tebe.

Quel dì tutte votâr le lor faretre Cupido e de' fratei l'alata plebe. Chi da' colpi d'Amor quel dì fe' scampo, d'ogni altro tempo entri securo al campo.

Perché d'un dì sì lieto io mi ricordo, quando un'ora tranquilla mi si niega? Forsi è il cor vostro del mio pianto ingordo, poi ch'a preghiera mia nulla si piega?

Deh, non siate, Signor, sì duro e sordo a parole di donna che vi priega; cui, senza voi, quanto ode o vede attrista, né in don da voi chiede altro che la vista!

Oimè, vedo le genti di lontane parti venir, dal gran desir accese, a veder le bellezze alte e sovrane del mio giardin, ché n'han le glorie intese;

et alfin, come cose sovrumane sento ammirarle, e far tra lor contese, chi ponga in adornarle maggior cura, l'aria o la terra, l'arte o la natura:

e voi dal bel giardin sete sì lunge, che il vago odor che giorno e notte esala fin ne le vostre cammere vi giunge, pur che 'l vento gli presti un poco d'ala,

e desio di vederlo non vi punge, or che le chiome a terra ogni arbor cala, che di bei frutti indora, ingemma e 'nostra, e sua beltà più ch'altro tempo mostra!

Deh, fate ch'io vi veggia in que' bei liti, pria che per troppo duol m'inselvi e 'mboschi! Non disdegnate i miei rustichi inviti, ché i Dii vengon talor ne gli antri foschi:

e, s'io non ho da farvi alti conviti, quei cibi che dan l'acqua e l'aere e i boschi, ciò che fecondo il mio terren dispensa, ardir mi dà di chiamar Giove a mensa.

Né gli orti de l'Esperidi, né quelli d'Alcinoo, né qualunque più lodati, ebber piante miglior, frutti più belli, né più dolci già mai, né più odorati.

Oltre la bontà lor, par che rappelli le mani a corne ogni arbor che si guati; par ch'ogni ramo, ogni erba et ogni fronda al suo signor di cortesia risponda.

E s'io, che del bisogno non m'accorgo, destrezza eguale al buon voler non aggio, sì ch'onori a bastanza in picciol borgo signor sì grande e gli altri di paraggio;

il vostro buon Mardon, di cui non scorgo nel mondo uom più cortese né più saggio, farà, mercè de l'alta sua bontade, ch'a tutti io soddisfaccia, a tutti aggrade.

Né perché di mia man poti et innesti, e pianti, e zappi, e mi riposi rado, fia che di darvi tutti gli agi io resti e le delizie, che vi siano a grado.

Han le cammere strati e letti e vesti d'intorno ai muri di leggier zendado; e 'nvece di profumi, hanno i fior miei, che d'odor vincon gli Arabi e i Sabei.

E s'uscirete fuor, premetto darvi terren verde, aer puro e mar tranquillo; e se state o se gite, accompagnarvi d'ombre e d'aure e d'umor, che fresco stillo:

premetto in cento luoghi arbor mostrarvi, ne le cui scorze il vostro e mio Tansillo ha 'l nome vostro e di sua donna impressi, e cresceran le lettre, crescendo essi.

E benché a voi, fuor d'umano uso, spiacque sempre il concento de le proprie lodi, e più di ben oprar saggio vi piacque, che d'udir ch'altri le vostre opre lodi;

vi mostrerò fra l'erbe e l'ombre e l'acque cento altri luoghi, ch'egli in cento modi, or con le vive voci or con gli 'nchiostri, insegna a risonar gli alti onor vostri.

Potria fra gli altri or or mostrarvene uno, ove, desto l'altrier tanto per tempo, che 'l balcon de l'Aurora era ancor bruno, si godea il fresco e l'ora di quel tempo;

e credendo esser visto da nessuno, cantò di voi e del suo amor gran tempo. Ancor vi sonan, credo, i freschi accenti, s'al suo partir non gli rubaro i venti.

Io che, fra cedri, aranci e mirti ascosa, quanto ei si dica o faccia, ascolto e miro; udendo il canto suo, lieta e pietosa mi fer le vostre lode e 'l suo martiro.

Voce sciogliea sì dolce e sì amorosa, ch'ogni nota, ogni accento, ogni sospiro par che fera d'amor l'aria che tocca, e gli escan più del cor, che de la bocca.

Sapete il padiglion ch'è su la strada, tra la porta del mare e del palagio? (se pur non vuol, che qual io sia vi vada già fuor di mente, il mio destin malvagio;

poi che la mia beltà più non v'agrada, e 'l cercar me vi sembra aspro disagio); il padiglion che copre l'alta fonte, le cui bellezze credo vi sian conte?...

Poi che di me, Signor, vi sovien nulla, e 'l ricordo e l'amor s'è via fuggito; del loco, ov'ei cantando si trastulla, io vi ramenterò la forma e 'l sito.

Dico, che 'l padiglion ch'è d'Amor culla, e dove dir di voi sì spesso ho udito, sta su due strade, e per due porte mira, e da settanta braccia interno aggira.

Sta su due strade, che, da lui partite, apron l'entrata a lui per quattro bande; ha di mirto le mura, e sì fiorite, che in fin al ciel fan che l'odor se n'ande.

Di mirto è il muro, e 'l sommo suo di vite, che par che lo 'ncorone e lo 'nghirlande; ove, in vece di gemme e di fior varî, splendon mille uve di color contrarî.

Tonda e scoverta è l'ampia cima, e falla più vaga a gli occhi il non aver coverchio; per che formar di cielo una gran palla vede chi è dentro e guarda fuor del cerchio.

Sembra quella, che 'l vecchio ha su la spalla, cui non parve il gran peso mai soverchio, se non quel dì, che l'uccisor di Cacco l'aitò a voltar del lato ond'era stracco.

Adombra il bel terren con sì bell'arte, ch'ad ogni ora del giorno può godersi; e quando vene il sole, e quando parte, e quando d'alto par che fiamma versi,

sempre vi riman franca qualche parte, ove secur dal caldo uom può sedersi; sempre tanto di terra al sol si fura, ch'a diece dar potrà stanza secura.

Signor, benché il ben publico s'offenda, tardando il tempo a voi col mio dir lungo; piaccia al vostro valor, ch'oggi mi stenda a mia voglia nel dir, poi che vi giungo:

né per donna importuna mi riprenda, se in dir de' luoghi, e d'altro, assai m'allungo; ch'io 'l fo, cercando nel mio mal rifugio, per dar al veder voi più lungo indugio.

La bella fonte, che nel mezzo siede, di bianchissimi marmi è tutta integra; ma perché splenda più, dove ella ha 'l piede van tre cerchi, e 'l primier di pietra negra.

Un non so che di vago in lei si vede, che senz'acqua talor gli occhi rallegra; ma, d'acqua adorna, ch'è in mia man di darla, beltà non so, che possa somigliarla.

Avvegna che 'n sul lido mai non scese, né montò d'Echia naiade lo scoglio, onde ha talor de l'arido il paese; d'altrui scarsezza io non però mi doglio.

Una ninfa ho sotterra, sì cortese, che quanta acqua desio dal sen le toglio: pur ch'altrui man sua cortesia soccorra, fa che dì e notte la viva acqua corra.

Tre cerchi, ch'entran l'un ne l'altro, base fanno a la fonte, e scala a chi vuol bere; del più picciol si forma il maggior vase, ove il pianto de gli altri va a cadere.

L'acqua non men da le lontane case che dal mirto vicin si fa vedere; gira nel mezzo un anelletto, e dentro un picciol tondo, che disegna il centro.

Ha 'l picciol marmo un troncon d'arbor sopra, che non ha ramo, onde faccia ombra, o frasca: quindi vien l'acqua; e, pria che fuor si scopra, s'erge secreta, indi palese casca.

Tre donne, e non han vel ch'altro lor copra che 'l ventre, e par come ciascuna nasca dal tronco, in piè dentro a la fonte stanno, e di lor man tre rivi d'acqua fanno.

Stan le tre donne l'una a l'altra avversa, le spalle al tronco, et al giardin la faccia; un corno d'abbondanza, ch'umor versa, tien ciascuna su l'omer con due braccia;

sol una intende al vel, che si rinversa con una man, con altra il corno abraccia. Fa piede il tronco ad un gran vaso e bello, ch'ai capi de le donne erge un cappello.

Dal crine al piè sono egualmente belle le donne che sul capo han l'alta conca: non so, se sian le Grazie, o se sian quelle che 'l Pastor vide ignude a la spelonca.

Che fusser crederei le tre sorelle da cui si torce il filo e stende e tronca de le vite mortali; ma nol credo, poi che nulla di lor fiera ne vedo.

Alta il fondo è la conca, e l'orlo bassa: in mezzo una colonna pargoletta sopra un marmo a tre canti, che non passa d'altezza un palmo, star si vede eretta;

che lieva l'acqua in alto, e poi la lassa cader, sì ch'empie il vaso, e fuor si getta; e par, mentre ella piove su le donne, che per lavarsi gittâr via le gonne.

Donna ch'a l'ale et al vestir somiglia vago angioletto, che dal ciel sia mosso, a la colonna d'una man s'appiglia, onde le versa tutta l'acqua addosso;

e con altra di palma un ramo piglia. Chi la giovane sia, giurar non posso: la Fama, o la Vittoria, o la Fortuna; ch'esser potrebbe de le tre ciascuna.

Tuttavia crede alcun, che 'l simulacro de la Vittoria sia la bella donna, ch'ivi dal buon Pompeo fu posto, sacro al nome di Vittoria Colonna;

che d'ogni affetto uman si fe' lavacro, e vinse il mondo armata d'umil gonna; da le cui sante man liquor deriva, che fa ch'uom dopo morte immortal viva.

O ebbe lo scultor mente divina, sì che le cose innanzi tempo vide, e dissegnò quest'altra, che bambina, o non nata è, quando egli il marmo incide;

di cui Megari mia, ch'a la marina spesse fïate il dì meco s'asside, mi ragiona sovente, e mi suol dire cose da fare ogni alto cor stupire.

Sul cerchio onde 'l maggior vaso si forma siedon tre dii di mare, opera egregia: mezza han di pesce e mezza d'uom la forma, ciascun con torta coda il cerchio fregia.

Glauco è tra lor, che 'n pesce si trasforma, d'uom ch'era, e 'n Dio che 'l mar tanto ama e pregia, mercè d'un'erba, che si pon tra ' denti: or vedete, se l'erbe son possenti!

Siedonsi quei tre dii le spalle volti a le donne che stanno interne al trunco; e, per mirar bramosi i lor bei volti, piegansi indietro, e 'narcan come giunco.

Ciascuno, acciò ch'egli a ragion si volti, sul collo una urna tien col braccio adunco; e l'altro addrizza, acciò che un scudo tegna, dove del mio Pompeo splende la 'nsegna.

Ne le tre urne, c'han quei tre sui colli, entran l'acque che versan le tre dive dalle tre corna; e par che mai satolli non sian d'accor quelle acque chiare e vive.

Spesso adivien, ch'alcun di lor s'immolli, qualor l'acqua che scherza l'urna schive: et or sul petto, or sui capei si lascia, i quai ciascun d'una ghirlanda fascia.

È sparso il ricco marmor d'altre mille, sottili minutissime, sculture, che foran malagevoli imprimille in molle cera, non che in pietre dure.

Mostrò Giovan da Nola, che scolpille, grande arte ne le piccole figure; Giovan da Nola, al cui scarpello invidia avrian, vivendo, Prassitele e Fidia.

Tra i marmi assiso il mio Tansillo e i mirti, su i seggi ove seduti eran la sera di belle donne e di leggiadri spirti, che vi furo a diporto, una gran schiera,

lunga ora verso il ciel tenne gli occhi irti, quasi accusando la sua stella fiera; indi, con tuon conforme a duro strazio, cantò le pene sue per lungo spazio.

Cantò sì dolcemente le sue pene, ch'un aspide a sentir desto si fôra: e mentre gli arbor miei, l'onde e l'arene prega, che vedan come amando mora;

le fronde, che di lagrime eran piene, per la rugiada che cadeva allora, cominciando a schiararsi l'aer cieco, parea che di pietà piangesser seco.

Ridir l'ardenti note ond'ei rileva il grave duol, mentre cantando geme, non vi saprei, Signor; ben mi pareva di veder nel suo mal due cose estreme.

Parea che fusse il foco, ond'egli ardeva, di disdegno e d'amor composto insieme; e che, via più che d'altro, ei si lagnasse, che 'l disdegno l'amor non agguagliasse.

Poi che cantato e pianto egli ebbe molto, diede fine al suo canto lagrimoso; e di miglior concento innanzi al volto del novo sol divenne desioso.

Tacquesi un poco; indi, più spirto accolto, riprese un tuon ben alto e ben giojoso; e cose allor cantò, signor mio caro, che impresse al cor per sempre mi restaro.

Se, come impresse il cor dentro le guarda, fosse atta fuor la lingua a divolgarle; etade il mondo non avria sì tarda, la qual non fusse presta ad onorarle.

Ma, ben che di ridirle io brami et arda, non ho parole poi con che spiegarle: l'istoria ho ben, ma non le note fisse ne la mente e nel cor di quanto disse.

Cantò, come quell'inclita reina, da le cui man l'alta bilancia pende, gran tempo andò del mondo peregrina, che di lei non si vede, né s'intende;

e per voi tornò in regno, onde or le 'nchina il mondo, et ella il dritto a ciascun rende; et è del vostro amor fatta sì ingorda, ch'omai del suo Trajan quasi si scorda.

Cantò, come non è chi vi paregge col senno, con la lingua e con la mano; che, o si tratti di stato o si festegge, e principe esser sappia e cortigiano;

che, al servar maiestade et al dar legge, e da re splenda, et usi da cristiano; ch'abbia del dolce, a tempo, e del severo, e ch'esser sappia duce e cavaliero.

Un modo usò nel dir, ch'io gli anni addietro non udi' mai, ch'udir pur ne solea. Oltra il nomar Toledo e 'l nomar Pietro, che all'orecchie dolcissimo si fea,

sempre, giungendo al fin d'un certo metro, ei tornava ad un verso, che chiudea (facendo il canto tutta via più vago): — il mio Sebeto ha impoverito il Tago —.

— Il mio Sebeto ha impoverito il Tago —, ad or ad or, cantando, ripigliava; sì dolce, ch'io non pur d'udir m'appago sempre un medesmo dir, che talor grava,

ma, fatto il cor d'udirlo già presago, con maggior voglia sempre l'aspettava; e sempre, al nominar del mio bel fiume, l'alba lieta ridea con maggior lume.

Mentre il mio gran Toledo udia cantarse, la pena del cantor parea men grave; mostrava ogni arbor mio di rallegrarse, invitato dal dir lieto e soave;

le fronde, che di lagrime eran sparse, per la rugiada che cadea, poco àve, parean, tocche dal sol che uscia per tutto, ch'avesser d'allegrezza il pianto asciutto.

Cantava le mirabili ed eterne moli da voi sovra la terra erette; e dicea, che son tai, che invidia averne potria forse ciascuna de le sette.

Dicea, che 'n voi quel gran valor si scerne, senza 'l qual tanto tempo il mondo stette, e la magnificenza degli antiqui, dopo tanto regnar di fati iniqui.

Dicea ch'è proprio et è a voi più lieve il regger degli eserciti e de' regni, ch'al sole il far del giorno or lungo or breve, col varïar de' suoi dodeci segni;

e che da voi la norma tor si deve, che l'uno e l'altro reggimento insegni; né cercar deve il mondo antichi esempi: basti, che i vostri gesti e voi contempi.

Sentia nomar tra vostre eccelse lode il mio dolce Garzia più d'una volta. Pensate voi, Signor, se se ne gode l'orecchia e l'alma mia, qualor l'ascolta!

Se 'l desio d'ambo voi, che 'l cor mi rode, non m'ha del tutto la memoria tolta; fra le più chiare laudi e più leggiadre ponea che siate di tal figlio padre.

Nomò sovente l'Asia, e mostrò come la potenza maggior che 'l mondo tema sparir si vide innanzi al vostro nome, qual nebbia innanzi al vento che la prema;

e concludea, che all'onorate chiome non pur si deve il lauro, ma il diadema: fugge Ottomano una fïata, e due fuggon dinanzi a voi le vele sue.

Fugge il crudel, dicea; né perché calche le spalle del superbo Acrocerauno, può sì poco temer, che non cavalche, sospirando da lunge il terren Dauno,

a gran giornate, e fugga a volo: tal che non han quei monti satiro né fauno, che in riguardandol non si meravigli, che un tanto re tanto timor si pigli.

Chiamava in testimon de le tre fughe, onde vi deve Italia tre trionfi, Gargano, che per voi convien ch'asciughe gli occhi del pianto, e 'l cor d'angoscia sgonfi;

ché quando, vinto, par ch'altri il soggiughe, fate d'altrui che vincitor trionfi, e, d'ogni gloria sua dando a voi grazia, vagheggi lieto or Puglia et or Dalmazia.

Chiamò Barbaro, Averno, Baja e Cuma, e l'acque di Pozzuolo, e le campagne che biancheggiar del mar vider la schiuma che sotto il novo bosco geme e piagne;

e Vulcan, che quel dì chiuso non fuma, e, s'un tempo alzò su nove montagne, or per gran tema par che s'apparecchie a girsene sotterra con le vecchie.

Chiamò la vostra Ninfa, che, deserta un tempo, or tanto fate che s'apprezze, a cui porto (e nol niego) invidia aperta, ch'abbia da voi, Signor, tante carezze:

che, assalita quel dì, si tenne certa veder per terra andar le sue bellezze; e l'opre di tanti anni e le fatiche veder guaste in un dì da man nemiche.

E sto per dir, dicea, che le cadute antiquissime mura erbose e rotte, e l'ossa che tanti anni s'ha tenute nel sen la terra, e 'n polver l'ha ridotte,

far segno di temenza fur vedute all'assalto crudel di quella notte; e, ben che 'l tempo l'abbia tratte a fine, ebber paura di maggior ruine.

I' non credo, ch'istoria mai dipinse, in muro e 'n legno, alcun pittor felice, ove non pur agguagliò ben, ma vinse la natura con l'arte imitatrice,

com'ei quel giorno, il ver cantando, finse: e fammi veder quasi quel che dice, sì ben racconta il tutto; e sì rimembra, ch'esser sul fatto, udendo il dir, mi sembra.

Par che l'orecchie il gran rumor mi tocchi de' timpani e 'l clangor de l'alte tube; aver le mezzelune innanzi agli occhi e l'orror de' torvanti e delle giube;

veder che splenda il ferro, udir che schiocchi il foco, e 'n terra e 'n mar faccia al sol nube; guardar le tende in terra, in mar le vele, e 'ntender le minaccie e le querele.

Pareami veder voi, ne la stagione che 'l sol più coce e par che 'l mondo avvampi, due volte, armato, ardendo su l'arcione, correr di Puglia gli assetati campi:

un'altra pur, che 'n ciel rugge il Leone, perché nel terren nostro non s'accampi il fero Scita, che scendea dal golfo, correr armato tra le fiamme e 'l zolfo.

La nobiltà pareami veder tutta, ch'è tra due mari da Cajeta a Scilla, ad un sol cenno vostro in un ridutta, e non a suon di tromba né di squilla:

ch'a squadra a squadra alteramente istrutta, d'intorno a voi col ferro arde e sfavilla; e desia di provar ne la battaglia, in nobil man quanto una spada vaglia.

Vedea nascer gli eserciti, che d'alto partorian sovra 'l lido le triremi; vedea ne' nostri muri il fero assalto, onde ancor par che quella gente tremi;

vedeagli poi tornar nel mar d'un salto, gittar le lancie e dar le mani a' remi; e udiva quasi a Zefiro dar voti, perché la classe con più fretta nuoti.

Quando fremer maggior fean quei nemici la tempesta del foco e degli strali, vedeagli col favor de' vostri auspicî fuggir veloci, come avesser ali.

Vengan dunque, dicea, con arme ultrici gli eserciti e l'armate orïentali; ché, o si copra la terra o 'l mar s'ingombre, ei sembra il sole, e gli avversarî l'ombre!

Queste da lui quel dì, senza io far motto, et altre cose udii di maggior senso; per suo piacer, non per altrui, condotto ivi a cantar del valor vostro immenso.

Né sì tosto il suo canto avria interrotto, se non che, quando era nel dir più accenso, un stridor d'uscio gli ferìo l'orecchio; volsesi, e nel giardin vide il mio vecchio.

Vide 'l buon vecchio mio, che sen veniva, tardo quel giorno oltra l'usanza suto; e ne' miei regni riscotendo giva dagli arbor ricchi il solito tributo.

Destossi, ratto che 'l buon vecchio arriva, e, risposto cortese al suo saluto, d'andarsen dietro a lui gli prese voglia, guardando come e' sceglia i frutti e coglia.

Vederlo a piè dell'arbor, come 'l corre ratto con gli occhi, e sa che v'è di buono; stender la man leggiadramente, e côrre le poma ch'al suo fin giunte allor sono;

e, colte, ne le ceste ad ordin porre, tra frondi e fior, per farne a mille dono, cosa è, ch'io spesso per diporto osservo, e forse un de' piacer che a voi riservo:

veder sovente, ove con man non giunga, ché 'l tronco s'alza o 'l ramo non si corca, come adopra una canna dritta e lunga, che, fessa al sommo, fa canestro e forca;

come 'l frutto che scarso si dilunga tiri con arte, e come 'l tronchi e torca; e come, colto e 'n quel treppiè rinchiuso, destro il sostegna in aria e portil giuso:

notar, con che pietà raccoglie il fico che, rotto il corpo e torto il collo, langue; come 'l ramo che sia frale et antico sforza con debil man, che sembra esangue;

come cader fa sul terreno aprico le pruna, quali a gocciole di sangue sparse 'n sul verde, e quai più ch'eban negre, e quai simili ad or ch'occhio rallegre:

guardar, quand'egli a guisa d'una freccia rimonda un picciol ramo, e da poi 'l piega, et usa per legame la corteccia, onde i medesmi stecchi accoppia e lega;

come contesse i fior, le fronde intreccia, e qualche vaga invenzïon ne spiega: or urna antica et or moderna coppa, or vele e remi e sarte e prora e poppa.

Più di due volte si cangiò Vertunno in uccellino, in picciol cane e 'n gatto, al tempo de la state e dell'autunno, vago di contemplar ciò ch'egli ha fatto:

ché, sendo egli il suo dio, questi il suo alunno, conoscendol, s'avria da lui ritratto. Flora e Pomona cento volte a soma gli recâr, l'una i fior, l'altra le poma.

Ho mille altri piacer, mille diletti; fra gli altri un novo, onde l'altrier m'accorsi. Io vi farò sentir, fra gli augelletti che a mezzo 'l dì vengon sui rami a porsi,

a vicenda cantar duo pargoletti, e gir sì pari nel cantar, che forsi Mercurio e Febo non sarian bastanti a giudicar, de' duo qual miglior canti.

Farò vedervi un passer solitario, che gode dentro una dorata gabbia, dolce nel canto, et oltra ciò sì vario, che mille uccelli in petto par ch'egli abbia;

e un mesto tortorel di stil contrario, che d'esser preso e sol piagne et arrabbia; e, senza mai cangiar sue triste tempre, altro non sa, se non lagnarsi sempre.

E si lagna talor sì amaramente, e tanto più quando altri insieme ir veda, che le cornici, ad ascoltarlo intente, s'oblian di far la desiata preda

Quasi a lo 'ncontro un rosignuol si sente, che par che gli risponda, e che gli chieda la cagion del suo pianto; alfin con gridi par che l'un l'altro a lamentar si sfidi.

Guardando dal balcone o da la loggia sull'ampie strade onde 'l giardin s'inquadra, cader vedrem, quando il sol cala o poggia, sul terren chiaro l'ombra oscura et adra;

e, presa da le pergole la foggia, formar pittura in terra sì leggiadra, ch'a ritrarne una che più vaga lustre avria fatica ogni pittore illustre.

Vedrete un cavriol, quasi dal ventre de la madre gittato alle mie falde, che salta e scherza con quelle ombre, e mentre elle movon, le assalta, e, se stan salde,

pon tra le sbarre il capo, e vuol ch'egli entre; poi che 'l calor del dì par che lo scalde, corre, e si corca sovra l'erba verde, né se ne parte sin che 'l sol non perde.

Fugge com'uom dal caldo e dalla polve, et al fresco et al rio si posa e guazza; con un de' negri il più del dì s'involve, mangia seco al catin, beve a la tazza;

e, se 'l chiama lontan, ratto si volve, e viene, e stassi umìl sotto la mazza; lo 'ntende, e tutto quel col negro face, che fa col cieco il cagnolin sagace.

Evvi un cervo; et ancor che sia silvestro, ché non ha guari che fu preso al monte, io spesso il chiamo, e pongogli un cavestro, et ei si piega acciò che su gli monte;

ond'io 'l cavalco, et ei mi porta, e destro talvolta ne l'andar volge la fronte, e mi bascia or nel piede et or nel lembo, e quand'io smonto, ei mi si getta in grembo.

Evvi una cagna bigia, che conosce l'uom da rispetto e 'l vil: ratto a le gambe si scaglia sopra l'uno, e dàgli angosce, mordegli or piede, or braccio, or uno, or ambe;

piegando umìl la coda tra le cosce, viene a l'altro, e l'odora, e bascia, e lambe; e quando a caccia augello o fiera ho morta, la preda e 'l dardo in bocca ella mi porta.

Quando Febo i cavalli al giogo accoppia, e saetta de' monti l'alte cime; e quando l'ombre in terra accorcia e stroppia, correndo il ciel per campo più sublime;

e quando oltra misura le radoppia, sì che 'l mondo di lor tutto s'opprime; arem diporto, e l'ore ch'avrà in mezzo, al palazzo, al giardino, all'aura, al rezzo.

Da poi ch'escon lo stelle, e l'aria è fresca, apriremo la porta onde al mar s'esce; gente infinita troverem, che pesca, e move guerra al travagliato pesce:

chi con le reti il prende, e chi con l'esca, chi in secco, mentre l'onda or scema or cresce; chi col tridente in man lento il mar varca, e porta il lume in poppa della barca.

Vedesi or questi or quel che 'n mar si lancia, gitta 'l piè in dietro, e 'l braccio innanzi spinge: un preme con la schiena, un con la pancia l'onda, un sull'acqua vil cadaver finge;

questi assalta quegli altri, e scherza, e ciancia; chi schermisce da lunge, e chi si stringe da presso a lutta; e chi move altra zuffa, e chi sott'acqua per fuggir s'attuffa.

Vede alcun la sua donna alla finestra, come 'l suo amor la giovane di Sesto; e, per mostrar persona agile e destra, s'alza sull'acque, e par che nuoti desto:

or nuota sovra un lato, e canta, et estra l'onde àve il capo, e tutto in acqua il resto; col modo del notar sembra Leandro, col canto augel per l'onde di Meandro.

Altri, ne' loro amor più fortunati, i cui diletti invidia altrui non morde, siedon nel lido allato ai visi amati, tra ' quai non è 'l voler forse discorde.

Altri, intorno a sampogna ragunati, o cetra ch'ha di rame le sue corde, danzano al lume de la luna scalzi, e fan mille bei giri e mille sbalzi.

Alcun, mentre costor menan lor balli, accorda all'altrui suon l'alta sua voce, e, con quella nuda arte ch'Amor dàlli, canta la fiamma che ne l'onda il coce.

Or canta la sua fede, or gli altrui falli, or cerca farsi pia donna feroce; e sfoga il cor, col rozzo incolto verso, forse più ch'altri col polito e terso.

I delfini talor, curvi e scrignuti, senz'aver tema di contrarî casi, vengono, al suon de' rustichi liuti saltando a schiera sopra 'l lido quasi.

Sì presso a terra son talor venuti, ch'entro l'arena poi si son rimasi; ma il pescator, sebben toccando il lito more, il rimette al mar donde era uscito.

E non senza cagion gli usa in quel punto il grato pescator pietoso officio; perché è 'l delfino all'uom d'amor sì giunto, che gli si deve ogni alto beneficio:

né pur ad uom che spiri, m'a defunto, delfin vid'io d'amor dar raro indicio. E pur, raro tra gli uomini vedrassi vivace amor, ch'oltra il sepolcro passi!

In questa piaggia, un dì che 'l mar più frange, vidi un delfin, che tanta fretta mise per trar, che 'l pesce nol divori e mange, col tergo a terra un uom cui l'onda uccise

ch'ei ne morì sul secco; e, mentre piange il suo morir, nel morto gli occhi affise: com'è strano il fin nostro! par che gride; te l'onda mia, me la tua terra ancide.

Chi può tutte narrar le feste e i giochi, che la sera nel lido fan costoro? Non in uno né in duo, ma in cento lochi vedrem le torme, udrem le grida loro.

Quante volte di verno accendon fochi, e tutta notte intorno vi fan coro! Un dorme, un soffia, un move a riso, un canta; chi si duol, chi s'allegra, e chi si vanta.

Chi ragiona di sarte e chi di reti chi di fila, chi d'ami e chi di nasse; un narra casi avversi, un altro lieti, ch'ira o pace di mar talor recasse.

Quel vecchion conta, come la gran Teti un tempo con Peleo si maritasse; quest'altro, che talor corse lontano, mostra il pescar che fan ne l'Oceano.

Quel loda la beltà di Leucopetra; questi la forza d'Ischia, ch'un tempo arse. Un uom che, per virtù d'erba o di pietra, invisibil tra lor potesse starse,

o sotto 'l manto della densa e tetra notte sapesse agli occhi altrui celarse, come fo io quando gli veggio et odo; avria ben di diletto un gentil modo.

Quando più l'ombra il mondo a negro smalta, e le fiere si dormono e gli augegli, vedrem (se 'l sonno allor, che gli occhi assalta, darà luogo al piacer, sì che vi svegli)

schiera di ninfe, che per l'onde salta, sparse sui bianchi colli i bei capegli, di gemme avvinti, ch'elle, or quinci or quindi, notando scelser nel gran mar de gl'Indi.

Eletta una di lor per guida e duce, vengono a mano a man danzando in frotta: sotto i candidi piè l'onda riluce, e si rallegra che da lor sia rotta.

Viensene innanzi all'altre, e le conduce Cimodocea, d'acquetar l'onde dotta: ciascuna bianca il volto, i capei bionda, vestite tutte del color dell'onda.

E meraviglia è ben, che la lor vesta d'ora in ora con l'onda il color varia; qual sull'erbe e sui fior per la foresta quello animal che si nudrisce d'aria:

bianca alla calma, negra alla tempesta, cerulea a la bonaccia, in foggia varia veston, secondo le colora il flutto, le dee del mare or allegrezza, or lutto.

L'umida falda sul ginocchio s'alza ciascuna, e 'l nodo ha su la spalla manca; nuda il petto e le mamme, e 'l bel piè scalza, mostra la carne più che latte bianca.

Il mar lascivo ad or ad or si sbalza, e bacia or il bel ventre or la bell'anca; e mentre al cader giù bolle d'amore, la schiuma e 'l piè contendon del candore.

Tra le ninfe che 'l mar sì lieto folce, vien Clio, sotto 'l cui piè l'onda si gloria, e Cidippe onorata e Ligia dolce; e spesso insieme van Primo e Licoria.

Vien Climene, che a l'altre talor molce gli orecchi e 'l cor con qualche vaga istoria; e Fire grande, e Panopea sì scaltra, e Filodoce lieta sovra ogni altra.

Vien Galatea, che 'l crin mai di ghirlanda più non s'ornò, da che 'l suo amor perdeo. S'alcun, com'io le sappia, mi domanda; lungo uso l'esser lor noto mi feo.

Vengon, chi d'una, al fin, chi d'altra banda, le più famose figlie di Nereo nel nostro sen, qualor vi si festeggia, come al più bel che su l'arene ondeggia.

Saltan con le Nereidi, che son use di girar tutto 'l mar, quanto egli è largo, le Crateridi nostre, che stan chiuse tra i monti ch'al bel sen fan ricco margo:

e l'une e l'altre insieme van confuse sì, che distinguer lor non potrebbe Argo; e Marìca, et Amalfa, e l'altre molte fan con l'onde ondeggiar le treccie sciolte.

Vedrem, dal mar più spazïoso et imo, venir per l'acqua ardendo i dei marini, cinto chi d'alga il crin grave di limo, chi di lentischi, e chi di rosmarini:

e, sforzando ciascun di giunger primo, con lieti salti e con cortesi inchini, nell'ampio sen de le cerulee linfe, verranno ad assaltar l'amate ninfe.

Verrà Nereo, vestito a color glauco, e Proteo, ch'una effigie mai non serba; e verrà Palemone, e verrà Glauco, l'un di pin coronato e l'altro d'erba:

e verrà Triton, che spesso col suon rauco cader fa l'onda, quando è più superba; e, sbandito ogni vento che 'l mar turba, si trarrà dietro al suon la vaga turba.

Si sgomentan le ninfe a prima giunta: chi fugge, e 'l dio c'ha dietro d'acqua asperge, chi va tra i sassi, e chi gira la punta del monte, e chi sott'acqua si sommerge;

ma qual ne' sassi e qual nel monte è giunta, e qual dal fondo vergognosa s'erge: convien pur che ciascuna vinta caschi, e si prendon per man femine e maschi.

Mista, la doppia schiera salta e ruota, stende le braccia, e tesse in cerchio il ballo. Il pesce intanto, ch'ivi sotto nuota, guizza sul chiaro e liquido cristallo.

Danza una ninfa in mezzo della rota, c'ha ne la destra un ramo di corallo: com'uom che giochi d'arme, il move e vibra, e spesso il vago corpo in aria libra.

Poi c'ha ballato a questa guisa un pezzo, vassene al cerchio, e prende un di quei dii; ma, pria che 'l prenda, inganna, e con bel vezzo or qua or là fa vista che s'invii.

Ben gode colui ch'ama, e tiene in prezzo il gir preso da man che più desii: tien l'altro ad onta, e 'l cor par gli sia svelto, il veder ch'altri a tanto onor sia scelto.

La vaga ninfa or move presta or lenta, or salta, or gira, or sdrucciola, or s'affrena; al fin gl'inchina, e 'l ramo gli appresenta, e con gli altri a la rota s'incatena:

quel riman dentro, e balla, e molte tenta, finché prende una e seco a danzar mena. Il ballo in somma è tal, che a ciascun lece far con altrui ciò ch'altri con lui fece.

Mentre nel molle pian dell'onde quete balleranno del mar l'umide dee, dal monte scenderan l'Oreadi liete, e tesseran sul lido alte coree;

e vi verran, se 'l passo lor darete, le Naiadi a gran fretta e le Napee; e l'Amadriadi a mille uscir vedremo, dal nostro e dal terren che intorno avemo.

Non men che quei dal mar, verran lascivi da terra i Fauni, i Satiri e i Silvani; e, contendendo a qual più tosto arrivi, da le lor ninfe prenderan la mani.

Ben che ciascuna al primo incontro schivi, non men di quelle avranno i petti umani; s'accorderanno, e, l'un con l'altro misti, balli faran da voi non più mai visti.

Van di fronzuti rami ombrosi il capo, e de' lor piè s'ode nel mar lo scoppio: e va, perché si sappia chi sia, il capo di verde selva inghirlandato a doppio.

Con la sua falce in man verrà Priapo, alle man ladre minacciando stroppio; cui par che 'l mondo reverenza porti, come a colui ch'ha la deità degli orti.

Né lasceran le mie compagne tutte (a me, Signor, compagne et a voi serve) di venir qui, dal gran desio condutte ch'han d'onorarve insieme e di vederve.

Megari ed Echia, il piè non ben rasciutte del mar ch'alle lor falde ondeggia e ferve, Antignana, e cento altre ch'io non nomo, chi trarrà ramo in man, chi fior, chi pomo.

Mergellina, più bianca che colomba, lieta verrà, che sì bel dì si goda; e, se de l'uom ne l'urna e ne la tomba cosa alcuna riman che veggia et oda,

duo verran seco, al cui cantar rimbomba la terra e l'onda, et a cui dan più loda, che a nessun dio che sia d'acqua o silvestre, le maritime ninfe e la terrestre.

L'uno è il pastor di Mincio, ch'amò tanto la bella ninfa quanto amar si possa, e comandò, che dopo morte accanto a lei chiudessen le sue nobili ossa:

l'altro è il mio pescator, non men col canto prossimo al gran pastor che con la fossa; ch'amò (seguendo in questo ancor l'esempio) la stessa ninfa, e le alzò altari e tempio.

Benché ombre sian del peso uman già scarche, non pur orror non han, che altrui spavente; ma in terra e 'n mare alla lor vista par che l'erba s'ingemmi, e l'onda s'inargente.

Verran la figlie di Vesevo, carche di bei rustichi don; verran contente Aretusa e Leucòpetra, e 'l buon Crate, da cui sono elle sovra gli occhi amate.

E Pausilipo, ancor che d'andar nieghi ove dalla sua Nisida si scoste, non men che gli altri allor, mosso a' miei prieghi, avrà le voglie a venir qui disposte:

e forse fia, ch'all'amor suo si pieghi la dura ninfa, e più ver lui s'accoste; ch'esser non può, ch'ai rai d'un sì bel giorno d'amor non arda ciò ch'è qui d'intorno.

O tra 'l piacer che vostro fia, venendo ove con tanto ardor voi sete atteso, et oltra 'l mio, che del vedervi io prendo, che raro egual per altra via n'ho preso;

non picciol pro dal venir vostro attendo, se dalle stelle non mi fia conteso; ché un'ora, che 'l piè vostro io non agogni, provederà a mille alti miei bisogni.

Più dì col ferro e coi maestri han tregua l'opre, che far nel mio giardin si denno; ché senza voi lavor non vuo' si segua, se Pallade vi fusse o 'l dio di Lenno:

perché null'arte il mio disegno adegua, né dar può condimento l'altrui senno, ch'aggradi al gusto altrui, qualor fia mostro, se 'l sal non v'entra del giudicio vostro.

Ogni cedro, ogni arancio il crine ha sparto, acciò che al legno amica man l'avvolga; una grotta, onde raro il dì mi parto finché non vedo il sol che 'l carro volga,

due logge, l'una all'austro e l'altra all'arto, dove d'ogni stagione uom si raccolga, e cento altre opre par che piangan meste, perché ciascuna così tronca reste.

E non son le due logge ignude e schiette, ma di mille color sparse e distinte; e, perché il soggiornarvi più dilette, v'aràn di molte favole dipinte:

quai son già sul pennello, e quai perfette; son altre antiche, altre di novo finte. Nella loggia, ch'al fresco si destina, pinto è l'amor di Borea e la rapina.

Il freddo Borea d'amor caldo e d'ira si vede, quando Orizia bella assale e prende, e via la porta, et or la mira in mezzo al volo, or le fa vel con l'ale.

Direte già che fende l'aria, e spira, tanto l'accorta man nel finger vale; già par che mandi fuor fiato di neve, e quei ch'ha intorno del calor rileve.

Vedesi Giove acceso di Calisto, ninfa d'Arcadia, or stella a tramontana, come dal ciel, di sue bellezze avvisto, scende, e la 'nganna in forma di Dïana;

e come, di lei fatto il dolce acquisto, ella ne perde la sembianza umana, e, trasformata in orsa, per le selve, di sé scordata, teme l'altre belve.

I fior vermigli e bianchi e persi e gialli, l'orrore e 'l verde de' selvosi monti, l'erbe de' campi e l'ombre de le valli già vi dan fresco, ancor che 'l sol sormonti.

L'acque, che sembran lucidi cristalli, e mostran far tra l'erbe rivi e fonti, vi fanno un fresco immaginar e un'aura, ch'ogni noia di caldo vi ristaura.

Ne la loggia che mira al tepido austro dipinto han di Fetonte il duro caso. Si vede Febo uscir dell'aureo claustro, e 'n man portar d'unguento un picciol vaso;

e pria che 'l figlio ascenda il suo bel plaustro, ungergli e fronte e bocca et occhi e naso: tanta ne' bei colori arte si trova, che par che 'l carro splenda, e che si mova.

Primavera, di fior cinta le tempie, State, ignuda e di spiche avvolta il crine, Autunno, di vin lordo onde i vasi empie, Verno, la barba e 'l crin sparso di brine,

l'Ore, che son quaggiù sì ladre et empie, che fan di quanto ha 'l mondo alte rapine, il Giorno, e gli altri tempi, al re del lume stan quai ministri intorno, e tutti han piume.

Scorgonsi al mesto padre d'amor segni e note d'alto duol nel volto espresse: par ch'al figlio animoso il carro assegni, e gli abbia in man le redine già messe;

e che 'l camin gli additi, e che gl'insegni, ch'usi più fren che sprone, e né dimesse l'ardenti rote, né troppo alte guide. Già parte il carro, e quasi rota e stride.

Già sen va il novo auriga senza intoppo, e mostra in faccia or gaudio or meraviglia; par ch'abbia a vil l'andarsen di galoppo, e in picciol muro sembra correr miglia.

Eccol, da terra allontanato troppo, che, sbigottito, non può stringer briglia: gli sfrenati destrieri, or bassi or alti, corron focosi il cielo a maggior salti.

Al giovane nel corso or si fa incontra Leone, or Serpa; or Can mostra avventarsi: a ciascun passo l'infelice scontra le fiere e i mostri per lo ciel già sparsi.

Eccol ch'al torto Scorpïon s'incontra, e 'l fren di man del tutto lascia andarsi: versan fiamme i destrieri in ciascun loco, e 'l mondo tutto par che vada a foco.

Arde la fiamma l'erbe, i fiumi secca, e strugge ogni materia onde s'impingua; arde la terra, et ondeggiando lecca fin sopra 'l ciel con la vorace lingua.

La Terra, arsa i capei, le labra secca, or par Nettunno, che 'l gran foco estingua, pregare, or Giove, che dal ciel risguarde lo 'ndegno ardor che la divora et arde,

Vedesi il re del ciel, che d'alto guata lo 'ncendio ch'alle stelle timor pone, alzar la destra di saetta armata, e fulminar il misero garzone.

Nel cielo de la loggia è disegnata l'istoria; e Giove in mezzo par che tone: dipinto è giù nel muro, in ver' le porte, l'arder del mondo e del fanciul la morte.

Ne le mura d'intorno, ove i colori sparsi par ch'abbian cento aprili e maggi, son dipinti del Sol tutti gli amori, che son più quasi che non spunta ei raggi.

Quai chiusi in arbor, quai cangiati in fiori, piangon per fiumi e luoghi aspri e selvaggi: l'onor del ciel si vede, il chiaro Apollo, guidar per terra i buoi con verga in collo.

Vedesi, come per amor si furi spesso a sua forma, e sotto altrui si celi; come or doppi 'l suo lume et or l'oscuri, e cangi lieto con le selve i cieli.

Il veder foco e sol per tutti i muri par che vi scaldi, ancor che 'l mondo geli: quasi vi scalda alla stagion più fredda, come l'altra alla calda vi raffredda.

Vedrete ove s'intesse un laberinto di ginebro, i cui tronchi edera avvince; e 'l muro intorno, ove sarà dipinto (quest'opra ho gran desio che si comince)

ogni battaglia che 'l re nostro ha vinto, o sia terra o sia mar dove si vince, o 'l mio Garzia, dietro al suo augello invitto, or fu seguace or capo nel conflitto.

E benché 'l buon Signor contenda e pugne d'impedir la bella opra quanto puote, e vorria, in luogo di moderne pugne, por cose dal suo tempo più rimota,

parendo a lui ch'a l'onestà ripugne, ch'uom ne' suoi tetti le sue glorie note; io farò sì, ch'al mio voler s'acquete, e de' suoi chiari onor s'orni il parete.

Non pur le cose che di lui riporta per suoi dritti sentier la vaga fama; ma mi sono ingegnata per via torta di saperne assai più, con maggior brama:

ché non fu mai tra ' Greci spia sì accorta, quanto è il cor de la donna, quando ell'ama; e chi è sì sciocca, che d'intender lasce l'esser del suo signor sin dalla fasce?

Comincerà dal tempo che, fanciullo, dal suo soverchio ardir preso consiglio, notturno e piano (e de' suoi seco nullo), fe' l'onorata fuga e 'l chiaro esiglio;

e l'età nata agli ozj et al trastullo pose audace agli affanni et al periglio; e, cavalcando ognor per terren dubbio, corse dal patrio Ibero al gran Danubbio.

Dal patrio Ibero al gran Danubio corse (sì d'onor vago nel travaglio esulta), per gir dove il suo re giva ad opporse al Turco, che Ungheria superbo insulta.

Da quel dì fin ad or, quanto gli occorse d'onor ne l'età verde e ne l'adulta, io vo' che nel bel muro si dipinga, e 'n poco spazio tutto si ristringa.

Vedrassi, come 'l mar, vincendo, solchi or delle fredde genti or de le aduste; e come spesso dietro si rimolchi or galee di nemici, or navi, or fuste;

e d'altro pregio, che di quel di Colchi, riedan le sue dal mar dell'Asia onuste: vedrem di là i nimici prigion fatti, e di qua i nostri di catena tratti.

Parrà, che 'l Turco e 'l Moro e l'Etïopo piangan lo stato lor, misero e duro; e che i Cristiani vadan lieti, dopo Dio lui lodando, onde riscossi furo.

E ben sarà d'arte mirabil uopo alla man che colora il nobil muro, per ritrar tanti fatti e sì diversi, che 'n mar da lui tra sì pochi anni fersi.

Vedrassi il Moro, che da' merli conta i legni sorti in tempestosa piaggia; et ei, ch'ardito nell'arena smonta, acciò 'l nemico muro a terra caggia:

e, perché 'l mar di fargli oltraggio et onta, o l'astuto African tempo non aggia; parrà, che, con terror di tutta Libia, assalti, e batta, e prenda la Calibia.

Vedrassi quando giù del mar scavalca, di proprie glorie ricco e d'altrui spoglie; del popol che l'attende la gran calca umil gl'inchina, e lieto sel raccoglie:

et ei col nobil piè che 'l terren calca, e vanne al tempio, come d'acqua il toglie; indi viene a la vostra alta presenzia, cui deve la seconda reverenzia.

Parrà dove d'onor fe' sol guadagno, e dove l'ebbe con altrui commune; vedrassi il Doria, sì famoso e magno, e ne le buone e ne le rie fortune

porselo allato, a guisa di compagno; e, senza mezzo oprar che l'importune, il giovanetto valoroso e scaltro or d'un peso onorato, et or d'un altro.

Non vorrei, che 'l parlar tant'oltra andassi, Signor, che 'l mio gioir fusse a voi noia. Quanto, insomma, s'udrà, quanto vedrassi, concludo, che sarà diporto e gioia.

S'io mento, i regni miei sian tronchi e sassi, e nel mio grembo ogni erba, ogni fior moia; a, quel che d'ogni mal fòra assai peggio, non veda io mai quel ch'oggi bramo e cheggio.

Deh venite, Signor, venite tosto a chi via più che 'l sol v'ama ed attende: e se v'insidia il mal che s'è nascosto fra il piè grave, e 'l venir qui vi contende;

sul mio terren l'avrete a pena posto, che ne fia tolto il mal che tanti offende: ché l'erbe dal piè stesso avran virtute, onde agli altri et a voi porgan salute.

Ecco Pomona qui, che vi consagra un nuovo autunno, e Flora un novo maggio. Deh, venite al terren che per voi flagra, e spera fiorir gemme al vostro raggio!

Così la rea, nodosa, empia podagra, che l'altrieri ebbe ardir di farvi oltraggio, al vostro alto valor vinta si renda, sì che 'l piè ch'io desio non mi contenda.

Così non noccia mai freddo né caldo alla beltà del vostro Campiglione; né i poggi ch'a lui fan cerchio sì saldo sentano incontro d'austro o d'aquilone;

e tornin gemme i fior, l'erbe smeraldo, acciò ch'aggian di voi degne corone: e sia, giovando a l'erbe, ovunque cada, oro la pioggia, argento la rugiada!

Ondeggi sempre al ricco armento innanzi fresca erba, e corran rivi, et aura vole; né in parte ove si vada, ove si stanzi, fera entri, o morbo, od altro ond'uom si dole.

In numero e in beltà sia tal, ch'avanzi quei del re Admeto, ch'ebbe in guardia il Sole: o 'l giorno breve aghiacci, o 'l lungo infiamme, pendan piene di nettar le sue mamme.

E non vi nasca vacca che non sia d'alta bellezza adorna, a par di quella che fe' Giunon languir di gelosia, sì che pose cent'occhi in guardia d'ella;

né toro che non abbia leggiadria, a par di quel ch'amò Pasife bella: paia (tai siano e le fattezze e 'l pelo) della razza del Toro ch'è nel cielo.

E 'l buon bifolco, che, al governo eletto dell'armento gentil, d'Arno si move, e la compagna dell'erboso letto, che cerca col suo sposo selve nove,

qui si vivano in pace et in diletto, né sentan mai desio di gire altrove. Il dio Pan, d'ogni tempo, e la dea Pale l'armento e lor difendan d'ogni male.

S'io avessi, Signor, più acconcio stile, mentre cerco rimedio al mio cordoglio; io non ho tanti fiori a mezzo aprile, quando più bella al mondo apparir soglio,

quante direi parole, onde il gentile vostro animo piegassi a quel ch'io voglio: pur, s'io fallai nel dir, rustica e scempia, la bontà vostra il mio difetto adempia.

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Clorida. · Luigi Tansillo · Poetry Cove