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1510–1568

CAPITOLO VII

Luigi Tansillo

Piangete, occhi miei lassi, occhi, piangete, versate omai giù per le guance un fiume, poi ch'il mio bel tesor più non vedrete. Occhi, piangete, poi ch'il vostro lume

s'è nascosto da voi; piangete tanto, fin che la vita in pianger si consume. Occhi miei, raddoppiate il vostro pianto, poi che vi è tolto di mirar più quella

che tenea di beltade il pregio e 'l vanto. Udite, orecchie mie, l'aspra novella: è spento ogni mio ben, e non vi lice ascoltar più l'angelica favella.

Non pascerà più voi, chiaro e felice, quel suon delle dolcissime parole, che fur dell'arder mio prima radice. O stanchi piedi miei, già non mi duole

stancarvi più; ma che vi è tolto il gire a riveder colei ch'il mio cor suole. Come potrete, o passi miei, soffrire dell'usato camin vedervi fora;

né poter più l'alta beltà seguire? Dunque, occhi, orecchie e piedi miei, siate ora ciechi, sordi ed infermi, ché vi è tolto vederla, udirla e ritrovarla ognora.

Ma tu, pensier, che da me vago e sciolto trovar puoi il mio sol al primo volo, ché non stai senza lui poco né molto, scoprili il nostro affanno e 'l comun duolo:

so che tu messaggier fidato sei; dille ch'io vivo, e ch'io mi pasco solo di pianger sempre e di pensar in lei.

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