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1510–1568

CAPITOLO V

Luigi Tansillo

Se quel dolor, che va innanzi al morire, è tal ch'agguagli al mio, ciascun mortale si dolga d'esser nato, e se n'adire. Ma non cred'io, che morte, quand'assale

e quando de la vita il filo incide, porga dolor, ch'al mio se n' vada eguale. Quando si more, il corpo sol s'uccide, ma quando uom, ch'ama, dal suo ben diparte,

l'anima, ch'era intègra, si divide. Anzi la più perfetta e miglior parte ne gli occhi altrui riposta si rimane, ch'amor di propria man la tronca e parte.

Dunque, da voi convien ch'io m'allontane, o dell'anima mia parte più cara, per commetter la vita all'onde insane. O dì, che mal per me Febo rischiara,

e qual serà, giungendo, la partita, s'aspettandola solo, ell'è sì amara? Dammi, pietosa morte, a tempo aita: s'esser mi dee del ben la via precisa:

prima che parta il piè, parta la vita. Meglio è, lasciando qui la carne uccisa, rimanersi con voi quest'alma intera, che, lontana da voi, girsen divisa!

O fortuna volubile e leggiera! a pena viddi il sol, che ne fui privo; e al cominciar del dì giunse la sera. Lunge da voi (se da voi lunge io vivo!),

le lacrime, il pensiero e la speranza serranno cibo mio, d'ogn'altro schivo. E se da lungo pianto ora m'avanza, il sonno in braccio, per pietà, mi renda

la bella, cara e angelica sembianza. Ma questo, ahimè, tem'io ch'in van s'attenda: come il sonno, amator de le fredd'ombre, portar può cosa, che tant'arda e splenda?

Né fia ch'uman pensier depinga ed ombre celeste lume, ond'il bel viso è adorno, sì che dal tristo cor le nebbie sgombre. Né, perch'io vada ove che nasce il giorno,

avrà mai raggio il sol così lucente, che mi sgombre le tenebre d'intorno. Altr'aurora bisogna, altr'oriente a gli occhi miei, per cui, senza voi, sono

il cielo oscuro e le sue luci spente. Misero!, ché, pensando a quel ch'io sono, ed a quel che serrò, preso il viaggio, quasi m'offende del bel guardo il dono.

Un tempo io mi credea, ch'avendo il raggio de' begli occhi presente, e cielo e terra non avessin bastato a farmi oltraggio. Or ciò che vedo, lasso!, mi fa guerra;

ma il bel guardo divin, per cui m'alzai fin sovra il ciel, è quel che più m'atterra. Mirando de' bei lumi i dolci rai, voce par ch'oda, ch'ivi dentro gridi:

— Questi son gli occhi, onde tu lunge andrai! — Occhi, de' miei desiri e d'amor nidi, vorrei chiedervi in don qualche mercede, pria che l'aura mi tolga ai cari lidi;

Ma il vostro duro orgoglio, che non crede l'immenso ardor, ch'in picciol tempo crebbe, d'aver mercé da voi non mi dà fede. Una pur chiederò, che, a ciascun debbe

darsi, ed è tal, che, benché d'odio accesi, l'un nemico talor da l'altro l'ebbe. Occhi, s'io moro, e fia chi ve 'l palesi, perché voi, vivi, abbiate lode, ed io,

morto, abbia qualche onor, siate cortesi d'una lacrima vostra al cener mio.

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