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1510–1568

CANZONE XXIII

Luigi Tansillo

Donna d'alto valor, nova guerriera, ch'avendo con gli affanni e coi diletti vinte battaglie d'immortal memoria, di terreni trofei nel cielo eretti

qual vencitrice non ven' gite altiera, ma, più che vinta, umìl, d'ogni vittoria sacrando a Dio la gloria; non perché speri alzar tant' alto il suono

de le mie voci, che sentir mi faccia; ma perch' io sol non taccia quel, ch' ogni uom grida; tal qual io mi sono vengo lieto a cantar degli onor vostri;

e perch' al mondo io mostri, che non ho il cor così spietato ed empio, che d' entrar lasci al sacro e nobil Tempio. Veggio più chiari onor, più lode belle

al nome vostro fiammeggiar d'intorno, ed ogni nebbia vil torsi d' avanti, che non ha Cintia, poiché spento è il giorno, da tutti i lati suoi schiere di stelle;

ond'io non so qual più lodar fra tanti. O lumi onesti e santi! O real fronte! o bocca, ond' uscir suole virtù da spirar vita al cener sparso,

e chi sarebbe scarso a voi già mai di voce e di parole? O del più chiaro stil caro soggetto, poiché più degno oggetto

del vostro innanzi agli occhi offrir mi veggio, se non canto di voi, perdon vi chieggio. Ma se queste bellezze, che vi fanno d'intorno all'alma corruttibil velo,

ingegno uman non può lodar a pieno; o, per bear la terra, eletta in cielo, come le rime mie cantar potranno le divine eccellenze, onde ripieno

v' ha Dio l'eterno seno? Vorrei ch' al tempo mio Roma ed Atena, ch' ebber di le due lingue le corone, dal regno di Plutone

potessen rivocare, e da la pena, quanti alti ingegni e quante nobil alme ebber mai lauri e palme nei teatri e nei fori, in voci e in carte,

perché de' vostri onor cantassen parte. Com' oggi il secol mio non ode tromba, che poggi ella col suon, dove poggiate voi con l'ardor dell'opre a Dio sì care;

così donna già mai l'antica etate non arse in pira, né rinchiuse in tomba, che di virtù e d'onor gisse a voi pare. E s'alcune son chiare,

son per la luce altrui, non per la propria: e se quanto convien di voi non s'ode cantar, sete di lode povera sol, per troppo averne copia.

Ma se tra' morti (ove che siano), sàssi ciò che tra' vivi fassi; non è forse di là spirto sì egregio, che con voi non cangiasse ogni suo pregio.

Poch' animi lodati in terra furo, che la strada d'onor calcasser dritta, senza mai declinar dall'alta via. Taccio ogni istoria, che d'altrui sia scritta:

che non è cor sì forte e sì sicuro che da buona fortuna o ver da ria vinto talor non sia; sol di voi non si trova orma, che schivi

l'alto camin, ch'alza il mortal da terra, e con continua guerra l'invidia, che l'onor contende ai vivi, con la vertute avete in guisa doma,

ch'ella stessa vi noma; e quel pregio a voi, viva, dar si vede, ch'il mondo a pochi dopo morte diede. Beata voi, che non pur viva ancora,

ma intera e bella e nell'età gradita, quel nome e quella gloria vi godete, che gli altri comprar soglion con la vita! Come vi loda ognun, come vi onora

Italia tutta, voi stessa vedete, senza che morte o Lete dei vostri onor vi turbi, o tolga il gusto. E si vedria se non fosse idolàtria,

la vostra nobil patria adorar voi, via più che Roma Augusto. Dì fian che non in un, ma in mille templi si leggeran gli esempli

de le vittorie vostre alte e stupende, che seran chiare, ovunque il sol risplende. Qual pompa trionfal fu vista trarsi per l'alta Roma, a tempo che regina

sedea del mondo, ch'or la chiama ancella, ch'al trionfo, all'onor ch'a voi destina, il vostro alto valor possa agguagliarsi? Non fiumi, né cittadi, né castella,

non questa gente e quella seran del carro vostro i vani onori; ma d'eterne catene tutti avvinti gli affetti, onde fur vinti

molti, che fur del mondo vincitori. E, perch' il vostro onor non si defraude de la maggior sua laude, voi fra' vostri prigion sarete messa,

e vedrem trionfar voi di voi stessa. Poiché nel cor' illustre, ov' armonia celeste il mondo tempra l'alma cantando e l'inclita Aragona,

canzon, tua voce suona sì mal, ch'il dolce altrui concento stempra; esci del Tempio, e innanzi al Tempio china, dirai: —Alma divina,

non prender, priego, umane note a sdegno: gradisci il buon voler, se non l'ingegno.-

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