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1510–1568

CANZONE XXI

Luigi Tansillo

Eletto in ciel, possente e sommo Padre, ch'al maggior uopo, ai più turbati tempi vesti il gran manto, e l'alta sede ingombre, acciò che degli error malvagi ed empi

con l'alto tuo saper le nebbie sgombre, ch'ai chiari rai fan bende oscure ed adre della Donna a Dio sposa ed a noi madre; s'eternamente in vita ella si sieda,

e col piè calchi l'altrui insidie e l'armi; breve ora al suon dei miei interdetti carmi delle tue sante leggi il rigor ceda, sì che intanto, ch'io chieda

perdon, non pecchi, o i santi orecchi offenda, ma con quella, ond'errai, chieda l'emenda. Né prime son, né ultime, fian queste rime, sacre al tuo nome, alto, immortale.

Cantai ben altre, che nel sen mi guardo; ma la sù di volar non ebber ale, né virtù d'affisar sublime sguardo ch'abbaglia occhio mortal lume celeste.

E n'avrai più, se 'l tuo favor mi preste, sì ch'il chiuso Elicona mi sia aperto. E chi può star che non descriva o cante tua vita, tue grand'opre, e poscia e innante

ch'il piè illustre poggiasse a par del merto? Ed è ben degno certo, ch'abbi tu vivo in ciel parte e governo, poscia che 'l mondo avesti sempre a scherno.

Splendor di sangue e d'avi in pace e in guerra, ed oro e gemme e cerchi e mitre ed ostri, e tanti tuoi, ch' han tanti maggior gradi, e tutto quel ch'ammiran gli occhi nostri,

tu dispregiasti; onde cotanto aggradi al re del ciel, che ti destina in terra quel gran poter, ch'apre il suo regno e serra. Né invan la Providenza alta e suprema,

che tutto vede ed a cui nulla è lunge, due nomi, il Paolo e 'l Piero, in te congiunge, l'un con le fasce e l'altro col diadema, perché ognun t'ami e tema;

com'or, che mentre d'ambi l'orme segui, l'un col sermon, l'altro con l'opre adegui. Vero seguace del buon Padre, a cui manda il Signor, che tante e tante volte

largo perdoni, fin che fragil pecche, peccai, me stesso accuso: a Dio rivolte ho lingua e mano:ambedue tronche o secche vorrei piuttosto aver, ch'esser, qual fui,

cagion talor d'obliqui esempi altrui; ma fu quel mio peccar sul verde aprile degli anni, che non han frutto, né senno; né vaghezza o speranza errar mi fenno

d'alzar mio nome con sì basso stile; error fu giovanile quel, ch', attempato, oggi riprendo e scuso: ché 'l quinto lustro ancor non avea chiuso.

Finsi (e pentito poi ne piansi indarno, che in altro errar lo stil non mi rimembra) rozzo villan sotto festose larve; ma di tal modo gli adombrai le membra,

ch'altrui gioioso e non lascivo parve; e sol pensai scherzar fra il Liri e 'l Sarno, non già ch'il Tebro l'ascoltasse e l'Arno. Per quella gioia, ch'ebbe l'Uscier santo

(s'accrescer si può gioia in paradiso), quando te vide al suo gran trono assiso (ché raro uom dopo lui l'empìo cotanto), prendi in grado il mio pianto:

le note, ch'il mio dir dannan per sempre, sien casse, prego, o il lor rigor si tempre. Ch'un sol de' miei, malnato incauto figlio, all'osservanza ed all' onor deroghi

del viver casto, e dei costumi gravi, io medesmo il condanno, che dai luoghi, ov'aprir ponno il ciel tue sante chiavi, egli abbia eterno e vergognoso esiglio;

ma chi non porse altrui forza o consiglio, né seco a parte andò d'alcun suo eccesso, non sbandir, Pastor giusto, dal tuo gregge. Suol ben l'umana e la divina legge

fallo orribil, dai padri già commesso, stender nei figli spesso; ma di qualunque enormi alti peccati non usò di punir frate ne' frati.

Son gli altri suoi fratei candidi, onesti, nati di puri e leciti imenei, né carta unqua vergâr d'indegne note. Qual canta i pregi altrui, qual gli ardor miei;

voci, ch'ogni bell'alma aggradir puote; qual gli umani accidenti or lieti or mesti, e qual dei nostri eroi gl'incliti gesti. Un è, che volto a Dio lo stile e il core,

canta le amare lagrime, che sparse, poiché il gran Re vêr lui degnò girarse, il Nocchier santo, il nobil Pescatore, di cui tu successore

sei nel sacro timone e nella barca, che scogli e mar per te sicura varca. Le lagrime, i sospiri, e le querele, che dagli occhi e dal petto uscîr di Pietro,

mentre il Signor del ciel sotterra giacque, contempla sì devoto, e spiega in metro, ch'a dotte orecchie e pie spesso udir piacque: e molti oggi del coro più fedele

bramano, ch'esca; e lor grava, che 'l cele. E giurerei, che 'l tuo divin pensiero, ch'è sempre mosso da chi move il cielo, si volse a me per riscaldar il gelo,

ch'ir mi fea pigro all'opra, da cui spero guadagno d'onor vero, non pur ristor del danno, ch'altri fea; tal che il buon giovi, quanto nocque il reo.

Ma come farsi udir, come uscir fuora potrà del tristo albergo all'aria lieta, se la man, ch'apre il ciel, non gli apre l'uscio? O come vi starà, s'ella gliel vieta?

Qual augellin, che père entro il suo guscio, tal ei dentro il mio petto, ove dimora, e là, 've nacque, converrà che mora. L'alta bontà, che il tuo valor fe' degno

di regger l'arca, onde si salva il mondo, e del terreno e del celeste pondo, spenga in quel cor sì saggio il giusto sdegno. Così il commesso legno,

cui Borea assale, i venti spregi e l'onda; e al tuo piè cada quanto il mar circonda. Aver la mente d'ogni macchia pura, e creder, pio, quel che vulgo empio nega,

vagliami sì, ch'angel pietoso porte al tuo cospetto voce d'uom, che prega, e più che 'l fiero strale della morte teme il flagello della tua censura.

Non pur tra' sette monti e l'alte mura, e ovunque sia mia debil fama sparta; ma al santo lato, al tuo sacrato nido avrò dell'esser mio testimon fido,

e qual miei giorni d'ora in ora io parta. Fu, gran Padre, la carta vana talor, la vita sempre onesta; e tal sarà quanto di lei mi resta.

Vedrai, Canzon, ma sconosciuta, il Tebro: non t'appressar profana al divin tetto, né la croce baciar sul sacro piede; ma lunge al suo passar grida mercede,

e dì, l'altrui narrando, il mio difetto: che in quel beato petto, u' le cure del mondo e del ciel sono, “Spero trovar pietà, non che perdono”.

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