Deh!, se fra tanti poggi, che al vaso del tuo seno gittan l'acque, onde si lavan, pur che piova o fiocchi, vi fusser quegli, Aufìdo mio, che tocchi
dal bianco piè vid'io (mentr'a lei piacque), de la mia ninfa, ed oggi son dal bel guardo suo fatti sereni; quanto dolci sarian l'onde che meni,
qualor nevica o piove! Il nettare di Giove, e ciò che all'altrui gusto aggradò mai, foran de l'acque tue men dolci assai.
Quanto caro t'avrei, se fusse ciò, bel rio, più ch'io non aggio! Tu mi vedresti e notte e dì devoto or ber ne le tue rive, or gir a nuoto
per mezzo l'onde, e lunge dal bel raggio viver teco vorrei, e, quand'ombrass'il ciel più oscuro nembo, più lieto allor ti salterei nel grembo,
bramoso d'esser ivi al giunger de' bei rivi; e forse un dì, mentre m'attuffo ed ergo, trasformar mi vedresti in cigno o in mergo.
Ma chi potria vietarmi, se l'ale ai fianchi io mi vedessi e i vanni, che ratto a la mia ninfa io non volassi? E, perché al mio apparir non s'appiattassi,
membrando de li dii gli antichi inganni, guarderei d'appressarmi troppo a la luce, che fin qua mi giunge. Basteriami vederla, e star da lunge,
ed or, col becco pieno di fiori, al casto seno far olocausto; or con devoto canto portar vago per l'aria il nome santo.
La voce a poco a poco manca, e la doglia tuttavia s'avaccia; e la notte, sdegnata ch'io l'uccida l'alto silenzio suo con le mie strida,
di freddo e d'ombra armata, mi minaccia. Tempo è ch'io cangi loco. Ma chi nel petto ha il foco, perché deve temer d'ombra e di gelo?
Siami letto la terra e manto il cielo, mentre il sol si nasconde. Tempra, bel fiume, l'onde, e poi che del mio mal più non ragiono,
invitami a dormir col rauco suono.
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