Skip to content
1510–1568

CANZONE XV

Luigi Tansillo

— Tu che, da me lontana, ora gradita non ne menavi, ed ermi ti parean l'acque e i lidi, ove io non era; or t'appaghi menar tutta la vita,

sicura di vedermi non mai pur col pensier, perfida fiera; tu ne' sassi di nera nota, quand'er'io lunge,

non pur i dì, che ti parean sì gravi, ma l'ore tutte di tua man segnavi! Or da me ti disgiunge per sempre il Cielo e lega ad altrui nodi;

e tu, fera, il consenti e te ne godi! Forse mi lasci, perché tutta io fondo sul mar la vita, dove tanto fortuna opra sue leggi ingiuste?

E che altro, che mare, e tutto il mondo, ch'ogni vento il commove? O spregi queste carni aspre e robuste, dalle fatiche aduste?

Vòlgiti un poco, e pensa. Proteo, nume del mar, non guarda e regge, sudando per li scogli, il marin gregge? Glauco, ch'or siede a mensa

coi dii, duro le mani e scalzo il piede, non trasse al lido le scagliose prede? Non son vil pescator, che 'l dì mi corche sovra i sassi, e mendìche,

con l'umil canna, il cibo, ond'uom si vive; ma seguo col tridente e foche ed orche, che per l'onde nemiche vengono a depredar le nostre rive;

e n'ho di vita prive più d'una e più di due. Oimè!, tu fuggi i lidi, ov'io dimoro; ed io per te spregiai l'arene d'oro,

di che alle ninfe sue fa letto il ricco fiume, dove io nacqui; e quanto spiaccio a te, tanto a lor piacqui. Come t'uscîr sì tosto di memoria

le dolci oneste ciancie, che versaron tra noi sì lungamente? E i giuochi celebrati per tua gloria, che di livor le guancie

alle ninfe del mar tinser sovente? Come t'uscîr di mente i doni, che sì spesso da queste mani, e così rari, avevi?

Le reti a bei lavor, che tu solevi giurar, ch'al pesce stesso, ch'uscia de l'acqua in sì bei nodi avvolto, il perder libertà non dolea molto?

Le fila a più colori, i dorati ami, ch'ebb'io, da i novi mondi, non pur da' lidi liguri e da' celti? Gli arbuscei di coralli a cento rami,

sott'acqua, da profondi acuti scogli, a gran fatica svelti? I pesci ch'eran scelti tra quante reti e nasse

traean dal Faro or questa riva or quella; onde mai non uscìa cosa sì bella, ch'a te non ti serbasse: né i pesci pur che si traean ne' lidi,

ma quanti augei fean per quegli antri nidi? Quante fiate Alcione e Ceìce s'han visto rimanere preda della tua man con l'ale tronche!

Fin dal monte, ove Circe, incantatrice, d'uomini, vòlti in fiere, empiva i campi, i boschi e le spelonche, recai l'ostre e le conche

talor, se ti rimembra. Deh!, che vi fusse Circe a' tempi nostri, che in un mi trasformasse di quei mostri; e, cangiando io le membra,

sì come tu, crudel, cangi le voglie, scordassi la cagion delle mie doglie. Mostrami il lido, ove quell'erba nasce, che, tocca la tua lingua,

ratto ti volse, o Glauco padre, in pesce; ché, gustandola anch'io, la terra lasce, e in mezzo a l'acque estingua il foce mio, che in ogni parte cresce.

Lasso!, non ti rincresce, ch'un uom, che tanto vale ne l'acqua, oggi nel foco si consumi? Ricòrdati che pria che cento fiumi

ti purgâr del mortale, e 'l collegio del mar ti fece dio, già fosti pescator, come son io. Lasso!, non odi, ed io pur grido, o Glauco?

Sarai tu forse sordo, o Glauco, a me sopra quest'onde, come io fui sul Faro a Proteo, quando, rauco (io ben me ne ricordo,

e 'n ricordarlo arricciansi le chiome!), chiamandomi per nome: “Fuggi (gridommi), o figlio; fuggi le rive infami e l'onde inique;

e se non credi a le memorie antique, credi al novo periglio: ché nova fiera in questo mar vedrai, più rea di Scilla e di Cariddi assai!”.

Così piangeva; ed ecco mentre il tartareo fabro prova i folgori suoi, repente un tuono intronò l'aria. Quell'orribil sòno,

lung'ora, e il monte scabro e gli arsi scogli rimbombâro e l'acque. Destossi Albano, e attonito si tacque.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CANZONE XV · Luigi Tansillo · Poetry Cove