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1510–1568

CANZONE XIX

Luigi Tansillo

Poich'il dolor, che notte e dì tormenta i dolci membri di mia donna, vole dentr'al suo petto occider la mia vita, ragion non è ch'al mio morir consenta

senza cercar, da chi può darmi, aita. E perché l'alma, al gran bisogno intenta, a pianger più, ch'a poetar m'invita, né finger può chi da dover si dole,

ma qual è il cor, tali escon le parole; non volgo i prieghi al dio, che nacque in Delo, e fu il primiero che curasse infermo, ma a Te, padre e motore e re del cielo,

solo per cui da morte si fa schermo, pria che di vita l'altrui mal mi spogli. Signor cortese, accogli queste lacrime mie, dal cor mandate

in grembo al fonte de la Tua pietate. So ben che negli eterni Tuoi soggiorni mai uscio a' prieghi onesti non si serra; e, qual vi poggia, vòto d'onestade,

vòto di grazia giù convien che torni; ond'ir potran per le celesti strade i miei, senza che tema li distorni, poiché parton di qua per le più rade

e più degne cagion, che da la terra, ove si vive in sì continua guerra, priego a' miei dì mortal là giù poggiasse, ch'a mover l'alta Tua bontà bastasse.

E se 'l petto, dond'escon, non è tale, dico che l'altrui piango, e no' il mio male; no' il pregator, ma la cagion de' prieghi, alto Signor, Ti pieghi:

mira qual sia de la mia donna il petto, e del suo merto adempi il mio difetto. Benché l'acque, che versan gli occhi miei, non pur dovrian sul ciel trovar mercede,

ma ancor nova pietà giù nell'inferno; non è quel, che seguir mi fa costei, ardor a tempo, ma ligame eterno: l'eterno adoro e no' 'l mortal di lei.

A che scovrir il mio desir interno a chi non meno il cor, che il volto vede? Volgi i santi occhi giù da l'alta sede e cerca ogni cagion del mio pensiero:

Tu troverai, ch'ove ch'io vada o giaccia, unqua non penso, né desio, né spero, cosa, Signor, ch'a Tua bontà non piaccia; né mai da la cagion del mio martìre

ne nacque un vil desire; anzi, volgendo gli occhi in quel bel viso, mi s'apron mille vie del paradiso. Dunque la Tua pietate e l'altrui merto

e i miei santi desir congiunti insieme faccian l'umil pregar di grazia degno: per quanto duol, Signor, fu mai sofferto dal nobil corpo Tuo sul duro legno;

e per quel santo lato, che fu aperto per aprirne del cielo il chiuso regno, scaccia il dolor, ch'un de' bei corpi preme che mai qui giù nascesse d'uman seme.

Re di pietà, come versaron fuora del lato Tuo, del sangue e d'acqua l'onde, dal casto petto e dal bel corpo ancora esca fuor il dolor, ch'entro s'asconde,

e fa due vite insieme venir manco: non consentir ch'un fianco, che mai ferir non valse stral d'amore, si faccia ognor bersaglio di dolore.

Ciò che splende là suso e ciò che scopre di bello, occhio mortale: il foco e l'aria, la spaziosa terra, il mar profondo, quanto sostiene il cielo e quanto copre,

tutto fosti Tu sol, Signor giocondo, salvo il male e la morte, che son opre dall'avversario Tuo prodotte al mondo, E queste ancor, quantunque di contraria

parte sian nate, ed altri in noi le guide, sotto l'imperio Tuo si stanno in pace: tanto la morte assale e tanto ancide, e tanto noce il mal, quanto a Te piace.

Dunque il dolor, che la mia donna afflige, mandai ne l'atra Stige, o venga al petto mio, ché mi fia grato per la virtù del loco, ov'egli è stato.

E se lasciar non vuol la bella stanza del corpo, ove or si stende, empio e superbo, per non perder la gloria, ch'ivi attende, troverà nel mio petto la sembianza

del bel che lascia, che nel cor risplende. Così potrà seguir la fiera usanza, prendendosi il piacer, ch'ora si prende, presso al bel viso che nell'alma serbo,

ed addolcir il mio cordoglio acerbo. Né tema, ch'al venir gli usi riparo, o cerchi modo da cacciarnel via, anz'il terrò qui dentro così caro,

come l'imagin de la donna mia. Venga il mal, dunque, e se mi degna a tanto, potrò ben dir: — Fra quanto per l'ampia terra giaccia, e il mar ondeggi,

“ben non ha il mondo, ch'il mio mal pareggi.” Come concordi fur tutte le stelle, quando l'alma gentil nel mondo venne, a far intègra la beltà celeste;

ed, accordando queste parti e quelle, quai dolci, quai leggiadre e tutt'oneste, con sì nov'armonia temprò le belle membra e lo spirto, che di lor si veste,

che di nova bellezza il pregio ottenne. Perché, poi ch'il bel peso ella sostenne, non sono sì concordi gli elementi a regger sempre in terra la bell'opra,

sì in conservarla essi qua giuso intenti, come le stelle a farla fur di sopra? Ma se quai fur ne la beltà le tempre al nascer suo, mai sempre

fosser nel viver, duol non sentirebbe, né per girar di ciel morir potrebbe. S'avesse egual la vita a la bellezza questa novella e singolar fenice,

rotte serian le leggi di natura, o di cento Cumane la vecchiezza vincerian gli anni suoi fuor di misura. Se pur tante eccellenze Morte sprezza,

e il bel corpo e l'angelica figura, e tutto l'altro, ond'io vivea felice (oimè, ch',in dirlo, l'alma mi s'elice!), bisogna che languisca e venga meno,

però che ciò, che nasce, morir deve; almeno agli occhi uman, come baleno, Signor, non splenda e si diliegui in breve; poiché per trarre al cielo i desir nostri,

tanta beltà ne mostri, di ch'insieme col mondo i' ti ringrazio, dammi, Signor, da contemplarla spazio. Con gli occhi lacrimosi e i crini sparsi,

fra caste donne e santi sacerdoti, andrai mesta, canzon, di tempio in tempio, lacrime pie versando e dando voti a Dio, che ponga fine al duro scempio

de la tua donna, e mio; va, che ti sgorga angel felice, e porga ai giusti prieghi tuoi tanta vertute, ch'impetrino o a me morte, o a lei salute.

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