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1510–1568

CANZONE XIII

Luigi Tansillo

L'ire del mar, che tempestoso sona, due pescator temendo, trassero a terra il pargoletto legno; e, chiusi a piè del monte, ove imprigiona

Eolo, nell'antro orrendo, i venti e le tempeste, e v'ha il suo regno, schernìan del mar lo sdegno, mentre l'un, lieto e presto,

avendo ai rai del sol le reti sparte, raccoglie in cerchio le bagnate sarte; gittato a terra, e mesto, l'altro l'umide luci all'austro volse,

indi la lingua in queste note sciolse: — O Galatea, al pianto mio più salda che scoglio; più fugace che vento, e più crudel che tutto il mare;

poiché su questa negra arsiccia falda di monte, dove in pace posai talor, convienmi oggi penare; odi mie voci amare

da quella parte avversa, onde tu 'nfiammi l'onde e 'nfiori i colli; volgi qua gli occhi, dove tutte molli per l'acqua, che si versa

da la pioggia dei miei, vedrai che stanno le pietre, ch'arse tanti secoli hanno. Che parlo? A che, tra l'orme aride pietre, gittar le mie querele

a le sorde onde ed a le mute arene? Ma s'io non spero che mercé s'impetre dalla fiera crudele; oda o non oda le mie gravi pene,

effetto egual ne viene. Or, quando a' miei lamenti di quelle ingrate orecchie il varco è chiuso, ch'udir già mi solean, tu di là giuso

odimi, o re dei venti, e fa, mentre d'altrui teco mi doglio, ch'abbian queste onde tregua e questo scoglio. Poscia che la cangiata mia fortuna

vuol che dì e notte io pianga, d'ogni duol colmo e d'ogni speme vòto; pianger voglio e col sole e con la luna. Ma perché men rimanga

il torto, ond'io mi lagno, al mondo noto, o procelloso Noto, esci del cavo sasso, e pòrtane per l'aria ogni mio dire.

Pòrtalo; ché se i venti, in sul fiorire, se ne portâro (ahi lasso!) le mie tante speranze, ragion vuole che se ne portino anco le parole.

Giusto è che i venti se ne portin queste parole acerbe mie, poiché le dolci altrui se n'han portato. Il freddo Borea solo oggi si reste

di far l'usate vie; e, mentre io piango il mio infelice stato, stiasi là giù serrato, se pur a suo diporto

per li campi del ciel correr gli aggrada, cangi sentiero, o per l'usato vada; ma sia, prego, sì accorto, a l'uscir che farà del natio speco,

che voce mia non se ne porti seco. Non perché si nasconda il mio martìro, il qual, se altrui rivelo, ben a chi 'l fece, rivelar si puote;

ma non voglio che voce né sospiro de' miei fèra quel cielo, che, lieto del mio mal, credo che ruote; né vadan triste note

fra' spiriti contenti, né turbin col mio pianto l'altrui gioia. Piuttosto io vo' morir; ma pria ch'io muoia, odimi, o re de' venti,

e fa, mentre d'altrui teco mi doglio, ch'abbian queste onde tregua e questo scoglio. Or chi credea, quand'io cantai sì lieto in questo aspro deserto,

che pianger vi dovea pur così tosto? Deh!, fusse, o Galatea, tanto secreto fusse a me stato aperto, come non era a te, forse, nascosto!

Io stesso m'avrei posto a l'ore liete fine, senza attender che tu la mi ponessi. Deh!, che piegate eternamente avessi

queste vele meschine! Poiché, quando adombravan maggior seno, mi dovea l'aura e 'l lume venir meno. O vera tramontana del mio corso,

poiché smarrita t'aggio, qual calamita fia che mi ti renda? È questo il porto, ove, da poi trascorso così lieto viaggio,

vuoi che l'ancore io gitti, e terra prenda? Qui vuoi che d'alto io scenda? Oimè!, quanto tranquilla, più della terra, mi pareva l'onda!

Mentr'ebbi il lume e l'aura tua seconda, fummi Cariddi e Scilla, un tempo, porto; or tempestoso flutto m'è fatto, non che il mar, ma il mondo tutto.

Accolga pur con amoroso braccio Messina ogni uom che fugge dai latrati di Scilla e da la gola di Cariddi: ch'io più sicuro giaccio

ove più l'onda mugge. E poi che la mia luce altri m'invola, voglio che morte sola sia porto ai miei tormenti.

Ben presi in su quel braccio alto riposo; or m'è, sovra ogni pelago, noioso. Odimi, o re de' venti, e fa, mentre d'altrui teco mi doglio,

ch'abbian queste onde tregua e questo scoglio. Il mar tuttavia gonfia, e, 'l mio dolor s'avanza; e tu, canzon, nel cominciar sei stanca.

Or, poiché a pianger tempo non ne manca, acciò ch'oggi a bastanza de l'altrui torto e del mio mal mi lagne, escan da mezzo 'l cor l'altre compagne.

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