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1510–1568

CANZONE XII

Luigi Tansillo

I dolci, leggiadretti, figli illustri e nipoti, vaghi di tua persona, qual coro d'angioletti,

al funer tuo divoti, fer piangendo quel dì nobil corona. La tua bella Aragona mesta e crucciosa stette

sovra gli altri fanciulli; e gli usati trastulli i vaselli, i lacciuo', le mammolette, e l'altre care cose

teco, al sepolcro, ascose. Tanto s'attrista ed ange la fanciulletta accorta, quanto di te gioiva;

e ti lamenta e piange, con quel senno, oggi, morta, con che t'usò ne' suoi piacer, già viva. — Poiché di te son priva

(dic'ella), che far deggio? Èmmi il zuccaro e 'l mèle vòlto in assenzio e fele; senza te, Cinzia mia, quant'odo e veggio,

ch'agli altri dolce paia, tutto a me sembra caia. — I pargoletti amori, nati col mondo e nani,

qual tu, le membra e i volti, i più minuti fiori, ch'aggian mai con lor mani da vaghe erbette in pratel verde còlti,

spargon, tutti raccolti intorno al picciol sasso, che 'l tuo bel corpo serra; e, girando la terra,

con flebil voce esìle e con vuol basso onoran l'umil fossa ch'asconde le brevi ossa. Non è chi voli o cacci,

e ne la plebe ignota stampi piaghe mortali; non è chi rete allacci, chi volga o bagni rota;

ch'impenni o aguzzi o impiombi o indori strali. L'un l'altro spiegan l'ali c'hanno color più allegro, e le penne più corte,

per pompa di tua morte, ad una ad una van coprendo a negro; né vi è chi face accenda per tema che non splenda.

I brevi dì del verno, vestiti d'atre nubi, versan pioggie di pianto, biasmando il fato eterno

ch'anzi tempo ti rubi; le notti estive, ardendo d'ira, a canto al tuo sepolcro santo, mandan sospir di foco.

E, se ogni cosa breve pianger tua morte deve ovunque sia, via più che 'n altro loco, piangan dentro al mio petto

la speranza e il diletto. Le tue compagne fide grave cordoglio preme, né han chi le console:

perché chiunque vide le tre sì liete insieme, ed or vede sì triste le due sole, non men, ch'elle, si dole:

con lagrimosi modi, le querele alternando, van parte raccontando del molto, ch'elle san, de le tue lodi:

e 'l suon dei tristi carmi farìa pietà ne' marmi. — Lassa!, chi mai sofferse (comincia a dir Sofia)

gli altrui scherzi e 'l deriso, e le parole avverse de la vil turba ria con più sereno o men turbato viso? —

— Lassa!, chi volse in riso sì spesso ogn'alta noia de la gran donna nostra? — Feba tua segue e mostra

che di soverchio duol quasi si moia! E, chiamando il tuo nome, svellon le corte chiome. Il vago, picciolino

indiano uccel, che intende il mesto lor concento, stassi co' 'l capo chino, e le lor note apprende,

perché formar ne possa il suo lamento. Tutto a dolersi intento, sé stesso e gli altri grama, né canta più, né stima

cosa che fingea prima, o tace il più del tempo, o Cinzia chiama; né vuol più manto verde, da poi che Cinzia perde.

Andrai, canzon, con ambe man reggendo le due minor compagne, dove Cinzia si piagne.

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