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1510–1568

CANZONE XI

Luigi Tansillo

Ben furo, alma, propizie al tesser di tua gonna l'aria, la terra e l'acque; poiché tra sue delizie

t'ebbe la maggior donna che mai nel mondo nacque, e nel tuo fin non tacque come che il cor le tocchi;

e, se si dolse assai, ne dieder segno i rai de' divini occhi: premio troppo superbo

d'ogni aspro fine acerbo. — Poich'all'ordir de' panni de la terrena veste fur sì scarse le Parche,

or al filar degli anni (dicea la dea celeste) non doveano esser parche. Crudeli, han d'anni carche

mill'empie donne a torto, e Cinzia ucciser tosto! Forse, mi fia risposto: “Corpo sì corto

non è degno che giunga a vita, che sia lunga”. Dunque, al serpente iniquo e sì mortale al mondo

viver tanti anni lice? Fàssi cotanto antiquo il nero corvo immondo, talor nunzio infelice?

La garrula cornice oltra i secoli passa, che le campagne assorda, né fruttar seme, ingorda,

sul terren lassa? E Cinzia ha frali tempre, ché viver dovea sempre? — Né pur gli occhi divini

de la maggior beltade, che faccia il mondo adorno, e quanti eran vicini, ove il tuo corpo cade,

pianser, Cinzia, quel giorno; ma le contrade intorno: e da fonti e da fiumi, e da selve e da colli,

venner le ninfe, molli i santi lumi, ad onorar l'angusto tuo sacro, picciol busto.

Fin qui il rumor s'udìo del tuo morir repente; ed alto duol se n'ebbe. Il nostro picciol rio

si dolse fieramente, e tanto gliene increbbe che del suo pianto crebbe. Ogni uccellin si attrista,

ché in questa piaggia amena segnar col piè l'arena talor t'ha vista; ed ogni picciol pesce

sul lido a pianger esce. Due nane afflitte chi fia che altrove mande senza una scorta grande?

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