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1510–1568

CANZONE X

Luigi Tansillo

Qual fera iniqua stella, degli altrui danni avara, a noi, Cinzia, t'asconde? Cinzia, più vaga e bella,

più desiata e cara di quante gemme han l'onde. Qual fior sovra le fronde, nascesti in terra, solo

per dar diletto e fregi ai ricchi strati regi. Or posta in duolo hai la più nobil'alma,

che porti mortal salma. Forse al mondo ti fura, per trastullo del cielo, la vaga errante luna?

Quando formò natura sì acconcio e picciol velo intorno ad alma alcuna? Tu fra le donne eri una,

cui par non ha memoria. Non sol per gioia altrui ella ti fe' tra nui, ma per sua gloria,

come scultor, che scopra grand'arte in picciol'opra. S'avesser fatto i dei i monti d'India degni

del tuo gentil sembiante, gli eserciti pimmei t'avrebbon ne' lor regni messa a tutt'altri avante:

e la nube sonante de le nemiche grue avria cangiato stile: piegando l'ale, umìle,

ne le man tue, s'avria renduta vinta, da riverenzia spinta. Il tuo sì picciol seno,

qual nobil pianta, chiuse alta virtute immensa: quanto al corpo dié meno, ne l'anima diffuse

quel, che ogni ben dispensa. Non come il mondo pensa, del breve tuo viaggio fu a caso il fin sì ratto;

ma con alto ordin fatto: sendo tu un raggio di bel qua giù, sparire dovevi, e non morire.

Poiché, qual Cinzia, canzon, sei pargoletta; gir non puoi sola; aspetta.

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