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1510–1568

CANZONE VII

Luigi Tansillo

È dunque ver, dunque esser può, ch'io parta, ed, in un punto, al mio doppio oriente, ed a due soli, oimè, le spalle io volga? Il mio proprio voler, dunque, consente,

che quest'anima afflitta in due si parta, e 'l più di lei, e 'l meglio, mi si tolga? Dunque, esser può ch'io sciolga la corda dal bel lido, e me ne vada

per così lunga strada, lunge da la mia luce e dal mio core, là, dov'il giorno more, acciò che, mentre il grave esilio duri,

la notte con doppia ombra mi si oscuri? Debb'io, dunque, lasciar l'amena e vaga riva del bel Sebeto, pargoletto, ma sovra ogn'altro avventuroso fiume,

riva d'ogni piacer, d'ogni diletto; per gir là, dove il grande Ibero allaga i nudi campi; acciò che senza lume in pianto mi consume?

O quante volte, lagrimando, io dissi quel dì, pria ch'io partissi (ma quella, che non va dove non noce, non ascoltò mia voce):

— O Morte, in questa dura dipartita, prima che parta il piè, parta la vita! — E perché sia quest'aspra lontananza più grave e più noiosa che la morte,

che sola di martìr potrebbe trarme, a tutte altre contraria è la mia sorte: ché del bel viso l'unica sembianza qual sia, non posso a mente figurarme,

per talor consolarme: contrario effetto a quel degli altri amanti, i quai sempre han davanti agli occhi de la mente il viso amato;

e 'n tronco e 'n rive e n' prato l'adombran lieti, e 'l veggon desti e 'n sonno: ché, se l'error durasse, altro non vonno. Ma miracol non è, che mi sia tolto

d'aver obietto, ove il pensier disegne la bella idea, ch'è in cielo, e non altrove: ché non ha cose il mondo, che sian degne, che ritrar vi si debba il divin volto.

E come son le sue bellezze nove, così convien che prove nove forze d'amor l'alma che l'ama, e di ritrarla brama:

onde nel cominciar de la bell'opra, par che l'offuschi o cuopra un splendor grande, che l'abbagli e arda, sì come avvien a ch'il sol fiso guarda.

Poiché l'ardente luce del bel viso e del sembiante, a cui veder non spero simil giammai, se sovra 'l ciel non saglio, m'abbarbaglia la vista del pensero,

quando a pensarlo di lontan m'affiso; tal di ritrarlo in modo alcun non vaglio; né dipingo, né intaglio, con penna di pensiero o di martello,

parte alcuna del bello, ond'è sì adorno il bel corpo felice di questa mia fenice; n'andrò membrando la beltà celeste

de l'alma, a cui fa sì bel corpo veste. Mentre lontano i' vò del suo bel raggio, membrando andrò l'angelich'apparenze del mio sole, e l'illustri alte maniere,

e l'accorte onestissime accoglienze, e 'l rider vago e 'l parlar dolce e saggio da far cortesi le selvaggie fiere; e, quel che più mi fere,

l'alto valor, che in quel bel petto regna, che chi gradisce o sdegna, alzar può su le stelle e por sotterra: quel valor solo in terra,

al cui merto sarìa poca mercede mille mondi tener sotto 'l bel piede. Quel gran valor, ch'è sol cagion ch'io vaglia, e, con la mente ad alte imprese aspire:

ché per me stesso i' sarai nulla o poco, e ch'io spregi il penar, spregi 'l morire, né d'altro, che di gloria, unqua mi caglia. Così lontan da voi, dolce mio foco,

non avrà tempo o loco, dove io di voi non oda, o di voi veda, fin a quel dì, che rieda (sì come spero) al sommo ben, ch'or lasso;

e se di passo in passo questa speranza, nel martìr, ch'io porto, non mi desse sostegno, io sarei morto. Questa verde speranza è la catena

che sostien l'alma mia, che non si scioglia, e la virtù di così bel ritratto: e quando più possente la mia doglia corre sfrenata, allor più la raffrena,

ché trar a morte mi vorrebbe affatto; e 'l rimembrar d'ogni atto e d'ogni voce, ch'io mai vidi o intesi, da che di voi m'accesi,

fin al giorno crudel, ch'io vi lasciai. Ma non però fia mai, ch'il mio martìr lungi da voi si tempre, o ch'io non sia per lagrimar mai sempre.

Di tosto rivedervi salda speme sempre mantiensi nel mio petto, verde; d'altro non già, ch'Amor prometta a' suoi: ché chi a voi dàsse, al primo incontro perde

la libertade e la speranza insieme; né sparar deve maggior premio poi, che lagrimar per voi. E chi per voi non arde, non è certo

colpa del vostro merto, ma del giudicio uman, c'ha talor fosco. Ond'io, che il riconosco, il mio destin cortese benedico,

ch'in darmi a voi, mi si mostrò sì amico. Canzon, se tua ventura vorrà, che mai t'accolga amica mano, dirai: — Mentre lontano

il mio signor sen va dal suo bel sole, nessun fia, ch'il console: ché chi partir si può da un tanto bene, o morir deve, o viver sempre in pene. —

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