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1510–1568

CANZONE V

Luigi Tansillo

Se, bandita da voi quella pietate, ch'in ogni casto alberga e nobil petto, volete, anima bella, tormentarme; piacciavi almen, ch'io possa a mio diletto,

mentre soffro il martìr, che voi mi date, del mio duol fra me stesso lamentarme. Non mi vietate l'arme, che più sovente adopra chi men puote:

fate, se mai percuote o voce o sospir mio l'orecchie vostre, ch'il bel volto non mostre segno, che spiaccia a voi ch'io mi lamenti:

e questo sia il ristor de' miei tormenti. De' miei tormenti lamentarmi intendo, e pianger le mie colpe, che son molte; non già di voi, cagion d'ogni mio bene.

Ché, se voi m'uccidete mille volte, mille del mio morir grazie vi rendo. Né 'l maggior danno, che da voi mi viene, può recar tante pene,

ch'aggiunghino il piacer, che da voi nasce, quando 'l pensier si pasce, non pur l'occhio, di vostra alma beltade. Né tutta la mia etade

potria in parte pagar, quanto a voi deggio, quel punto sol, che i bei vostr'occhi veggio. Oimè, ch'in nominarvi, occhi beati, l'alma si desta per lasciar la sede

del cor, dove con voi regnava in pace. Or se n' vorria fuggir; tanto vi vede ivi entro fulgurar d'ira infiammati; onde viver non vuol, s'a voi non piace:

ché quel, che a voi dispiace, ella non può gradire: e s'alcun'ora indugia a far ch'io mora, va sperando che l'ira al suo fin giunga.

Ma s'esser dee più lunga, squarcerà da sé stessa il mortal velo, e non girà, se non v'aggrada, in cielo. Chi le guerre, le paci, il bene e il male,

ed ogni sua fortuna attende solo dal ciglio di sua donna, e non d'altronde, oggi conoscer può qual sia il mio duolo, veggendo ch'ai begli occhi più non cale,

che i miei, dì e notte, versin amar'onde; e i dolci sguardi, donde io prendea vita, omai minaccian morte. Veggio le belle porte

di rubini e di perle per me chiuse, ond'Apollo e le Muse uscir solean sovente a darm'aita; talché né lode spero più, né vita.

Né la vita piacer, né l'onor gloria dar mi potria, senza l'usato e caro sguardo e 'l bel riso e gli altri don ch'insieme condian d'alta dolcezza ogni mio amaro.

Deh, mora del passato la memoria, se del futuro ha da morir la speme! Ahi, lasso!, e qual uom geme sì sotto i piè d'Amor e di Fortuna,

che non respiri alcuna volta, e non senta men le gravi some? Ma io, dolente, come alleggerò quel peso, che m'ha oppresso,

s'il peso, che m'aggrava, son io stesso? Qualunqu'uom d'alto mal si dole e piange, oh quanto nel dolor trova conforto, quando a pianger non ha proprio fallire,

ma sol si può lagnar dell'altrui torto! Misero me, che più m'affligge ed ange la colpa del martìr, che no' 'l martìre! Ché, s'io potessi dire,

ch'il fallo altrui, no' il mio, fa ch'ogg'io muoia, nel mondo non è gioia, che pareggiar potess'il mio dolore. Ma perché fei l'errore,

ch'a soffrir tanto duol m'ha condannato; piango la pena assai, ma più il peccato. Il mio gran fallo, o ch'io mi corchi o deste, più grave sempre mi si fa vedere;

e la téma m'affligge in mille guise. Queste son quelle furie ultrici e fiere, ch'il dì e la notte avea d'intorno Oreste, poi che nel sen materno il ferro mise.

Ché s'ei la madre uccise, io fallai più, benché minor fu il danno; ché, se l'offese s'hanno a stimar quanto val quel che s'offende,

qual pena fia, ch'emende il mal ch'io fei, poscia che spiacque a voi, o di tempio e d'altar degna fra noi? Se l'arme con ch'il mondo quasi sempre,

quand'ha sdegno maggior, suol vincer Dio, e fargli l'ira e il stral cader di mano, non acquistan perdono al fallir mio; bisognerà, ch'in acqua io mi distempre,

piangendo, lasso!, il mio peccato in vano. Ma voi, che dell'umano sì poco avete, e del divino tanto, soffrirete ch'il pianto

vi faccia ognor più pronta a darmi scempio? Deh!, non togliete esempio dal mondo, ma dal cielo, anima eletta! Piacciavi più il perdon, che la vendetta.

Se l'acqua, ch'han versata gli occhi afflitti, e verserann'ognor, fin che la vena morte, del pianto mio pietosa, chiude, sparsa avesser per Dio, qual Maddalena,

forse innanzi al morir mille delitti avrian purgati con la sua virtude. Né fiume, né palude uopo serìa, che sotto noi s'asconda,

per lavar quest'immonda anima: che, se qui prova l'inferno (perch'il dolor eterno), di là non avrà pace all'aspra guerra:

piange nel mondo, e piangerà sotterra. Canzon, raro si trova ostinata durezza in cor gentile: va, dunque, e tutta umìle

t'inchina a la mia donna, e perdon chiedi; dille, baciando i piedi, che nei begli occhi, ond'io bandito sono, “spero trovar pietà non che perdono”.

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