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1510–1568

CANZONE IX

Luigi Tansillo

Ecco, crudel, che vinci; ecco ch'io moro: finito ho il corso mio, qual me l'ha dato la tua fierezza; e tanto me ne resta quanto sopra la spada il petto pieghi.

Cingi di verde lauro i bei crin d'oro, metti i bianchi destrieri al carro aurato, e siedi sù: non è vittoria questa, a cui degno trionfo il mondo nieghi.

Alzisi in alto e leghi questo illustre trofeo tra due colonne, esempio di pietade all'altre donne. Alma, che, 'nanzi che scendessi in terra

da l'alta idea, ti consacrò sé stessa; né fra' tuoi lacci in così lungo tempo provò già mai desio di libertade; anzi credea portarsene sotterra,

come qua sù, la bella effige impressa; e, poi che l'ale fusser tronche al tempo, andarsen ricca de la tua beltade. O nova crudeltade,

or l'hai sì a torto?... Oimè, perché parlarne, quando a pena non oso di pensarne? Stiasi la lingua nel suo carcer chiusa, ché 'l pigro aiuto suo più non bisogna;

già il foco del mio petto arde sul rogo; già il fiume del mio pianto è su la foce. Dirà la man ciò ch'ella e 'l cor ricusa, e non serà, quel ch'io dirò, menzogna;

mentre i miei danni, in su l'estremo, sfogo, le piaghe seran bocca e 'l sangue voce: ché doglia troppo atroce d'alma infelice, a cui la vita è grieve,

sfogare in altra guisa non si deve. La lunga guerra tua volgasi in pace; tigre crudel, non ti serà più forza di portar tutto il dì l'ingrata noia,

che ti davan quest'occhi e questa lingua; né men vedrai la fossa, ove si sface, preda di vermi, la terrena scorza, poiché, a gran gloria ed a maggior tua gioia,

peregrin campo il mio cenere impingua. S'avvien che non s'estingua mio nome, e in bocca altrui qualche dì spire, questo turberà, forse, il tuo gioire.

Turberà, forse, il tuo gioir talora il veder ch'io mi moro, e che rimane viva di me, nel mondo, qualche parte; sì che, fera, non puoi tutto atterrarmi.

Amor, che non men dentro che di fuora scorge coi raggi suoi le menti umane, sa s'io sciolsi mai versi o vergai carte per vaghezza di gloria, o per sfogarmi.

S'io vivrò ne' miei carmi, de l'alterezza tua prèndati sdegno: ella mi diede il duolo, e il duol l'ingegno. Cercò la Musa mia sol di dolersi,

ma non potei far sì, mentre si dolse, che, tra le spine de le mie querele, non spuntassero i fior de le tue lode. Se spiran qualch'odor gli inculti versi,

esala da quei fior che là si colse; di là si trae, di là si sugge il mele, sì san di dolce a chi ne legge ed ode. Ciò ch'avvien che si lode

di loro, è tuo; ciò che di loro è caro, tu lor temprasti il dolce, ed io l'amaro. Oltre ch'io corra al tristo fin contento, com'uom che va da le fortune al porto,

mi glorio ancor ch'ho ritrovato il modo, morendo, di far cosa, ond'a te piaccia. Almen, dopo ch'il corpo serà spento, avrà, dove che sia, questo conforto

l'anima mia, che dal mortal suo nodo sì crudelmente, anzi 'l suo dì, si slaccia. E s'altri ti rinfaccia il sangue mio, non potrai dir, ingrata:

— Questi non fe' già mai cosa a me grata. — Ogni mia voglia sempre, ogni pensiero, fu d'aggradarti, e se talor no' 'l fei, o il poter mi fu tolto, o non m'accorsi:

di che finor mi doglio e mi riprendo. S'io m'accorgea del tuo desir sì fiero, ombra e polve, ha molt'anni, ch'io sarei. Che dico, oimè, che fo? Chi sa se, forsi,

col tardar, mentr'io parlo, ancor t'offendo? Ecco, ch'il ferro prendo; e, poi ch'in altro non t'offesi mai, perdona, s'a morir troppo indugiai.

Alzava il braccio per ferirmi, quando la man, che dovea ir al petto, irata e forte, stringer mi sento, e stringer sento il core tra il ferro e lei: volgomi, ed ecco quella

che mi fa cruda morte ir desiando, divenuta pietosa di mia morte, e fatta, da l'assalto e dal pallore de la nova pietà, più che mai bella,

teneami; e, volend'ella scioglier la lingua in dir dolce e leggiadro, furommi ogni mio bene il sonno ladro. Canzon, per troppa doglia

esser può ben, ch'un giorno al ferro io corra; ma ben morrò pria ch'altri mi soccorra.

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