“Amor se vòi ch'io torni al giogo antico”, s'aprirmi il petto un'altra volta brami, altr'arme, altri legami, che i primi, e via più forti, adopra e tendi;
convien ch'altri guerrier sul campo chiami per debellar sì giusto e fier nemico, altrimente io ti dico: più ti son lunge, quanto più m'attendi,
quanto più mi saetti, men m'offendi. Se stimi sì gran pregio il racquistarmi, d'altr'oro, d'altra lingua e d'altri sguardi fa il nodo, il foco e i dardi;
ma, mentre con quei lacci e con quell'armi segui la mente fuggitiva e vaga, né giogo al collo avrò, né al petto piaga. Seguimi pur nel mondo e nell'Inferno,
che sano e sciolto andronne in vita e 'n morte: cotanto è duro e forte lo scudo e quella man che spezzò 'l nodo. Chiuse son del pensier l'antiche porte,
un muro d'ira e di disdegno eterno cinge il mio petto interno, onde temer non posso in alcun modo. Ma, s'invido del ben ch'oggi mi godo,
donarmi in preda a mia nemica vuoi, e vendicar la fuga e l'ardimento, d'esser suo mi contento, se fai quant'io dirò; ma, se non puoi,
tòrnati indietro, ambi posar potremo: tu vittoria non speri, io duol non temo. Se nel proprio valor cotanto fidi, ch'a natura ed al ciel cangiar fai stato,
togli al tempo il passato, fa che, per cosa al mondo ed a Dio nova, chi mi diede il velen, non l'abbia dato; fa ch'io non abbia visto quel ch'io vidi:
o se di ciò ti sfidi, monstra tua gran potenza in minor prova: tu sai quel che m'offende e quel che giova. Fa, che l'un vesta il cor, l'altro lo snudi;
fa ch'il ben si ricordi, il mal s'oblii; se vincer mi disii, vane fian le tue forze e van gli studi, mentre ne la memoria albergo avranno
il mio ardor, la mia fede e l'altrui inganno. Non tender più la rete, ch'annodavi fra' bei capegli, Amor, quando fu presa l'alma, ch'ogni difesa
ebbe a disdegno, e sol si tenne a caro il perder libertà, ch'a ciascun pesa. Non gir ne gli occhi, u' lieto allor ti stavi, che i bei guardi suavi
tuoi fieri strai dentro al mio cor guidaro; ma s'eri del mio carcer tanto avaro, e se far desiavi (come mostri) eterno il colpo, onde piagato fui,
quando ne gli occhi altrui, Amor, ten gisti, acciò che i desir nostri d'un nodo fusser presi e d'un stral tocchi, gir te n' dovevi al core, e non a gli occhi.
Quei rubin, quelle perle e quelle note, ch'allor sembravan d'armonia celeste, le grazie al mio mal deste, che 'ntorno al cor catene avvolser tante,
i bei sembianti e l'accoglienze oneste sì di dolcezza piene e di fé vote, le forze, a me già note, adoprin sopra il cor di novo amante,
ch'il mio di libertà vo' che si vante; e poi ch'il fallo altrui mi fa sì audace, com'uom che nulla teme e nulla vole, dirò queste parole:
— Amor, tu farai pria con l'odio pace, pria, dov'io viddi inganni, vedrà fede, ch'al ceppo antico mai riponga il piede. Cortesia mi perdoni ed umiltade,
se troppo a la mia lingua allargo il freno, ché non sen può far meno; tanto sdegno e ragion spronan la mente! Mentr'ebbi al bel camin l'aer sereno,
piano men gìa per vie solinghe e rade, or, che fangose strade e nubiloso ciel sorgon repente, convien ch'i sproni stringa e l' fren rallente;
troppo era il dir cortese e troppo umìle, mentre un solo voler due petti avvolse; poi c'un di duo si sciolse, com'altri cangiò voglia, io cangio stile,
com'altri cangiò 'l dardo, io cangio il segno: quanto dissi d'amor, dirò di sdegno. Sarò signore io sol del mio pensiero, non vedrò guerreggiar d'intorno al core
la speranza e 'l timore; non terrò caro altrui più che me stesso: avrò sempre una voce ed un colore; parrammi falso il falso, e vero il vero;
né di promessa altiero giammai, né di repulsa andrò dimesso, né duol, né gioia avrò lungi o da presso; né lungo il dì, né corto parrà molto;
né fia tristo il vegghiar, né lieto il sogno; non mi serà bisogno, lacrimando nel cor, rider nel volto; non reggerò la mia per l'altrui voglia;
né d'altri invidia avrò, né di me doglia. Canzon, se mai tra donne e cavalieri la fuga e l'ira mia fussin riprese, di' ch'è poca vendetta a tante offese!
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