S'egli è pur ver, che piaga antiveduta assai men doglia, e chi s'avvezza al male, senta di tempo in tempo men cordoglio; pria che Giove mi avventi il fiero strale
(se 'l suo corso crudel pietà non muta), dolermi innanzi 'l colpo e pianger voglio; acciò che, s'or mi doglio, col duol presente scemi il duol futuro;
o ver quel cor sì duro, cui non cale del mio né del suo danno, se tanta forza avranno l'onde de gli occhi miei, farò pietoso,
cangiando 'l fier voler, che dir non oso. Dal dì, che 'n forza altrui mi spins'Amore, de le ricchezze, ond'il bel viso è adorno, mai nulla, oltre a la vista, io desiai:
ché, come il sole basta a darne il giorno, così degli occhi suoi l'alto splendore bastava a consolar tutti i miei guai. Lasso!, e che fate omai?,
s'a chi più perde, più doler conviensi, via più che gli altri sensi cominciate a mostrarvi, occhi, dolenti: mentre al sol sète intenti,
de le future tenebre presàghi, altro, che lacrimar, nulla v'appaghi. Oimè, che dico? e perché vo turbando col mal, che nascer deve, il ben ch'è nato?
Or non è meglio, ch'io mi viva in gioia quanto viver mi lice in questo stato, che struggermi anzi il tempo, lacrimando? Fuggan dal petto mio cordoglio e noia,
e la temenza moia: quando avverrà, ch'in tenebre io rimanga, allor vo' che si pianga: allor del pianger mio si faccia un fiume:
ma, mentre il mio bel lume avvien ch'agli occhi miei chiaro risplenda, né lagrima, né duol vo' che m'offenda. Ma voglia, o no, convien ch'io viva lieto;
perché, sì come innanzi a' fieri venti fugge la folta nebbia e si dilegua, così l'armato stuol de' miei tormenti fugge da la mia donna, ond'io m'acqueto;
e, mentre veggio lei, col duol ho triegua. Ma quel, ch'al ciel adegua l'inferno mio, voi séte, occhi, voi séte, stelle lucenti e liete,
stelle alla vista altrui, soli a la mia; e voi, che l'armonia del ciel portate, gemme, ond'esce e viene quel suon, che mi distrugge e mi mantiene.
Fra cotante bellezze al mondo sole, non è senza cagion, — chi 'l ver misura, — che la bocca e le luci abbian la palma, perché non potea dar l'alma natura
men dolce varco a sì dolci parole, né men belle finestre a sì bell'alma. O avventurosa salma, che d'anima sì bella sei portata!
O anima beata, che porti sì leggiadro e ricco pondo! Ahi duol, troppo profondo, ove mi tiri? Ecco interrotto il canto,
e 'n mezzo del gioir m'assale il pianto! E 'n mezzo del gioir convien ch'io torni a le lasciate lacrime, ai martìri. — Che farai, lasso? — non so chi mi dice, —
quando privo serai del ben ch'or miri, né più vedranno sol, tuoi neri giorni? O disavventuroso ed infelice, che più sperar ti lice,
se, quando il sol sereno e caldo poggia, tu temi neve e pioggia? Ahi sventura crudel, più non udita!, ahi, disperata vita!,
ché del ben non mi giova la presenza; tant'è del mal futuro la temenza! Se pur convien ch'a pianger mi condanni, ancor che cieco io mi rimanga e solo;
non lascierò l'incominciata istoria. Ma s'esser può ch'io viva in tanto duolo, i punti, l'ore, i giorni, i mesi e gli anni, il voler, l'intelletto e la memoria
io consacro in sua gloria; benché in più lieto stil cantar sperava, se 'l ciel non si turbava. O furor de le stelle, o duol eterno,
venir l'orribil verno, quand'io attendea la vaga primavera; e al cominciar del dì giunger la sera! Canzon, poiché madonna
a tanto duol riserba gli anni miei, sì rozza, come sei, gìttati ai piedi suoi, lagrima e grida. Pregala che m'uccida,
pria che la luce mia ne porti seco: ché men danno è il morir, che viver cieco.
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