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1432–1484

Untitled

Luigi Pulci

Da poi che 'l Lauro più, lasso, non vidi, che sol mia speme è in terra e 'l mio Parnaso, mio sommo ben, mio Iddio, mio paradiso, veggendomi sì sol per lui rimaso,

mi volsi ad me et dixi: «In che ti fidi, che se' da·tte più che da·llui diviso?». Poi che mi fu preciso risponder con ragion tenace et forte,

fe' come advien ch'ogni contraria sorte che sia da van' pensier(i) nudrita et fulta, chiara, expedita et sculta dopo molto cercar rende la mente.

Poi ch'io conobbi il mio stato dolente, pe' boschi elessi solitaria vita; et dopo molto errar misero et lasso, appoggiato a un saxo

per richiamar, un dì, l'alma smarrita, certo piangea: non so ben dir s'io ero o vivo o morto, o spirto o huomo intero. Quand'io senti' lontan cotal suon darne:

«Giovane, il qual già par ch'io riconoschi», con voce tutta transmutata et mesta, «harestù mai veduto in questi boschi da una bianca fera transportarne

un giovinetto puro in bruna vesta?» Ruppemi nella testa o somno o altra oblivïon tal grido; et sì come epilente ancor non fido,

tal ninfa vidi et sì dogliosa et trista, che Deyopeia in vista si crederria, ma poi di pena un Iobbe. Ond'io, poi che più presso mi conobbe,

«Tu cerchi — dixi — in van tra questi dumi; e siàn pur due dannati ad una croce». Lei, con pietosa voce: «Prima che com'Egeria io mi consumi

de', sia contento almen pianger qui meco, ché gran disio mi sforza ad parlar teco». Ella havea tutte le sue membra tenere graffiate, et rossi i piè di sangue et scalzi,

che ben parean d'angelica colomba, per mille prun(i) lasciati et mille balzi quei be' capei che già furon di Venere, et quel color c'huom porta all'aspra tomba.

Ancor nel cor rinbomba il tristo suon de' dolorosi pianti, ch'avrien per mezzo fessi gli adamanti o niccol' o sardonii o duri hyaspidi,

e' cor' de' frigidi aspidi accesi et arsi et fatti al sole un ghiaccio. Quivi s'assise sopra il dextro braccio, et seguitò: «Se 'l ciel pur vuol ch'io mora,

giovane insonte, e' converrà che sia: costui giurato havria non poter sanza me vivere una hora. Però parlar di lui m'è grato alquanto,

ché spesso il cor contenta il giusto pianto. Quante volte finx'io già ira et sdegno, per veder con che studio et con quale arte un generoso cor(e) cercassi pacie!

Poi ch'io il vidi temptar già Cynthio et Marte et scolorire il volto, io mutai segno, ché 'l perso ben renduto assai più piacie. Quante fui esca et facie,

quando e' faciea pur feste et nuovi advisi! Di che sovente già meco sorrisi, allor che tutto transformato apparve, et con sue certe larve

credea ad me simular non esser desso. Ha, puro amante! hor non conosch'io appresso rose adamasche o mammole vihole? Vedea i costumi più ch'al mondano uso;

rendea il bel viso et chiuso dolcie splendor, celesti acti et parole; et parea sì la mia mente contenta ch'io non credo altro ben nel ciel si senta.

Onde esser può che 'l giudicar nostro erra? Vedestù mai più pargoletto ephebo in tante et degne cose transformarse? Io l'ò veduto già più bel che Febo:

costui fia dagli iddii mandato in terra, come più volte già Mercurio apparse. Io so che 'l cor già m'arse; et certo uno adamante allor parea,

et drento al casto pecto m'accendea un disio sol di ricercar Dïana, mostrando la via piana, onde surgean pensier' casti, almi et pulchri,

hor di fuggir gli sponsalitii fulcri, hor gir flammata, hor far divortio honesto et celibe servar le sacre bende. Poi, come in alto ascende

raggio di foco artificioso et presto, subito come fiamma in su salia, sicché il carro ad veder parea d'Elia. Talvolta un lauro giovinetto addorno,

dove presso non era arpie, né serpe tra' fior(i) nascose, o malitiose fere; quivi eran le sorelle d'Euterpe et le belle Castalide d'intorno,

Silvan, Pan, Palla, Pal, Delia, Yacco et Cere, sancte carole et spere con canti, odori et suon' di paradiso; quivi coglieva jacyntho e 'l bel narciso

per far grillande hor driada hor napea; qui Marsia ancor piangea, et rimbombava al ciel d'Olympo il suono, sanza impetrar da tanto iddio perdono.

Poi mi parea che in tutti i rami et fronde, siccome in alabastro o in vetro suole, chiar transparessi il sole, facciendo a Danne sua le chiome bionde;

et l'aria e 'l ciel tornassi et la terra auro, poi disparire, et non veder più il lauro. Et hor qui piango habbandonata et sola: non ho trovato pur fra tante selve

un satir solo o nynfa o altri iddei (seguirno Ascanio; et qui son l'aspre belve), o Ecco che rimbecchi ogni parola, che m'à facto sentir più i sospir' miei.

Né già per me sarei condocta qui; ma scorgemi questa ombra». Allor fec'io come huom che tosto aombra per subita parvenza, et dixi: «Hor questa

sì bella et sì modesta chi è, se 'l Lauro tuo ti doni pace?» Rispose: «Io tel dirò, poi che ti piace. Questa tenea Dïana sopra l'acque:

fugli poi tolta, et a chi vuol si mostra. Fu nella ciptà vostra famosa sola, et del mio sangue nacque; né sanza lei giammai mossi i miei passi».

Poi chinò gli occhi lachrimosi et lassi. Era la mente mia tutta confusa per la nuova ombra, e 'ntorno al core un nodo per la gran dolcezza di quel Lauro degno,

del qual cose sentia ch'ancor ne godo. Et cominciai così: «Qual degna musa alla risposta hor soverrà il mio ingegno? Ch'ogni giudicio tegno

falso ad pensar di noi qual sia più gramo di quel che insieme, nynfa, ambo piangiamo; et pur pietà mi stringe ad confortarti. Ma perché non gittarti

come Hero, et sopra lui lieta morire? quant'io, poi che pur vidi il suo partire permesso, et largir Giove un tal gioiello che si dovea serrar con mille chiavi,

tre volte mi sforzai d'abbracciar quello; ma nol sofferse lo infiammato core, tanto fu vincto da soperchio amore». Rispose: «Perché all'ombra che mi guida

non parve acto magnanimo o cortese, anzi, uccidendo lui, troppo villano; ché da quel dì ch'amor prima n'accese è stata un'alma sol tra noi sì fida,

che d'ambo i nostri cor(i) la vita ha in mano». Allor più mite et piano: «Hor ti conforta — dixi — et ama et spera: la bella Flora torna et primavera;

tornano i canti, suon(i), feste, armilustri, e gl'iddii ne' lor lustri verran con lui pel bel campo piceno. Vedrai d'ogni dolceza il tuo cor pieno

et la fera crudel che 'l tien, graffiarsi. Vedrai che versi scripti in adamante delle sue opre sancte!» Ma poi ch'io dixi el secol rinnovarsi,

levò al ciel lieta l'una e l'altra palma; poi si partì con la sua ben nata alma. Canzon, che vuol da me quest'altra donna? Cerca il suo fiore. Hor vanne al Lauro nostro:

digli com'io t'ò mostro la nynfa, et con che accenti et con che gonna. Poi gli dirai, dopo la sua partita quanto sia afflicta et trista la mia vita.

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