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1432–1484

II

Luigi Pulci

Io vo' dire una frottola, ch'i ho nella collottola tenuta già gran tempo. Or, perché pur m'attempo,

non vo' che meco muoia; ch'ella sarà ancor gioia e disïata e cara. Ognun semina e ara

per ricôr van disio. El seme è fatto rio, però tutto rio nasce; l'uomo sol d'uom si pasce,

come di terra talpa. Chi come Tomma palpa mi par savio e discreto. Io non sarò mai lieto,

ché 'l mondo è tutto in pianto; e ho creduto tanto, ch'i' ho passato il cielo. Or tremo, come Delo

pria che nascessi Apollo. Ed è ver che il satollo non crede poi al digiuno. Se fussi savio ognuno,

sare' giustizia e fede. Chi è savio nol crede: così interviene al matto. Noi pecchiam solo un tratto:

questo è quando cominci. Ma, s'un tratto ti vinci, anco poi più non pecchi. Consigliati co' vecchi:

onora el senno antico. Tal ch'io credetti amico, ch'avea poi l'esca e l'amo: così di ramo in ramo

mi condusse alla ragna. Non poco si guadagna quel dì che amico innuovi; ma, insin che tu nol pruovi,

tutti saranno amici. È ne' tempi felici massime l'uomo errato, ch'i' mi sono svegliato

d'un lungo e grieve sogno; né d'altro mi vergogno che del tempo perduto; ch'i' mi sono avveduto

ch'io ho zappato in rena. Quanto dolce serena è l'uom che è traditore! Or, servi a un signore!

Non fûr po' i pipistregli né bestie né uccegli, ma solitarii e brutti. Però giudica e frutti,

ché 'l fior talvolta inganna. E' non cade più manna: ogni cosa è diserto. Chi sta col becco aperto,

di vento è la 'mbeccata. Fortuna è ordinata, disordinato è l'uomo. Io sarò poi quel Momo,

che biasima ogni cosa. Non è sempre la rosa, ma sempre son le spine. Chi pensa infino al fine

al fin conduce ogni opra. Sempre è la spada sopra el real manto e seggio: poco è da male a peggio:

guarti da estremo a stremo. Io servo, perch'io temo, né so dove m'arrivi, ché ci è di gran cattivi

e chi ha del gran danno. E più dotti men sanno; chi non può sempre vuole. Tal che 'l capo gli duole,

che 'l calcagno si medica. Questa sarà la predica che fe' il piovano Arlotto: chi guarda per un rotto

el tutto mal comprende. Chi troppo un tratto scende con fatica rimonta. Chi senza l'oste conta

riconta un'altra volta. Colui far sempre còlta vedrai che ha pazienza. All'uom la continenzia

sta bene insin nel bosco. Già non fa male el tòsco a chi il tempra e corregge. Chi guida ben suo gregge

è buon archimandrita. Chi lascia la vie trita va poi per le sassose. Priega Iddio di tre cose:

nascere di buona parte, non cominciar trista arte e non prender ria moglie. Poco si lieva o toglie

di quel che dà natura. Quello è sanza paura che 'l suo nimico istima; ma e' si conosce prima

un bugiardo ch'un zoppo. Chi spende un tratto troppo anche poi troppo accatta. Deh dician tutti «Gatta!»,

non sia la gatta mucia. L'amicizia si sdrucia, non si divida o stracci. Chi va cercando impacci

ha sempre poi faccenda. Chi non può s'arrenda; chi sta ben non si muti. Dimmi, cogli starnuti

cha ha far san Giovanni? O statti ne' tuo panni in casa, quando piove. Chi ti dà sei di nove

strigni pure la mano: peggio fe' san Giuliano, che padre e madre uccise. Quante volte si rise

di quel che tornò in pene! Ognun vorrebbe il bene; ma fassi incontro ispesso un che dice: «I' son desso»,

colla maschera al volto. Giovane ricco e sciolto i' l'ho aguagliato al maio. Tornossi al suo pagliaio

quel topo contadino. Faccisi serafino chi sempre canta o balla. Ingannò la farfalla

un tratto il Chiaramazza, ch'usì fuor come pazza a un bel sol di verno. Riporta sdegno e scherno

natte, scherzi e motteggi. Io credo che dileggi chi dice ch'io sia buono. I' non so quel ch'io sono,

ma so ben quel ch'io fui. Non è giusto colui ch'ogni cosa perdona. Istette tre dì Iona,

e non più, in ventre al pesce: fatto sta, chi non esce di bocca mai de' lupi. E ne' pelaghi cupi

mal si discerne il fondo. Quel dì ch'io venni al mondo a morir cominciai. Però non piacqui mai

a me stesso, né piaccio. Tu di' pur ch'io non taccio. I' ho mal quando i' rido. Di sei cose mi fido

poco o nulla o di rado: l'una è volta di dado, vecchia prosperitate, del nugol della state,

el verno del sereno, e d'un'altra ancor meno: fe' di cherica rasa. La sesta c'è rimasa,

di lealtà di donna. Chi troppo in letto assonna gli vien poi la fantasima. Quanto si suda e spasima

ch'è tutto fummo e boria! Per troppa vanagloria perdé quel cacio il corbo. Sai chi ha 'n casa il morbo?

El ver, quel ladroncello! Corri, dillo a Pestello: egli è mio amico vecchio! Ascolta nello orecchio:

tu menti per la gola. E col carro si vola in un dì mille miglia. Poi parrà maraviglia

veder volar li uccegli. Ed io so de' cervegli che volan senza penne. Se Orazio un ponte tenne,

io so chi tiene un monte. Ognun esser bifronte si crede come Iano. Tosto fie tutto piano,

ch'ognun potrà vedere. Non è più bel piacere che star da canto a gioco. Tu di' ch'io credo poco:

quel poco non ci fusse! Ch'io men vo in Emausse con Cleofàs e Luca. Orsù tutti alla buca!

Ché tosto vi fia calca. Chi di notte cavalca convien che 'l dì si posi. Chi vuol chiosar qui chiosi:

propter peccata adversa. Chi molti mar' traversa alfin dà in qualche scopulo. Noctue, dragoni e populo

servito ho alfine indarno. Troppo bel fiume è Arno, a me Tesino e Po. Frottola? Non più, no!

Vattene in aria a volo, ch'io mi fido in quel solo che co' buon' non s'adira. E 'l cielo e 'l mondo gira,

come paleo o trottola. Io vo' dire una frottola.

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