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1432–1484

I

Luigi Pulci

Le galee per Quaracchi dieron le vele al vento, giunsono a salvamento che n'era capitano

non so chi da Spacciano e due padron' con ello da Pinti e di Mugello. Riconsegnò le balle

lo scrivan da Capalle, ch'era questo l'effetto. Pel capo e pel ciuffetto un tin prima di bionda,

pieno 'nsino alla sponda per tuffar ben le dita, un canal d'acqua vita, di mezzo e di calcina,

tanta zucca marina, ch'i' non so dir la somma, un nugol d'acqua gromma, ginestra e da partire;

lupin' non ti vo' dire, che spengono el mal seme, duo carrategli insieme, pien' d'allume di feccia

per rimbiondir la treccia; un bariglione intero di zolfo giallo e nero, un baril di stillato,

tanto sapon curato da panno o vuoi da seta di Cresci o da Gaeta, ch'i' non saprei contallo;

tanto crin di cavallo, diadraganti in granegli per crescere e capegli, ch'era una cosa iscura.

Oltre, in mala ventura! Ch'i' vidi grasso in giarri di serpe e di ramarri, ch'alla cotenna giuoca.

Quivi era grasso d'oca gran quantità, che giova a 'nfarinar con l'uova, un moggio di volanda,

che bastò a randa a randa. Gicheri e seppie in polvere furon per uno asciolvere, per modo erano acconce,

che n'avien le bigonce recato a 'nfarinarsi. Pel viso assottigliarsi per disfar porcellette

v'era ben sei barlette d'acqua di limoncini, cocomer', poponcini. Di zucche e di fichi albi,

rovistico e vitalbi, di pine e di fior di fave o bastoni, anzi trave, acqua di terzanella,

di malva e frassinella, sambuco e tuttumaglio tu puoi fare un ragguaglio di ciascun un barile.

A filar ben sottile untume e strofinaccioli, pe' visi che son ghiaccioli gran cotto e cacio fresco,

ghiaggiuol, nocciol di pesco, fave piene la sacca, un diluvio di biacca, quattro cantar' d'allume

tra gentile e di piume, zuccherino e scagliuolo, salnitro e vetriuolo, solimato un fangotto,

di salgemmo un barlotto, ch'era di quel verace, di canfera e borrace se' scatole calcate;

di liglio e di gusciate credi che ve ne fosse! Per far le gote rosse, chi fusse verde o gialla,

v'era una grossa balla di bambagello e due di lingua buona o piùe. Non facevon da beffe!

Fior di prieta a bizzeffe, Un cogno d'acqua grana, di rafano e borrana, tante foglie di zucca,

che più non ne pilucca ogni gregge, ogni armento. Recar tanto orpimento per rimondar le ciglia,

ch'er' una maraviglia; vetro sottile e poi la pomice e' rasoi, mollette da pelare,

pentolin' da serbare certa materia e 'ntriso per far lustrare el viso. Uovo stillato e chiocciole,

non n'avanzò sei gocciole, che n'avien cento ampolle. Fuvvi per chi ne volle di certa sugna vieta

per parer la cumeta, anzi pur la lumaca. Quivi era bommeraca per cena e per merenda

per appicar la benda, latte d'asina a cogna, che dicon che bisogna a' butteri e litiggine

e leva le caliggine e cuopre assai difetti. Per fare e denti netti corallo e matton pesto,

gherofan, salvia, agresto e corno di cervio arso un sacco, e non è scarso; romice, mèle e barba

di ramerin, che garba con questo, ben tre bugne; tanta bambagia e spugne, a dozzine e pennegli,

e sugheri e feltregli, che sotto le calcagna nascondon lor magagna, e altri strani arnesi,

de' quai questi compresi: capegli e pettinuzzi, cartocci, alberelluzzi, fiaschetti, ampolle e specchi,

bossolin' nuovi e vecchi e scatole e scodelle, bicchieri e catinelle, spilletti e fuseragnoli,

lunette e orecchiagnoli, seta e cape' ritratti, per ingannare e matti. Da 'nzolfar pergamene

le zane n'eran piene, corbelletti e buglioli di pel di cavriuoli per empiere e mazzocchi,

grillanduzze e batocchi v'eran sopra alle sbarre. De' frene' da ritrarre se n'empieron le pecce.

Velier', voggoli e trecce, campanelle, stregghioni, corna di più ragioni ve n'era pure assai.

Carte, lino e vespai e canape e tessuti v'alzâr, se Iddio m'aiuti, di sopra alle ginocchie!

Mazzocchini e pannocchie, cappucci a iosa e fruscoli, ch'erano altro che bruscoli, brocchette e smancerie

e mille altre pazzie v'eran da fare a' 'nviti. O poveri mariti, ciechi, pazzi e gaglioffi!

Copriteli d'ingoffi, chi ne può lor porre! E però non la tôrre, dice el proverbio antico,

ch'io so ben quel ch'io dico; ché, 'l terzo giorno appena, ve ne fu sino a cena di tutte queste ciance,

tanto al capo, alle guance se n'avien posto in pria per la cicaleria. L'altro dì costeggiorno:

a Capalle arrivorno, non creder di segreto, ché parea el passereto. La mosca e la zanzara

le mordevano a gara, sanza dir «Chiscio»! Ché non v'era più liscio, contradizion né feria.

Non facien mona Ismeria, come prima a sollazzo; Però chi non è pazzo guardisi dal tôr moglie

Se pure ella ti coglie, fa' giuri ispesso e bacchia. Le galee per Quaracchia.

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