Benigno Padre, a questa volta sia la tua somma pietà più che mai fosse; manda il tuo arcangel con sua compagnia, che le spade del Ciel sien fatte rosse:
ché tanto sangue in Runcisvalle fia che correrà pe' fiumi e per le fosse, poi che l'ultimo giorno è pur venuto che Malagigi ha più tempo temuto.
O Carlo, omè! quanto sarai meschino quando vedrai de' nuovi casi avversi, e morto il tuo nipote e paladino! O tristi, afflitti, o lamentabil versi!
O traditor Marsilio saracino, or potranno i tuoi inganni alfin vedersi! O Ganellon, tosto sarai contento d'aver condotto il sezzo tradimento!
Avea colui che ancor Prometeo piange cavato il capo fuor dell'orizonte di fuoco e sangue, onde e' parea che Gange mostrassi de' cristian le future onte;
quando appresso si scuopron le falange del re Marsilio e de' pagan già a fronte, ed apparivan sopra una montagna a poco a poco le turbe di Spagna.
Or chi vedessi al vento gli stendardi bianchi, azurri, vermigli e neri e gialli, e serpenti e leon, cervieri e pardi, e sentissi il tumulto de' cavalli
e l'annitrir per le tube gagliardi, istupefatto sarebbe a guardalli, tanti stormenti e vari segni e strani si sentiva e scorgeva de' pagani.
Ma Guottibuoffi, che ne dubitava, ch'era un famoso vecchio borgognone, ogni dì con Orlando ricordava che si facessi altra provisione,
e tuttavolta il campo rafforzava. Orlando, qual si fusse la cagione, a questa volta non ci ponea cura, e non parea che conosca paura.
Ulivieri avea il dì dinanzi detto che fatto avea molto terribil sogno, tanto che messo gli aveva sospetto, per che di Daniello avea bisogno.
Orlando disse: - Chi fa col barletto, pensa quel che farebbe con un cogno! - ed avea detto in suo linguaggio e tosto, onestamente, ch' e' sognava il mosto.
Credo che Orlando, come antico e saggio, cognosceva il suo mal già presso alfine, ma non mostrava nel volto il coraggio; ed aspettava corona di spine
omai di Spagna e 'l tributo e l'omaggio; e poco vaglion le nostre dottrine, però che quando un gran periglio è presso, difficil molto è consigliar se stesso.
La mattina Ulivier per tempo è ito in su 'n un monte, e Guottibuoffi v'era, che sempre stava la notte assentito ed ordinava le guardie ogni sera.
Intanto, com'io dissi, è comparito del re Marsilio già la prima schiera, e cognobbe gl'inganni de' pagani, che cominciavon già a calare a' piani;
e disse: - O Guottibuoffi, egli è venuto l'ultimo dì per la gloria di Carlo! E 'l conte nostro non t'ha mai creduto che si voleva il campo rafforzarlo.
Questo è Marsilio traditore astuto che a tradimento viene a ritrovarlo, però che segno di pace non parmi ch'io veggo a tutti rilucer qua l'armi.
Or son le profezie di Malagigi adempiute per sempre a questa volta! Io sento insin di qua tremar Parigi. O Ganellon, tu hai pur fatto còlta
e ristorato Carlo de' servigi! - E detto questo, al caval dètte volta e scese presto gualoppando il monte, e ritornò dove lasciato ha il conte.
Aveva Orlando strana fantasia quella mattina; e veggendo venire Ulivier che correva tuttavia, gridò da lungi: - Questo che vuol dire? -
Disse Ulivier: - Mal, per la fede mia! Non mi volesti ier sera appena udire: Marsilio è qua che t'arreca il tributo con l'arme, e 'l mondo è con seco venuto. -
Tutti i baroni a Orlando dintorno furno in un tratto, ed ognun confortava che si dovessi sonar presto il corno. Orlando presto in sul caval montava
e Sansonetto, e in sul monte n'andorno; e come e' giunse, dintorno guardava, e ben cognobbe che Marsilio viene per dar tributo di future pene.
E poi si volse inverso Runcisvalle, e pianse la sua gente dolorosa, e disse: - O trista, o infortunata valle, oggi sarai per sempre sanguinosa! -
Quivi eran molti già intorno alle spalle, e tutti consigliavano una cosa, da poi che pure il caso è qui transcorso: che si chiamassi col corno soccorso.
Era salito in su questa montagna Astolfo e Berlinghier presto ed Avino, e ragguardando ognun per la campagna, veggendo tanto popol saracino:
- Abbi pietà della tua gente magna, - dicevan tutti - o franco paladino: va' suona il corno quanto puoi più forte, ch'ogni cosa è men dura che la morte! -
Rispose Orlando: - Se venissi adesso Cesare, Scipio, Anibale e Marcello e Dario e Serse ed Alessandro appresso, e Nabucco con tutto il suo drappello,
e vedessi la Morte innanzi esplesso colla falce affilata o col coltello, non sonerò perché e' m'aiuti Carlo, ché per viltà mai non volli sonarlo. -
Tornossi adunque con sue gente Orlando, e 'l campo fece con gran furia armare: per tutto Runcisvalle è ito il bando ch'ognun presto a caval debbi montare;
e Turpin va con la croce segnando, e cominciava tutti a confortare ch'ognun morissi volentier per Cristo e ricordare la passion di Cristo.
Or chi vedessi il campo armare in fretta, certo pietà gliene verrebbe al core, come ogni cosa a chi il contrario aspetta par che più porti dolcezza o terrore;
e risonava più d'una trombetta per Runcisvalle con certo clangore che parea proprio al Giudicio chiamassi in Giusaffà, sì che i morti destassi.
Pensa ch'ognun con gran furore assetti quivi i cavalli e sue armi raggruppi, e chi gridava e batteva paggetti, e tutti sieno occupati i gualuppi;
ed alcun l'armi al contrario si metti e le parole co' fatti avviluppi, sì come avvien nelle gran cose spesso, gridando: - Arme! Arme! I nimici son presso! -
Già eran tutti i paladini insieme ristretti con Orlando, a consigliare della battaglia che ciascun qui teme, come e' si debba le gente ordinare.
Orlando per dolor sospira e geme, e non poteva a gnun modo parlare, d'aver condotto sì miseramente in Runcisvalle a morir la sua gente.
Ed Ulivier dicea: - Caro cognato, meglio era, omè, tu m'avessi creduto! Già è più tempo ch'io t'ho predicato ch'io avevo Marsilio cognosciuto
traditor prima che fussi creato; e tu credevi e' mandassi il tributo! E Carlo aspetta le mummie a San Gianni! Di Gan, non credo che nessun s'inganni,
salvo che lui, poi che gli crede ancora, ed ha condotti a questa morte tutti. Ma quel Marsilio, se nessun lo ignora, fra molti vizii tutti osceni e brutti
una invidia ha nell'ossa che il divora, che si cognosce finalmente a' frutti: io l'ho sempre veduto in uno specchio un tristo, un doppio, un vil traditor vecchio.
Malgigi è quel che lo cognosce appunto, e mille volte pur te l'ha già detto; e che e' dovessi il campo stare in punto gridato ho tanto, ch'io n'avea sospetto.
Non m'hai creduto: ora è quel tempo giunto che tanti annunzii tristi hanno predetto; ora hai tanto bramato, or mi perdona, come nespola in capo la corona. -
Orlando non rispose a quel che disse Ulivier, perché il ver non ha risposta; e benché la risposta pur venisse, le parole non vengono a sua posta.
Il campo intanto a ordine si misse, e per fare alto a Orlando s'accosta, che fece a tutti ordinar collezione; poi disse pur questa ultima orazione:
- S'io avessi pensato il traditore Marsilio in questo modo a vicitarmi venissi come ingiusto e peccatore, io arei preparato i cori e l'armi;
ma perché sempre gli portai amore, credea che così lui dovessi amarmi, e che fussi sepolto ogni odio antico: ché qualche volta ognun pur torna amico;
salvo che lui, che per viltà perdona e resta pur la mente acerba e cruda. Pertanto io gli confermo la corona de' traditori, e scuso or Gano e Giuda;
ch'io non truovo in lui cosa che sia buona, ma fa come sparvier che in selva muda, che t'assicura e par che e' sia la fede; poi, se tu il lasci un tratto, mai non riede.
Ecco la fede or di Melchisedec, un uom che è di più lingue che Babel, da dirgli alecsalam salamalec, proprio un altro Cain che invidi Abel.
Ma forse sarò io nuovo Lamec; forse lo spirto è quel d'Achitofel, forse di Marsia, che s'asconde al cielo di corpo in corpo anzi al signor di Delo.
Or pur chi inganna ognun, anche sé inganna, e non sia ignun che a se stesso si celi, perché pur se medesimo alfin danna. Se voi sarete alla morte fedeli,
ristoreravvi con la dolce manna il Signor vostro degli amari feli; e se il pan del dolor mangiato avete, stasera in paradiso cenerete,
come disse quel greco anticamente lieto a' suoi già; ma disse: "nello inferno". Vedete in su la grata paziente Lorenzo, per fruir quel gaudio etterno:
"Volgi quest'altro!". O giusto amor sì ardente che non sentia d'altro foco lo scherno! Ché dolce cosa è voluntaria morte quando l'anima è in Dio costante e forte.
Quant'io per me, qual mansueto agnello me ne vo come Isac al sacrificio, bench'io vegga già fuor tutto il coltello: ch'io sento già quello etterno giudicio
dove fia giudicato il buono e il fello; tosto fia ministrato il grande oficio: "Venite, benedicti patris mei", e nell'inferno discacciati i rei.
Però, mentre di vita ancor ci avanza, perché il fine è quel ch'ogni cosa onora, ognun di paladin mostri possanza, acciò che il corpo solamente mora;
ed abbiate buon cor sanza speranza, perch'io non so quel che si fia ancora, e spesso, ove i rimedii sono scarsi, fu a molti salute il desperarsi.
E' m'incresce che Carlo in sua vecchiezza vedrà forse pur fine posto al regno di Francia bella e d'ogni gentilezza, perch'egli è stato imperator pur degno.
Ma ciò che sale, alfin vien poi in bassezza; tutte cose mortal vanno a un segno: mentre l'una sormonta, un'altra cade: così fia forse di Cristianitade.
E increscemi del mio fratel Rinaldo, ch'io non lo vegga innanzi alla mia morte a punir questo traditor ribaldo; e come cosa immaginata forte,
non posso in un proposito star saldo, e par che nella mente mi conforte un pensier che mi dica: "Egli è qui presso", e guardo ognun ch'io veggo s'egli è desso.
La cagion perché il corno io non sonai è per veder quel che sa far Fortuna; non vo' che ignun se ne vanti già mai ch'io lo sonassi per viltà nessuna:
prima fien tenebrosi in cielo i rai, prima il sole arà lume dalla luna, forse a Marsilio pria trarrò l'orgoglio; e con questo pensier sol morir voglio.
Ed oltra questo, e' nol concede il loco, perché da noi a Carlo è tanto spazio che il suo soccorso gioverebbe poco. Io vo' che Ganellon si facci sazio.
Ma innanzi che partiti siàn da gioco, noi faren di costor sì fatto strazio che essemplo sarà al mondo quanto e' dura: sì ch'io non ho della morte paura.
La morte è da temere o la partita quando l'anima e 'l corpo muore insieme; ma se da cosa finita a infinita si va qui in Cielo fra tante diademe,
questo è cambiar la vita a miglior vita. Ora abbiate in Gesù perfetta speme, e vita e morte rimettete in Quello che salvò da' leoni già Daniello.
Un filosofo antico, detto Tale, la prima cosa ringraziava Iddio che fatto l'aveva uom, non animale; però, se così fusti e voi ed io,
consegue or che l'effetto sia mortale; dunque è proprio dell'uomo, al parer mio, amar quanto conviensi il breve mondo, ma sopra tutto il suo Signor giocondo.
Ricordatevi ognun di que' buon Deci c'hanno sol per la patria fatto tanto, e molti altri Roman famosi e Greci, per lasciar poi nel mondo un piccol vanto:
del qual fo poco conto e sempre feci respetto a conseguir quel regno santo dove è Colui che sparse il giusto sangue per liberarci dal mortifero angue.
Non crediate d'Orazio o Curzio sia felice il nome come il vostro certo perché quello a salute al mondo fia, ma l'anima non ha qui premio o merto.
Mentre ch'io parlo con voi, tuttavia mi par tutto veder già il Cielo aperto, e gli angeli apparar sù con gran fretta il loco che perdé la ingrata setta.
Io veggo un nuvoletto in aire, un nembo, che certo vien per voi di paradiso, e già di Miccael si scuopre un lembo, tal ch'io non posso contemplarlo fiso;
parmi vedervi giubilare in grembo di quello Amor che tutto applaude in riso, come que' padri già nel sen d'Abramo, e che tutti già in Ciel felici siamo.
Però vi do la mia benedizione; e come tutti assolverà Turpino, è fatta in Ciel la nostra assoluzione. - E detto questo, pigliò Vegliantino
e saltò della terra in su l'arcione, e disse: - Andianne al popol saracino! - E pianse in sul cavallo amaramente, quando e' rivide tutta la sua gente;
e disse un'altra volta: - O dolorosa valle, che presto i nostri casi avversi faran per molti secoli famosa, tanto sangue convien sopra te versi:
tu sarai recordata in rima e in prosa. Ma se preghi mortal mai giusti fersi, Virgine, i servi tuoi ti raccomando, e non guardare al peccatore Orlando. -
Intanto l'arcivescovo segnava e tutta quella gente benedisse, e dice: - Io vi perdono. - E confortava ch'ognun pel suo Gesù lieto morisse.
Così piangendo l'un l'altro abbracciava, e poi la lancia alla coscia si misse; e la bandiera innanzi era d'Almonte, la qual fue acquistata in Aspramonte.
Ora ecco la gran ciurma de' pagani che Falserone ha presso i suoi stendardi, ch'eran tutti calati giù ne' piani; e dicea: - Questi Franciosi e Piccardi,
quando in su' campi saremo alle mani, tosto vedren se saranno gagliardi! Oggi fia vendicato il mio figliuolo! - E minacciava il conte Orlando solo.
- Io v'ho pur, cavalieri, a tutti detto, ognun di questo ammaestrato sia, che come Orlando si muove in effetto, e' non sia ignun che mi tagli la via:
io gli trarrò per forza il cuor del petto; ognun si scosti, la vendetta è mia, ché Ferraù, s'io non ne sono errato, degno fu certo d'esser vendicato. -
E' si sentiva i più stran naccheroni e tante busne e corni alla moresca che rimbombava per tutti i valloni, e par che degli abissi quel suono esca;
tanti pennacchi, tanti stran pennoni, tante divise, la più nuova tresca, era cosa a veder per certo oscura, e fatto arebbe ' Alessandro paura.
L'annitrir de' cavalli e il mormorare de' pagan che venivan minacciando ch'ognun voleva e cristian trangugiare, e sopra tutto Falserone Orlando,
parea quando più forte freme il mare, Scilla e Cariddi co' mostri abbaiando; e tutta l'aria di polvere è piena come si dice del mar della rena.
Quivi eran Zingani, Arbi e Soriani, dello Egitto e dell'India e d'Etiopia, e sopra tutto di molti marrani che non avevon fede ignuna propia,
di Barberia, d'altri luoghi lontani; ed Alcuin, che questa istoria copia, dice che gente di Guascogna v'era: pensa che ciurma è questa prima schiera!
Ed avean pur le più strane armadure e i più stran cappellacci quelle genti: certe pellacce sopra 'l dosso dure di pesci, coccodrilli e di serpenti,
e mazzafrusti e crave, accette e scure; e molti i colpi commettono a' venti con dardi ed archi e spuntoni e stambecchi e catapulte che cavon gli stecchi.
Quivi già i campi l'uno all'altro accosto, da ogni parte si gridava forte: chi vuol lesso Macon, chi l'altro arrosto; ognun volea del nimico far torte.
Dunque vegnamo alla battaglia tosto, sì ch'io non tenga in disagio la Morte, che con la falce minaccia ed accenna ch'io muova presto le lance e la penna.
Orlando aveva alla sua gente detto: - Della battaglia ognun libero sia: qui non è cavalier se non perfetto; e Miccael vi farà compagnia. -
Astolfo il primo si mosse in effetto; vennegli incontra Arlotto di Soria, e l'uno e l'altro abbassò la sua lancia, e - Siragozza! - si sentiva e - Francia! -
Or non ci far questa volta vergogna: pòrtati, Astolfo, come paladino! attienti al legno forte, e se bisogna, abbraccia quel come un tuo nipotino!,
però che Arlotto sorian non sogna, che vien di verso il campo saracino; e con sopportazion tutto sia detto che invero Astolfo n'aveva difetto;
tanto che, come la lancia ebbe in resta, ed Ulivieri a Orlando dicea: - Che sì che Astolfo farà bella festa! - In questo tempo allo scudo giugnea
il saracin con sì fatta tempesta che mancò poco che non s'apponea a questa volta d'Astolfo il marchese; se non che a schembo la lancia lo prese.
Astolfo ferì lui discretamente, perché la lancia alla vista gli appicca; e fu quel colpo per modo possente ch'un palmo e mezzo di ferro gli ficca,
e mandò presto fra la morta gente l'anima, e 'l corpo di sella gli spicca. Adunque Astolfo ha fatto il suo dovuto, poi che il pagano e non lui è caduto.
Allora il franco Angiolin di Baiona diceva: - Orlando, io vo' il colpo secondo. - E detto questo, un suo giannetto sprona che miglior corridor non avea il mondo.
Vennegli appetto un gran sir di corona, molto crudel, di sangue sitibondo, Malducco detto, del regno di Frasse; e calaron le lance ambo giù basse;
e l'uno e l'altro poneva al baucco, ché l'uno e l'altro di porre è maestro; ed Angiolin pel colpo di Malducco se n'andò quasi in sul lato sinestro;
ma non pertanto è il suo valor ristucco; e perché e' pose al pagan molto destro, gli fe' toccar coll'elmetto la groppa, tanto che ruppe del cimier la coppa;
e se non fusse che trasse il cavallo quando e' sentì che il pennacchio lo tocca, sì che, traendo, aiutava rizzallo, era la corda rasente alla cocca.
Avino intanto saltava nel ballo: la lancia abbassa e 'l corridor suo brocca: - Chi meco vuol giostrar - gridando forte - venga a trovarmi, e troverrà la morte! -
Partissi della schiera de' pagani re Mazzarigi, un uom molto superbo, che confessò la legge de' cristiani e rinnegò poi Cristo e 'l Padre e 'l Verbo;
e come e' furno ristretti alle mani, il colpo del pagan fu molto acerbo; pure Avin gli rispose con la lancia, ma questa volta della morte ciancia.
Ulivier si fe' innanzi con Rondello, ché non potea più star saldo alle mosse. Il re Malprimo, come e' vide quello, dall'altra parte a rincontra si mosse.
Or qui, sanza operare altro pennello, si cominciono a far le lance rosse, e gli scudi e le falde e le corazze e le barde a dipigner paonazze.
Il saracin percoteva il marchese, e nello scudo la lancia gli attacca, tal che più oltre la punta si stese ed una costa del petto gli ammacca,
ché la corazza o 'l giubbon nol difese; ma pur la lancia alla fine si fiacca; ed Ulivier di cader consigliossi, e in qua ed in là molte volte piegossi.
Pur la sua gagliardia, la sua fierezza non si nascose a questa volta certo, ché la sua lancia non si piega o spezza, ma tutto quanto lo scudo gli ha aperto,
e la corazza gli parve una rezza: sì che Malprimo si truova deserto, ché gli misse nel cor proprio la lancia, e mostrò pur le prodezze di Francia.
Falseron, quando ha veduto cadere così sùbito morto del cavallo un tal campion, cominciava a temere: "Questo è" disse "un miracol sanza fallo;
qui non si giostra a diminino o viere. O Macon, come lasciasti cascallo?"; e molto fu di tal caso turbato, perché Malprimo era il primo stimato.
Ulivier non si misse nella pressa de' saracin, ch'ancor gli duole il petto. Intanto in resta la lancia avea messa Turpino, e salta che pare un capretto,
ché non è tempo a cantar or la messa. Vennegli incontra Turchion maladetto con la sua lancia, con superbia e furia, per vendicar di Malprimo la ingiuria;
e nello scudo alla treccia gli colse e ruppel come bambola di specchio, sì che dal petto fatica gli tolse. Ma Turpin sa ancor l'arte, così vecchio,
e perché il saracin civettar volse, e' gli accoccòe la lancia a un orecchio e schiacciò l'elmo e 'l capo come al tordo, e in questo modo lo guarì del sordo.
Orlando aveva nel suo colonnello di Normandia quel possente Riccardo e Guottibuoffi e 'l conte Anselmo, quello che tanto fu questo giorno gagliardo,
Avolio, Avin, Berlinghieri e 'l fratello e Sansonetto e 'l buon duca Egibardo e tutti gli altri paladin di Francia, gente ch'ognun porterà ben sua lancia.
Or quando Orlando e la schiera si mosse, pensi chi legge che il furore e 'l rombo di Vulcan parve la fucina fosse, tanto ch'a Giove n'andò sù il rimbombo,
e Marte credo nel ciel si riscosse; e tante lance si calorno a piombo ch'un vento par ch'ogni cosa abbattessi e il cielo e 'l mondo e l'abbisso cadessi.
Falseron, ch'avea tanto desiato di ritrovarsi alle man con Orlando, fu d'un altro proposito mutato quando e' lo vide venir furiando
che Lucifer pareva scatenato: "Apollin," disse "io mi ti raccomando: non mi lasciar così morire in fretta; lasciami far del mio figliuol vendetta".
Ma come Orlando a Falseron fu presso: - O traditor, - gridò di lunge forte - questo non è quel che mi fu promesso di perdonar di Ferraù la morte!
Or si cognosce traditore esplesso il tuo Marsilio e tutta la sua corte, che si vorrebbe con teco impiccarlo! Questo è il tributo che s'aspetta a Carlo?
Non ti vergogni d'avermi tradito e dato il bacio come Scariotto, quando di Francia ti fusti partito? - E non si vide mai crucciato o rotto
Orlando, quanto quel dì fu sentito. Poi lasciava la lancia andar di botto, e prese Falserone appunto al petto, gridando: - Or chiama il tuo can Macometto! -
Maraviglia fu grande, al parer mio, che gli passò lo scudo, ch'era d'osso d'un certo pesce, come piacque a Dio, e 'l piastron sotto molto duro e grosso;
e benché Falseron presto morìo, niente della sella si fu mosso, tanto che gnun del suo caso s'accorse. Orlando col cavallo oltre trascorse;
poi ritornò, ché volea pur vedere di Falseron come la cosa vada, ché nel passar non lo vide cadere; ma come questo toccòe con la spada,
sùbito cadde fra' morti a giacere; e maraviglia non fu perché e' cada, ma perché, come alla terra fu giunto, dicon che il corpo disparì in un punto.
Ora hai tu, Falseron, la tua vendetta fatta, e condotto a Siragozza Gano! La gente sua vi corse con gran fretta, e scesi in terra e distesa la mano,
l'arme trovoron come quando getta il guscio il granchio, ché drento era vano. O nuovo caso, o segno, o gran portento, quanto Iddio abbi in odio il tradimento!
Quando i pagan Falseron vidon morto, ognuno spazzerebbe la campagna, tanto ne preson terrore e sconforto; ma d'ogni parte era tesa la ragna,
ché il re Marsilio, per veder più scorto, recato s'era in su l'alta montagna e circundava tutta quella valle, sì che voltar non potevon le spalle.
Fecesi innanzi quel corbacchion nero che si chiamava tra lor Finadusto, con un baston che non era leggiero; e sette braccia il pagano era giusto.
Berlinghier vide venir questo cero, e non guardò perché e' fusse gran fusto e 'l baston grave e mazzocchiuto e grosso, ma con la lancia gli correva addosso.
Egli aveva una scoglia di testudo, questo ghiottone, adattata a suo modo, e porta quella al petto per iscudo: la lancia il passa, benché e' fussi sodo,
e tanto il ferro temperato è crudo che gli sbarrò della piastra ogni nodo, ed un giubbon sì grosso di catarzo che non pareva per quello anche scarzo;
e cacciògli nel petto più che mezzo il ferro: benché e' non fusse mortale il colpo, pure e' gli dètte riprezzo; e se non fusse che il caval misse ale,
e' non sentia mai più caldo né rezzo; ma così tosto non fugge uno strale che si diparta da corda di noce, come quel presto il portò via veloce.
Era venuto intanto Gallerano con molta gente, ed ha seco Fidasso. Or qui comincia a insanguinar più il piano, e nuove lance rovinano in basso,
e fassi innanzi ogni buon capitano. Orlando fa come un vento fracasso, ed avea sempre appresso il conte Anselmo che facea spesso risonar qualch'elmo.
Ulivieri Altachiara avea ristretta e ritornato è già nella battaglia. Gualtieri da Mulion quivi si getta, e Baldovin come un leon si scaglia.
Avino, Avolio, Ottone, ognun affetta come le rape di questa canaglia, Angiolin di Bellanda e Guottibuoffi, dando e togliendo di maturi ingoffi.
Marco e Matteo, ch'ognun dice del Piano di San Michele, ed io truovo del Monte, per Runcisvalle con la spada in mano a molti avevon frappata la fronte.
Il duca Astolfo non si stava invano, e Turpin caccia le pecore al monte. Angiolin di Bordea solo era morto de' paladin, ma gli fu fatto torto.
Or lasciam così il campo insieme stretto. Non vogliàn noi che ne venga Rinaldo alla battaglia col suo Ricciardetto? Che ne venìa con un desio sì caldo
ch'a ogni passo ha domandato e detto quel che faceva Marsilio ribaldo; ed Astaròt ogni cosa dicea, ché la battaglia tuttavia vedea.
E Ricciardetto si consuma e rode, quando sentia la battaglia rinforza e d'Ulivieri e d'Orlando alte lode, e come il campo de' pagan va ad orza;
e benché pur dall'un canto ne gode, pargli mill'anni mostrar la sua forza e ritrovarsi nel mezzo alle busse, e gittò l'erba che dètte Milusse.
E come presso a Runcisvalle sono calati giù da' monti Pirenei, onde s'udia della battaglia il tuono, del suon dell'arme e degli spessi omèi,
dicea Rinaldo: - Io credo ch'e' sia buono (dico così quel ch'io per me farei) che s'assaltassi il campo saracino in mezzo, dove è quaggiù Bianciardino. -
Disse Astarotte: - Bianciardino è quello che attorno va con quella sopravvesta. Noi ce n'andremo ora io e Farferello tra le campane, e soneremo a festa
quando vedren che tu farai macello; e Squarciaferro ti si manifesta (rogatus rogo, intendi quel ch'io dico) che in ogni modo vuole esser tuo amico.
Non creder nello inferno anche fra noi gentilezza non sia: sai che si dice che in qualche modo, un proverbio fra voi, serba ogni pianta della sua radice
benché sia tralignato il frutto poi. Or non parliam di quel tempo felice... Quivi è Marsilio, e qua combatte Orlando. Valete in pace. A te mi raccomando. -
Rinaldo non sapea formar parole alla risposta accommodate a quello, e ringraziare Astarotte suo vuole, e così Squarciaferro e Farferello;
poi gli rispose: - Astaròt, e' mi duole il tuo partir quanto fussi fratello; e nell'inferno ti credo che sia gentilezza, amicizia e cortesia.
E se lecito t'è quel ch'io dico ora, qualche volta mi torna a rivedere, e Squarciaferro e Farferello ancora, ch'io penso sol di potervi piacere;
e quel Signor che la mia legge adora prego, se il prego dovessi valere, che vi perdoni, e che ciascun si penti, ché ristorar non vi posso altrimenti. -
Disse Astarotte: - Se vuoi ch'io domandi, una grazia sol chieggio, qual puoi farmi, e poi contento da te me ne mandi: tu facci a Malagigi liberarmi,
e in qualche modo me gli raccomandi; però che sempre potrai comandarmi, ché di servirti non mi fia fatica; e basta solo "Astarotte" tu dica,
ed io ti sentirò fin dello inferno e verrà per mio amor qui Farferello. - Io ti sono obligato in sempiterno, - disse Rinaldo - e così il mio fratello;
però, non ch'una lettera, un quaderno iscriverrò di buono inchiostro a quello, e farà ciò che vorrai Malagigi. Pensa s'io posso farti altri servigi.
E manderògli un messaggier volando, e scriverrò della tua cortesia, e così farò scrivere a Orlando, sì dolce è stata la tua compagnia. -
Disse Astaròt: - A te mi raccomando. - E disparì co' suoi compagni via, che parve proprio un baleno sparissi e che la terra di sotto s'aprissi.
In Runcisvalle una certa chiesetta era in quel tempo, ch'avea due campane: quivi stetton coloro alla veletta per ciuffar di quelle anime pagane,
sparvier tra ramo e ramo aspetta; e bisognòe che menassin le mane e che battessin tutto 'l giorno l'ali, a presentarle a' giudici infernali.
Pensa quel dì se menoron la coda Eaco, il gran Minòs e Rodomanta, e quel Satàn se tu credi che e' goda; e se Caron nella sua cimba canta,
rassetta i remi, e la vela rannoda col mataffione, e le vele rammanta; e se si fece più d'una moresca giù nello inferno e taferugia e tresca!
E così in Ciel si faceva apparecchio d'ambrosia e nèttar con celeste manna; e perché Pietro alla porta è pur vecchio, credo che molto quel giorno s'affanna,
e converrà ch'egli abbi buono orecchio, tanto gridavan quelle anime - Osanna! - ch'eran portate dagli angeli in Cielo; sì che la barba gli sudava e 'l pelo.
Or ritorniamo a Rinaldo, che assalta il campo in mezzo, e come e' dètte drento, sùbito rossa si fece la malta: ed arà fatto buono scaltrimento,
ché, non sapendo Marsilio la falta, dubitò nel suo cor di tradimento, che non fussi tra lor congiura o setta, ché non si può sempre esser savio in fretta.
Avea Marsilio il suo popol pagano e 'l campo ben diviso, ed ordinato chi dovessi ferir di mano in mano; Rinaldo, ch'ancor questo avea pensato,
sapea il pericol d'ogni capitano che guasto non gli sia l'ordine dato; perché e' si vede per esperienzia che la battaglia è solo obedienzia:
"Non ti partir di qui se a te non torno, cioè ch'io ti ci truovi, o vivo o morto!". "Fa' che tu sia alla bocca del corno la tramontana, o nave surta in porto!".
E perché molti già prevaricorno, l'un più che l'altro capitano accorto cognobbe del nimico qui il periglio, e come savio fe' nuovo consiglio.
Parve a Marsilio, che stava a vedere, che i pagan combattessin co' pagani, ché non potea di Rinaldo sapere; e bisognò che calassi giù a' piani,
perché e' vedeva abbaruffar le schiere, e non v'è contrassegni di cristiani; e disse: "Gano è un malvagio gatto; e Bianciardin chi sa quel che s'ha fatto?".
E dubitò ch'e' non sonassi a doppio, perché pure era stato in Francia a Carlo, che non avessi arrecato qualche oppio e volessi con esso addormentarlo;
e già sentir gli pareva lo scoppio, tanto forte comincia a imaginarlo che tradimento nel campo non fosse: per la qual cosa a gran furia si mosse.
Rinaldo, quando Marsilio ha veduto, diceva a Ricciardetto: - E' cala il monte. Lo star qui tutto sarebbe perduto: tempo fia ora a ritrovare il conte. -
E perché egli era molto combattuto da ogni parte, e dinanzi e da fronte, e Ricciardetto in qua e in là si scaglia, ed urta e rompe la calca e sbaraglia,
Rinaldo aspetta che il cerchio sia fatto; e come e' vede tondo il rigoletto, Baiardo fece girare in un tratto, ie volle un colpo fare a suo diletto,
e trasse in modo un rovescio di piatto che il capo spicca dal busto di netto a venti o più, se chi scrive non erra, e caddon tutti i mozziconi in terra.
E quando e' furon veduti cadere, ognun si scosta per la maraviglia, e dicevano, alzate le visiere: - Chi è costui ch'ogni cosa scompiglia? -
Rinaldo Orlando voleva vedere e inverso il campo girava la briglia dove combatte la gente di Francia, e tolse a un ch'era appresso la lancia.
Orlando, quando lo vide venire con tanta furia, come e' fu più presso, giurato arebbe, al cavallo, allo ardire, che fussi certo, come egli era, desso;
intanto vede il lione scoprire, e non capea d'allegrezza in se stesso; e fu tanto il desio che il cor disserra che cadde quasi del cavallo in terra.
E Ricciardetto il suo segno ha scoperto, ed Ulivieri intanto è quivi giunto, e poi che questi ha cognosciuti certo, tanto gaudio nel cor sente in un punto
che gli spirti vital, quel sendo aperto e già per l'artarìa di sangue munto, usciron quasi della ròcca fora: ché spesso avvien ch'uom d'allegrezza mòra.
Gran festa Orlando alla fine facea, ritornato in se stesso, al suo cugino, e domandava, e Rinaldo dicea de' suoi processi e del lungo cammino,
e ciò che Malagigi fatto avea; ed Ulivier, tornato in suo domìno, istupefatto ancor tutto e smarrito, Lazzer pareva del sepulcro uscito.
Il campo de' pagan s'era scostato, ché i paladin ristretti erano insieme e molto avevon questo danneggiato, tanto ch'ognun di lor forza pur teme.
Orlando mille volte ha rabbracciato Rinaldo pure, e d'allegrezza geme, e spera ancor di salvar la sua gente quando e' ragguarda il suo cugin possente.
E fece il campo rinfrescare intanto e rassettar, ché n'aveva bisogno; e poi dicea con Rinaldo da canto: - O fratel mio, tanto vederti agogno,
che quando io t'ho ben rimirato alquanto, io penso pur s'io ti parlo qui in sogno. Ringrazio il Cielo e più altro non chieggio, ché innanzi alla mia morte io ti riveggio.
Vorrei che tu m'avessi in altro modo trovato, a venir qua fin dello Egitto; pur tuttavolta di vederti godo e par che e' fugga ogni pensiero afflitto.
E benché io non mi dolga, anche non lodo che tu non m'abbi, è tanto tempo, scritto: quantunque doppio sia questo conforto, vederti vivo ove io pensavo morto.
- Sappi ch'io t'ho più lettere mandate, - disse Rinaldo - e così Ricciardetto; ma non sono a buon porto capitate, ed ogni cosa quel demòne ha detto.
Or lasciàn le parole addentellate, ché tutto il mondo qua ti veggo appetto. Dimmi, cugin, quel che tu vuoi ch'i' faccia, ché il tempo è breve e fortuna minaccia.
- Quel traditor, non dico di Maganza, anzi Marsilio, anzi altro Scariotto, - rispose Orlando - ci dètte speranza di far la pace, e inganno v'era sotto:
così con questa pitetta leanza Carlo aspetta a San Gianni, il sempliciotto, ed io qui venni per certo tributo, il qual tu vedi in che modo è venuto.
Poi che tu ti partisti ed io rimasi, par che il Ciel sopra me disfoghi ogni ira; e' mi sono avvenuti i più stran casi, che la Fortuna, che in più modi gira,
tanti non credo che ne intenda quasi; onde l'anima mia sempre sospira, ch'io so che mi persegue un gran peccato, del qual più tempo è ch'io ho dubitato.
Da poi in qua ch'io uccisi Don Chiaro, non mi poté mai più bene incontrare: né creder tu che mi fusse già caro, ma il mio signor mi potea comandare.
Forse quel sangue innocente sì claro vendetta debbe or nel Cielo esclamare, il qual con Carlo ha conceputo sdegno, ché assai dato gli avea d'onore e regno.
Credo, Rinaldo mio, s'io non m'inganno, ch'oggi tutti morremo in questa valle; benché tanti pagan prima morranno che sempre si dirà di Runcisvalle. -
Disse Rinaldo: - Non ti dar più affanno. Ecco Marsilio che t'è già alle spalle con tutto il popol di Serse e di Dario: non c'è più tempo a tanto correlario. -
Marsilio a Bianciardino aveva detto, poi ch'egli scese con sua gente al piano: - O Bianciardin, tu m'hai messo sospetto. Io non lo intendo questo caso strano:
Orlando è là con la mia gente appetto; Rinaldo so ch'è in paese lontano ed al presente si truova in Egitto con Ricciardetto: così Gan m'ha scritto. -
Rispose Bianciardin: - Qua son venuti due cavalier valenti e bene armati, e benché molto gli abbiam combattuti, per forza son tra la schiera passati
e dispariti, e poi non gli ho veduti: credo che sieno diavoli incantati, ché l'uno e l'altro è paruto invisibile, e fatto han quel che non parea possibile.
E' si vedea sempre in alto le mane e in modo le percosse spesseggiare che sonavano a doppio due campane. Io vidi intorno a questi un cerchio fare,
e seguir cose che non sono umane, ché si sentì una spada fischiare d'un certo manrovescio tondo e giusto ch'a venti il capo levò dallo imbusto. -
Per che Marsilio rispondeva allotta: - Questi son masnadier di Malagigi. Parmi la nostra schiera mal condotta, ché innanzi vien la gente di Parigi:
veggo che il campo fugge in volta rotta. - Intanto vien gridando Mazzarigi: - Aiuto, presto! Noi siamo a mal porto: il campo è rotto, e Falserone è morto! -
Quando Marsilio udì queste parole, si fece a Mazzarigi incontra presto, perché di Falseron troppo gli duole, e domandava pur: - Che vuol dir questo? -
Rispose Mazzarigi: - Così vuole Macon, che a questa volta è disonesto; e per tagliar più le parole corte, sappi ch'io fuggo, ed ho drieto la morte.
Orlando a Falseron tolse la vita, e Ricciardetto è venuto e Rinaldo, e spezza il ferro, e l'ossa e' nervi trita: pensa se 'l campo si può tener saldo!
Però tutta la gente s'è fuggita. - Disse Marsilio: - Becco, can ribaldo, o Macon crudelaccio e sanza fede, maladetto sia tu e chi ti crede!
Io non t'adorerò più in Pagania, traditor, ghiotto, pien d'ogni magagna! Può fare il Ciel che qua Rinaldo sia? Tu se' venuto per ogni campagna
accompagnarlo, come quel Tobia. Ora aren noi riavuta la Spagna, or sarà vendicato Ferraùe! Maladetto sia egli e il Cielo e tue! -
Era Marsilio un uom che in suo segreto credea manco nel Ciel che negli abissi: bestemmiator, ma bestemmiava cheto; pur questa volta volle ognuno udissi;
e se fu anche gentile e discreto, come in altro cantar già dissi e scrissi, io il dico un'altra volta, e parlo retto, ché questo non emenda altro defetto:
ché e' sapeva anche simulare e fignere castità, santimonia e devozione, e la sua vita per modo dipignere che il popol n'ebbe un tempo espettazione.
Ma perch'io sento la battaglia strignere, diciàn che si dolea di Falserone e bestemmiava il Ciel devotamente, pur come io dissi, in modo ch'ognun sente:
- Sia maladetto il dì che il conte Gano a Siragozza, quel malvagio, venne, che mi mostrò di porre il cielo in mano dov'io credetti volar sanza penne:
ché e' mi rendea la Spagna Carlo Mano d'accordo, in pace. Oh, quante volte avvenne che si ricorda un detto savio antico, che l'uomo ha solo il meglio per nimico!
O Bianciardin, tu mi dicesti tanto, allor ch'io vidi la fonte turbare, ch'io mi dovessi confortare alquanto, però che quel dovea significare
de' cristian solo il loro ultimo pianto; dicesti ch'era il sangue che versare e sparger si dovea de' cor cristiani. Ma pure alfin sarà quel de' pagani!
Ed io pur semplicetto fui e folle, e non credetti a tanti strani augùri, ché qualche deità benigna volle ammaestrarmi de' casi futuri
sanza chiamar gli spirti nelle ampolle e i nigromanti, a interpetrare oscuri! Omè, che 'l ver m'apparve in chiaro specchio, ma troppo a quel ch'i' volli posi orecchio!
Ed or tra male branche son condotto, e Falserone è morto, e più non posso; il campo al primo assalto è quasi rotto, e so che Carlo a furia sarà mosso,
ché il tradimento sentirà di botto: tanto che tosto Ibero sarà rosso, che e' mi par già veder di sangue sozza e in pianti e strida ed urla Siragozza. -
Intanto il gran tumulto de' cristiani innanzi s'avea messo a saccomanno il campo che fuggiva de' pagani, come innanzi a' leon gli armenti fanno
o spesso in parco i cavriuoli e i dani, tal che le grida a' nugoli sù vanno; e sopra tutto Rinaldo gli caccia, e mentre uccide l'un, l'altro minaccia.
Quando Marsilio ha veduto venire il campo suo così miseramente, riprese, come disperato, ardire, e innanzi pinse tutta la sua gente,
e disse: "Io so ch'e' mi convien morire; ma qualcun altro sarà ancor dolente!"; sì che le schiere ambo scontrate sono, e rimbombava in ogni parte il suono.
Rinaldo, quando e' fu nella battaglia, gli parve essere in Ciel tra' cherubini tra suoni e canti, e nel mezzo si scaglia, e minacciava que' can saracini:
- Tutti sarete straziati, canaglia! - e cominciava a far de' moncherini e mozziconi e uomini da sarti, e spesso appunto faceva due quarti.
E così dalla parte de' pagani eran venuti con Marsilio innanzi uomini degni e tanti capitani ch'io non credo con lor molto s'avanzi;
e faranno ben contro a' lor sovrani, e insegneranno a' Franciosi i romanzi, forse la solfa della Margherita, ch'ognuno alfin ci lascerà la vita.
Bianciardino avea seco Chiariello di Portogallo, un re famoso e forte, Fieramonte di Balzia e il re Fiorello, e Balsamin, che è peggio che la morte,
che sarà pe' cristian mortal flagello; e s'io non l'ho più detto, Buiaforte v'era, figliuol già del famoso Veglio, che facea forse a non venirvi il meglio.
Brusbacca v'era e il re Margheritonne, e Mattafirro, un feroce pagano, che non si fe' più strazio d'Ateonne quanto costui farà d'ogni cristiano;
e non si lasci indrieto Sirionne, che porta un bastonaccio sconcio in mano: questi eran tutti sotto una bandiera di Bianciardin nella seconda schiera.
E nella terza schiera vien davante, sotto l'insegna dello iddio Macone, Grandonio e l'Arcaliffa e Balugante in compagnia del re Marsilione,
e Zambuger, che ancora è piccol fante e vuol trovarsi al marziale agone, e molti gran baron là della Spagna, tanto che molto è questa schiera magna.
E' si vedeva in manco d'un baleno tante lance abbassate che e' parea che tremi sotto a' cavalli il terreno, tanta gente in un tratto si movea.
Taccia chi scrisse Canni o Transimeno, ché Marte credo paura n'avea, e Giuppitèr alla ròcca sua cresca a questa volta più d'una bertesca.
Orlando disse: - Con Marsilione lasciate a me la battaglia, perch'io lo tratterò come il suo Falserone, e pagherà de' suoi peccati il fio:
ché non crede il ribaldo anche in Macone, e spergiurato ha nel Cielo ogni Iddio come vero marran malvagio e fello. - E tuttavolta va cercando quello.
Baldovin, che di Gano era figliuolo, nella battaglia è con la spada entrato, e transcorreva a suo modo lo stuolo de' saracin, ch'ognun s'era allargato,
tanto che spesso si ritruova solo: della qual cosa e' s'è maravigliato, e non sapeva interpetrare il testo, ché sua prodezza non dovea far questo.
Or chi vedessi il conte Anselmo il giorno, cose vedrebbe inaudite e nuove: egli avea sempre assai pagan dintorno, ma poi in un tratto gli mandava altrove;
e Sansonetto si faceva adorno per la battaglia di mirabil pruove; e Terigi anche venìa punzecchiando, che si pascea de' rilievi d'Orlando.
Ulivier con la spada suona spesso qualche bacino o qualche cemmamella, e quanti saracin vengono appresso, non portavan più oltre le cervella,
ché tutte saltan fuor del capo fesso; tanto ch'a molti avanza briglia e sella, ed ognun fugge la furia di Vienna, che con la spada quel dì non accenna.
Il valoroso duca d'Inghilterra fece quel dì quel che in molti anni ferno già molti cavalier mastri di guerra. Oh, quanti saracin manda all'inferno!
Le strette schiere a sua posta disserra: non si fe' mai di bestie tanto scherno. E Berlinghier ritrovò Finadusto con quel bastone all'usato pur giusto;
e benché molto con lui sia pitetto si ricordò della eccellenzia antica, e non potendo ferirlo all'elmetto, perché e' gli aggiugne allo scudo a fatica,
alzò la spada insino al gorzaretto; e se tu vuoi, lettor, che il ver si dica, vedrai ch'io non ci levo e non ci abborro: e' levò il capo che parve d'un porro.
Era il sangue alto insino alle ginocchia, che correa già per la valle meschina; e Ricciardetto col brando non crocchia e molte volte a traverso sciorina,
e spicca i capi come una pannocchia di panìco o di miglio o di saggina, e non poteva a gnun modo star saldo. Pensa quel dì quel che facea Rinaldo!
Del Monte a San Michel pose Matteo la lancia alla visiera al re Fiorello, e prese appunto ove egli aveva un neo e riuscì di drieto pel cervello:
are' quel colpo atterrato anche Anteo; pensa se cadde in su la terra quello! Non si poteva por più appunto a sesta; benché a molti altri forerà la testa.
Aveva il conte Anselmo il giorno seco appresso sempre il buon duca Egibardo, ch'a molti dètte percosse di cieco e spesso corse insino allo stendardo,
e disse: - Che di' tu, s'io te lo reco? - e molto fu reputato gagliardo; tanto che il campo in modo spaventava ch'ognun lo fugge come fera brava.
E' si vedea, dove combatte Orlando, prima che il busso agli orecchi pervegna della percossa, in sù tornato il brando, come avvien dell'accetta a qualche legna.
E Turpin più non veniva segnando col granchio in man, ma con la spada segna, ché non è tempo la croce or si mostri, e infilza saracin per paternostri.
Gualtieri da Mulion pareva un drago, e Guottibuoffi non volea fuggire, ma con la spada va crescendo il lago e cerca sol come e' possi morire.
Ognun più che 'l tafàn di sangue è vago, sì che quel verso si poteva dire per la battaglia e pel crudele scempio: "Sangue sitisti, ed io di sangue t'empio".
Angiolin di Baiona e di Bellanda ognun feriva molto ardito e franco; Ottone il campo scorrea d'ogni banda; Avin non si tenea la spada al fianco;
Rinaldo tanti a Astarotte ne manda ch'egli è già tutto trafelato e stanco; Avolio e Marco e 'l possente Riccardo ognun parea come egli era gagliardo.
La battaglia veniva rinforzando, e in ogni parte apparisce la Morte. E mentre in qua e in là combatte, Orlando un tratto a caso trovò Buiaforte
e in su la testa gli dètte col brando; e perché l'elmo è temperato forte o forse incantato era, al colpo ha retto; ma della testa gli balzò di netto.
Orlando prese costui per le chiome e disse: - Dimmi, se non ch'io t'uccido, di questo tradimento appunto e come, e se tu il di', della morte ti fido;
e vo' che tu mi dica presto il nome. - Onde il pagan rispose con gran grido: - Aspetta!... Buiaforte... io te lo dico... della Montagna, del Veglio tuo amico. -
Orlando, quando intese il giovinetto, sùbito al padre suo raffigurollo: lasciò la chioma, e poi l'abbracciò stretto per tenerezza, e coll'elmo baciollo,
e disse: - O Buiaforte, il vero hai detto: il Veglio mio! - e da canto tirollo: - Di questo tradimento dimmi appunto, poi che così la fortuna m'ha giunto.
Ma ben ti dico, per la fede mia, che di combatter con mia gente hai torto, e so che il padre tuo, dovunque sia, non ti perdona questo, così morto. -
Buiaforte piangeva tuttavia; poi disse: - Orlando mio, datti conforto! Il mio signore a forza qua mi manda, ed obbedir convien quel ch'e' comanda.
Io son della mia patria sbandeggiato; Marsilio in corte sua m'ha ritenuto e promesso rimettermi in istato: io vo cercando consiglio ed aiuto,
poi ch'io sono da ognuno abandonato, e per questa cagion qua son venuto; e bench'i' mostri far grande schermaglia, non ho morto nessun nella battaglia.
Io t'ho tanto per fama ricordare sentito a tutto il mondo, che nel core sempre poi t'ebbi, e mi puoi comandare, e so del padre mio l'antico amore.
Del tradimento, tu tel puoi pensare: sai che Gano e Marsilio è traditore; e so per discrezion tu intendi bene che tanta gente per tua morte viene.
E Baldovin di Marsilio ha la vesta, ché così il vostro Gano ha ordinato: vedi che ignun non gli pon lancia in resta, ché il signor nostro ce l'ha comandato. -
Disse Orlando: - Rimetti l'elmo in testa e torna alla battaglia al modo usato. Vedren che seguirà; tanto ti dico: ch'io t'arò sempre, come il Veglio, amico. -
Poi disse: - Aspetta un poco, intendi saldo, che non ti punga qualche strana ortica: sappi ch'egli è nella zuffa Rinaldo: guarda che il nome per nulla non dica,
che non dicessi in quella furia caldo: "Dunque tu se' dalla parte nimica?"; sì che tu giuochi netto, destro e largo, ché ti bisogna aver qui gli occhi d'Argo. -
Rispose Buiaforte: - Bene hai detto. Se la battaglia passerà a tuo modo, ti mosterrò che amico son perfetto come fu il padre mio, ch'ancor ne godo. -
Ma perché il tempo a tante cose è stretto, noi faren punto alla materia e nodo, che sarà piena d'angoscia e di pianto, con l'aiuto del Ciel, nell'altro canto.
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