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1432–1484

CANTARE OTTAVO

Luigi Pulci

Virgine santa, madre di Gesùe madre di tutti i miseri mortali, per cui salvata nostra prole fue, perché tu ci ami tanto e tanto vali,

donami grazia e tanto di virtùe ch'io mi ritorni a' baron nostri, i quali nella città tornar volevan drento; e Manfredon ne va poco contento;

anzi chiamava morte a ogni passo, dicendo: "Omè, quanto pensai felice esser per te, Merediana, ahi lasso, ch'io t'ho lasciata or misero e infelice!".

Arebbe fatto lacrimare un sasso per le parole che talvolta dice; e tuttavia la gente rassettava e inverso il suo camin tristo n'andava.

Or chi avessi il gran pianto veduto che nel suo dipartir fa la sua gente, certo ch'assai gliene saria incresciuto: chi morto il padre lascia e chi il parente,

e così morto l'ha ricognosciuto, onde e' piangea di lui miseramente; chi il suo fratello e chi l'amico abbraccia, chi si percuote il petto e chi la faccia.

Eravi alcun che cavava l'elmetto al suo figliuolo, al suo cognato o padre, poi lo baciava con pietoso affetto, e dicea: - Lasso, fra le nostre squadre

non tornerai in Soria più, poveretto. Che diren noi alla tua afflitta madre, o chi sarà più quel che la conforti? Tu ti riman cogli altri al campo morti. -

Altri dicea pel camin cavalcando: - Non si dovea tanta gente pagana menar però così qua tapinando: certo non era la dama sovrana

di tanto prezzo quanto or vien costando. Ora hai tu, Manfredonio, Merediana? Or se ne va la tua gente sbandita, e mancò poco a lasciar qua la vita.

Teco menasti tutta Pagania come tu andassi per Elena a Troia: or hai tu sazia la tua voglia ria? E se' cagion che tanta gente muoia. -

E così Manfredon ne va in Soria afflitto, sconsolato, in pianto e in noia: così chi segue ogni sfrenata voglia lasciando la ragion, sente alfin doglia.

Orlando con Rinaldo ed Ulivieri si ritornorno e Dodone e Morgante con Caradoro e tutti i cavalieri colle bandiere al vento triunfante.

Gran festa è fatta a' cristian battaglieri da tutto quanto il popolo affricante; suonansi corni e trombette e tamburi, fannosi fuochi e balli sopra i muri.

Essendo molti giorni riposati, la damigella un dì chiama il marchese; in una cameretta sono andati; e poi che tutta nel viso s'accese,

i suoi sospir tutti ha manifestati: priega ch'a lei sia cavalier cortese e che 'l suo amor negar non debbi a quella che nel suo cor sentia mille quadrella.

Ulivier dice: - Io nol farò per certo, perché se' saracina, io son cristiano: dal nostro Iddio so ch'io sarei diserto; prima m'uccidi qui colla tua mano. -

Ella rispose: - S' tu mi mostri aperto che 'l nostro Macometto iddio sia vano, io mi battezerò per lo tuo amore perché tu sia poi sempre il mio signore. -

Ulivier disse della Trinitate come era una sustanzia e tre persone, di lor potenzia e di lor deitate; e poi gli fece una comparazione:

- Se d'essere uno e tre pur dubitate, si mostra per essemplo e per ragione ch'una candela accesa mille accende, e il lume suo pure all'usato rende. -

De' miracoli disse fatti al mondo e come Lazar già resuscitassi, come E' fu crucifisso, e nel profondo del limbo a trar molte anime n'andassi.

Disse la dama: - Più non ti rispondo. - E fu contenta che la battezassi. E dopo a questo vennono alla cresima, tanto che infine e' ruppon la quaresima.

Più e più volte questa danza mena Ulivier nostro pur celatamente: non si ricorda più di Forisena, che la soleva aver sempre alla mente;

e la fanciulla leggiadra e serena ingravidata è di lui finalmente; e nacquene un figliuol, dice la storia, che dètte a Carlo Man poi gran vittoria.

Uscendo un dì d'una zambra la dama, Rinaldo s'accorgea di questo fatto, ed Ulivier segretamente chiama: - Che fai tu? - disse - Tu mi pari un matto. -

Ulivier gli contò tutta la trama com ella è battezata e con che patto. Rinaldo disse: - Se cristiana è certa, fa' che la cosa almen vadi coperta. -

Or lasciamo Ulivier fornir la danza e riposarsi alquanto, e gli altri ancora, e ritorniamo al signor di Maganza Gan da Pontier, che non si posa un'ora.

Avuto avea del suo messo certanza come impiccato fu sanza dimora da Caradoro, onde e' n'ha gran tormento, e pensa pur qualche altro tradimento.

E perché egli era maestro perfetto, si ricordò d'un gran re saracino, lo quale Erminion per nome è detto, nimico di Rinaldo paladino,

perché Rinaldo gli fe' già dispetto quando dètte la morte al re Mambrino, perch'egli avea per moglie la sorella, detta dama Clemenzia, savia e bella.

Avea più tempo questa donna eletta, come fanno le moglie col marito, pregato che far debba la vendetta; Erminion non l'avea consentito,

come colui che luogo e tempo aspetta, sì come savio, a pigliar tal partito. Gan da Pontieri avea per alfabeto ogni trattato palese e secreto;

e dove e' possa seminar discordia, nol ritenea pietà né conscienzia, ché lo facea sanza misericordia: gli ricordò l'oltraggio e violenzia

sapea il pensier della dama Clemenzia, e scrisse un brieve, e dopo lunga essordia del buon Rinaldo, e che non debba starsi, però ch'egli era il tempo a vendicarsi:

"A te, Erminion di gran potere, il conte Gan mille salute manda sempre parato a ogni tuo piacere, ed umilmente a te si raccomanda.

Credo tu debbi ogni cosa sapere dove Rinaldo si truovi e in qual banda, e com'egli è sbandeggiato di corte; e dètte al re Mambrin pur già la morte.

Pel mondo va come un ladron di strada; Orlando è seco e Dodon per ventura, ed Ulivier con lui credo ancor vada: non ti bisogna aver di lor paura.

Lascia il tuo regno ed ogni tua contrada, a Montalban te ne vieni alle mura: Alardo e Ricciardetto v'è a guardarlo, e non potre' più in odio avergli Carlo.

Se tu vien presto col tuo assembramento, in poco tempo so che 'l piglierai: gente non v'è ne vettovaglia drento; e in questo modo ti vendicherai;

però che fe' pur troppo tradimento ucciderlo nel modo che tu sai. Io te lo scrivo per antico amore; e so che vuole il nostro imperadore.

E' si vorrebbe dinanzi levare tutti que' della casa di Chiarmonte, ma con suo onor non l'ha potuto fare; ora ha sbandito Rinaldo col conte

per fargli sol, se può, mal capitare; e se tu vien colle tue gente a fronte, Carlo sarà giustificato in tutto che per tua man sia Montalban distrutto".

La lettera suggella e manda il messo che non debba posar notte né giorno; e se farà il suo debito, ha promesso cento talenti Gan nel suo ritorno.

Il messaggier vuol far quel ch'è interesso: sùbito tolse la taschetta e 'l corno, e dopo lungo e spiacevol camino si rappresenta al gran re saracino.

Erminione a questo pose orecchio e tutte le ragion gli son capace, benché cognosca Gan traditor vecchio; dama Clemenzia questo assai gli piace.

E finalmente feciono apparecchio di gente franca saracina audace: ben centomila sotto un gonfalone in poco tempo accozza Erminione.

E poi che tutti furono assembrati, con trentamila giunse un amirante, e d'archi soriani erano armati, e per nome si chiama Lionfante;

avea per arme due lion dorati nel campo azurro, e ciascun par rampante; era venuto sanza aver richiesta e molto Erminion ne fece festa,

ed arrecossi in buono augurio e segno la sua venuta e quella gente franca. L'arme d'Erminion famoso e degno nel campo rosso era un'aquila bianca,

salvo ch'aveva un altro contrassegno, una rosetta sopra l'alia manca. E Fieramonte, suo fratello adorno, appella Erminione, e Salincorno;

e disse a Salincorno: - Tu verrai in Francia bella; e tu, mio Fieramonte, la mia corona in testa serberai, tanto mi fido alle virtù tue pronte,

né mai del regno ti dipartirai fin che passare in qua mi vedrai il monte: a te confido tutto il mio reame, e la giustizia fa' che osservi ed ame. -

Dama Clemenzia d'allegrezza ha pieno il core, e fece al messaggier di Gano nel suo partir donare un palafreno; cento bisanti poi gli pose in mano,

e d'un bel drappo splendido e sereno gli dètte un ricco e gentil caffettano, e disse: - Questo per mio amor ne porta. Saluta Gan mille volte e conforta. -

Erminion gli fe' donare ancora molte cose leggiadre alla moresca; e 'l messaggier partì sanza dimora colla risposta, e non par che gl'incresca.

La qual risposta Ganellon rincora come il nocciolo arà tosto la pèsca, e come centotrentamila avea di cavalieri, e come e' si movea.

In pochi dì ritornò il messaggieri ed al suo Ganellon si rappresenta; Gan la risposta lesse volentieri quando sentì di centomila e trenta.

Disse il messaggio: - O signor da Pontieri, di quel che m'hai promesso or mi contenta. Erminion non vuol di lui mi lagni. - E mostrò i don c'ha ricevuti magni.

Gan gli donò quel che promesso avea, e tutto pien d'allegrezza era quello; a Montalbano a Guicciardo scrivea che ne veniva Orlando e 'l suo fratello,

e presto sarà in Francia; e ciò facea per certa astuzia, il maladetto e fello, perché e' tenessin la terra e le mura più sprovvedute e stien sanza paura.

Intanto Erminion si mette in punto: apparecchiò navil gran quantitate; e come e' vide il vento per lui giunto, sùbito furon le vele gonfiate,

e giorno e notte non si posa punto. Le navi a salvamento son giostrate, e in pochi dì questa brigata magna si ritrovava ne' porti di Spagna.

Fu la novella sùbito a Marsilio come in Ispagna è venuta gran gente; maravigliossi di questo navilio e cominciava a temer fortemente;

ebbe consiglio e tutto il suo concilio, e manda imbasceria subitamente che lo debba avvisare Erminione della venuta sua che sia cagione.

Erminion rispose come saggio che inverso Francia con sua gente andava per vendicarsi d'un antico oltraggio, e come il passo sol gli domandava,

ch'a' suoi paesi non faria dannaggio. Marsilio della impresa il confortava. E presto fu avvisato Carlo Mano come e' passava gran popol pagano.

Carlo, sentendo sì fatta novella, non ebbe alla sua vita un tal dolore; Turpino e Namo e Salamone appella e raccontava del fatto il tinore,

dicendo: - Orlando non sarà qui in sella, non c'è Rinaldo, onde e' mi triema il core, né Ulivier, il nostro paladino. Che faren noi, o Namo, o mio Turpino?

Or si cognosce il mio nipote caro, or si conosce Rinaldo e 'l marchese! - Turpino e gli altri insieme s'accordaro che si dovessi stare alle difese,

e in questo modo Carlo confortaro. Namo per tutti le parole prese, dicendo: - Le città difenderemo, e intanto aiuto al papa chiederemo. -

Per tutta Francia fecion provedere le città, le fortezze e le castelle, ed ordinorno mandar messaggiere al papa a dir le cattive novelle.

Intanto Erminion con sue bandiere presso a Parigi son sopra le selle, e fan tremare e 'l monte e la pianura, e tutto il regno sta con gran paura;

e pel paese trascorrendo vanno, rubando, ardendo e pigliando prigioni, e mettono ogni cosa a saccomanno: dove e' s'abbatton questi mascalzoni

in ogni parte facevon gran danno. Erminion fra tutti i suoi baroni elesse Lionfante, che ponessi a Montalbano il campo e intorno stessi.

E lui si stette con sue gente al piano appresso a poche leghe di Parigi; e manda imbasciadore a Carlo Mano a dir che gli movea questi litigi

per vendicar Mambrin, degno pagano, e Montalban disfare e San Dionigi; e Mattafolle fu suo imbasciadore, un re pagan che non gli triema il core.

Giugnendo a Carlo Man quel Mattafolle fe' come matto e folle veramente: ché quando e' gli ebbe detto quel che volle, e' cominciò a minacciarlo aspramente.

Carlo pur rispondea timido e molle. Astolfo a questo non fu paziente: trasse la spada fuor con gran tempesta per dare a Mattafolle in su la testa.

Ma non poté perché e' lo prese Namo, e disse: - L'onestà questo non vuole, che a 'mbasciadore oltraggio noi facciamo. Lascialo far, ché fa come far suole,

sì che al suo re non ne faccia richiamo. - Mattafolle tagliava le parole, e disse: - Astolfo, in sul campo ti voglio, e forse abbasserò questo tuo orgoglio. -

E dipartissi da Carlo adirato, benché il Dusnamo si scusassi assai. Al grande Erminion si fu tornato, e disse: - La 'mbasciata tua contai,

e molto fui da 'Stolfo ingiuriato; ond'io ti priego, s'a te piacqui mai, che domattina sia contento io m'armi, e vo' con tutti i paladin provarmi. -

Rispose Erminion: - Tu non sa' bene ancor chi sieno i paladin di Francia, e per questa cagion sì spesso avviene che molti n'hanno forata la pancia.

Sappi che Carlo Man questi non tiene, se non fussino ognun provata lancia. Tu ti potrai provar, se n'hai pur voglia; ma guarda ben che mal non te ne coglia.

E se non v'è Rinaldo ed Ulivieri, e se non v'è Orlando tanto forte, e' v'è quel valoroso e franco Uggieri ch'a tanti saracin data ha la morte,

e quel famoso e degno Berlinghieri, Ottone, e tanti altri baroni in corte. Per mio consiglio al campo ti starai; pur, se ti piace, a tuo modo farai. -

Astolfo in quella notte cavalcòe inverso Montalban tutto soletto: perché e' non ve Rinaldo, dubitòe d'Alardo, di Guicciardo e Ricciardetto.

Ma giunto ove era il campo, riscontròe certi pagani e fu preso in effetto, e fu menato preso all'amirante, ch'era chiamato il fiero Lionfante.

Lionfante comincia a domandare di Carlo, di sua gente e sua possanza; e la cagion che vengon per guastare Montalban, come tosto avea speranza,

dice che voglion Mambrin vendicare, perché Rinaldo fe' troppa fallanza a tradimento uccider quel signore, e mancò troppo, al suo parer, d'onore;

e che per questo saria tanta guerra, per vendicar questo peccato antico. A lui rispose il signor d'Inghilterra: - Ascolta, Lionfante, quel ch'io dico.

Pel mio Gesù, che chi dice ciò erra, perché e' l'uccise come suo nimico a corpo a corpo e sanza tradimento, e non vi fu difetto o mancamento. -

E raccontò la cosa in tal maniera che Lionfante restò paziente, e disse: - Poi ch'io so la storia vera, per mia fé, ora, ch'io ne son dolente

aver condotta qua la mia bandiera: esser vorrei in Soria con questa gente, ché poi ch'a tradimento e' non fu morto, Erminion, per Macometto, ha il torto.

Io conobbi Rinaldo già in Ispagna, e per mia fé, mi parve un uom gentile, da non dovere aver questa magagna di far con tradimento opera vile;

anzi pareva una persona magna e franco e forte e giusto e signorile. E increscemi di lui che non ci sia; ma per me tanto oltraggiato non fia;

e s'io potessi Montalban pigliarlo, io nol farò, pel giusto iddio Apollino; e in qualche modo si vorria avvisarlo che ritornassi in qua col suo cugino.

Ma dimmi, prigionier col quale io parlo, se tu se' cavaliere o paladino. - Astolfo il nome suo gli disse allora; il perché Lionfante assai l'onora;

e fece accompagnarlo alla cittate. Era quel Lionfante un uom discreto: mandò con lui molte sue gente armate fino alle mura, e poi tornano indrieto.

Astolfo truova le porte serrate: furono aperte, e molto ognun fu lieto. E Ricciardetto, quando ha questo inteso, parve dal cor gli levasse ogni peso.

E domandò se sapeva niente del suo fratello, e disse come Gano gli aveva scritto molto chiaramente Rinaldo saria tosto a Montalbano.

Astolfo indovinò subitamente la sua malizia, e scrisse a Carlo Mano che certo il traditor di Gano è quello ch'avea condotto là quel popol fello.

Gano in que' dì parea maninconoso più ch'alcun altro di sì fatto assedio, e spesso il viso facea lacrimoso, dicendo: - Carlo, io non veggo rimedio

a Montalbano, ond'io ne sto doglioso: credo che poco vi staranno a tedio. - E poi la notte nel campo avvisava Erminion, ciò che Carlo ordinava.

Carlo un dì per ventura vide indosso a quel corrier ch'egli aveva mandato al re pagano, un certo vestir rosso di camuccà, ch'e' gli aveva donato,

e fra se stesso diceva: "Io non posso pensar donde costui l'abbi arrecato"; e domandonne alcuna volta Gano ond'egli avessi quel vestire strano.

Gan gli avea detto: - A questi dì il mandai nel tal paese, per saper d'Orlando novelle; e perché poco ne spiai, non te lo dissi; e 'l messaggier, tornando,

per quel ch'io intesi, ché nel domandai, un dì in un bosco un pagano scontrando, credo che disse lo fece morire, e trassegli di dosso quel vestire.

Vera cosa è ch'io scrissi a questi giorni a Ricciardetto per dargli conforto: "Rinaldo e gli altri paladini adorni sappi che in Francia saranno di corto":

questo è perché e' non credon mai che torni ed hanno dubitato che sia morto. - Carlo ogni cosa nella mente avea, e 'l messaggier d'Astolfo allor giugnea;

e non credette a quel ch'Astolfo scrisse, perché il parlar di Gan si riscontrava; e risposegli indrieto, e così disse, quand'egli scrisse questo, se sognava

a dir ch'Erminion per Gan venisse: così Fortuna Carlo traportava; o forse ch'era permesso dal Cielo ciò che Gan dice gli paia il Vangelo.

Or ritorniamo a Mattafolle un poco: egli era contro Astolfo inanimato per quel che fe', che non gli parve giuoco. La mattina seguente si fu armato,

però che l'ira riscaldava el fuoco. Così soletto si fu inviato, e venne presso al muro di Parigi, dove è la chiesa detta San Dionigi;

ed un suo corno cominciò a sonare, chiamando Astolfo che debba venire se vuol con esso in sul campo giostrare. Carlo comincia col Dusnamo a dire,

e Salamon, quel che par lor di fare, se Mattafolle si debba obedire; e finalmente per partito prese ch'a lui si mandi il possente Danese.

E 'l Danese s'armò con gran furore; e 'l suo caval d'acciaio era guernito. Chiese licenzia, e dallo imperadore subitamente e dagli altri è partito.

Vide dove è Mattafolle il signore, che rifaceva col corno lo 'nvito: maravigliossi che 'l vide soletto e non pareva ch'avessi sospetto.

Giugnendo a Mattafolle, il franco Uggieri lo salutò con un gentil saluto; poi gli diceva: - O nobil cavalieri, per combatter con noi se' qua venuto?

Io sono stato per tutti i sentieri de' saracini, e mai non fu' abbattuto. Che pensi tu, con ispada o con lancia esser venuto acquistar fama in Francia?

Io son de' paladini il più codardo, e non ti stimo, pagano, un bisante. Se tu se' pur, come credi, gagliardo, prendi del campo, barone affricante. -

Rispose il saracin: - Per certo io guardo se tu se' quel cavaliere arrogante che mi volesti far villania in corte, per darti in ogni modo oggi la morte. -

Disse il Danese: - Troppa pazienza ebbe con teco il nostro imperadore, che ti dovea punir di tua fallenza, se stato tu non fussi imbasciadore.

Colui che fare ti volea violenza Astolfo è, d'Inghilterra alto signore. Io son chiamato per nome Danese. Il saracino allor del campo prese.

Poi che fu dilungato il saracino più d'una arcata, volse il suo cavallo; dall'altra parte il franco paladino tosto tornava indrieto a contastallo;

furno scontrati a mezzo del camino, e nessun pose la sua lancia in fallo. Ma del Danese la lancia spezzossi sopra lo scudo, e quel pagan piegossi.

Il saracin ferì con maggior forza sopra lo scudo il possente barone: passollo tutto, e trovava la scorza della corazza, e passala e 'l giubbone;

Uggier piegossi ora a poggia ora a orza, e finalmente cadde dell'arcione. Re Mattafolle, quando in terra il vide, maravigliossi e di ciò forte ride;

e disse: - Or non vo' più che tu ti vanti che mai più non cadessi del destriere; e di' che ci hai provati tutti quanti! provato non m'avevi, cavaliere.

Vedi che Cristo e tutti i vostri santi non t'han potuto aiutar di cadere. Renditi a me, come tu dèi, prigione. - Disse il Danese: - Questo è ben ragione. -

La spada per la punta il paladino dètte al pagan che l'aveva abbattuto. Menollo in San Dionigi il saracino, e disse: Qui t'aspetta, ché è dovuto.

Poi cominciava: - O figliuol di Pipino, sappi ch'Uggier della sella è caduto e per prigion l'ho messo in San Dionigi. Mandami un altro baron di Parigi. -

Quando udì Carlo risonare il corno, non fu mai più dolente alla sua vita, e ragguardava per la sala intorno dove era la sua gente sbigottita.

Dusnamo e gli altri tutti consigliorno che, poi che 'l saracin così gl'invita, un altro cavalier mandar bisogna, se non che gli saria troppa vergogna;

ed accordârsi che v'andassi Namo. Namo v'andò, sì come gli fu imposto. Giugnendo a Mattafolle, così gramo, lo salutò e dissegli discosto:

- Prendi del campo; alla giostra vegnamo, ché dir parole assai non son disposto. - Il saracin, che la sua voglia intende, subitamente allor del campo prende.

Namo si volse tutto furioso: e' si credette inghiottir Mattafolle; giunse allo scudo un colpo poderoso: l'aste si ruppe, ché passar nol volle,

e 'l saracin, ch'è forte ed animoso, nulla non par che dell'arcion si crolle; e prese il savio duca a mezzo il petto e della sella lo cavò di netto.

Namo si vide superato e vinto, e così disse: - Io ti comincio a credere, poi che tu m'hai fuor dell'arcion sospinto, ch'ogni altro saracin tu debba eccedere. -

E 'l brando presto dallato ebbe scinto, e disse: - A te prigion mi vo' concedere. - Disse il pagano: - Or, se non t'è fatica, il nome tuo, baron, vo' che mi dica. -

Namo rispose: - Questo poco importa. Sappi ch'io sono il duca di Baviera. - Disse il pagan: - Per Macon, ti conforta, ch'onorato sarai fra la mia schiera. -

Di San Dionigi il condusse alla porta, dove il Danese nostro prigione era; e ritornossi al campo e 'l corno suona, Carlo sprezzando e sua santa corona.

Era Carlo a vederlo cosa oscura, e tutti i suo' baron similemente; ognuno avea già in Parigi paura. Berlinghier nostro, quando il corno sente,

tosto apportar si facea l'armadura, e montò sopra il suo destrier possente. Nella sedia fatal rimase Carlo, e' suoi baron dintorno a confortarlo.

La lancia di ciresse aveva in mano, la spada allato, e cintosi un trafiere; brocca il cavallo e giugneva al pagano a lanci e salti, che pare un levriere,

e disse: - Se' tu quel baron villano che così sprezzi il famoso imperiere? Se tu sapessi chi sotto è in queste armi, tosto perdon verresti a domandarmi.

Se tu scampi da me, tu sarai il primo, tanti n'ho morti già con questa spada: non domandar s'ogni peluzzo cimo con essa in aria, in modo par che rada. -

Disse il pagan: - Per Macon, poco stimo chi troppo sta la notte alla rugiada! Manda pel prete e fa' trovare i moccoli, ché tu mi pari una bertuccia in zoccoli. -

Berlinghier si crucciò come un diavolo, e disse al saracin: - Matto uom bestiale, che se' tu uso a mangiar, crusca e cavolo? Co' pazzi sopra il carro trionfale!

Non potre' farlo Macone o 'l suo avolo, o Apollin, ch'io non ti facci male. - Disse il pagan, poi che molto ebbe riso: - Deh dimmi un poco, hai tu sotto altro viso? -

Rispose Berlinghier: - Non più parole: e' ti parrà ch'io sia come un gigante. Il molto rider segno esser non suole però di cavalier saggio o prestante.

Non so quel che tu di', rugiada o sole, e zoccoli non ho sotto le piante; ma nella punta del mio brando forte so ch'io vi porto, baron, la tua morte.

- Sares'tu mai Rinaldo o quel marchese ch'ha tanta fama al mondo o 'l conte Orlando, - disse il pagano - o puoi più che 'l Danese, che nella punta la morte hai del brando?

Deh, fammi il nome tuo, se vuoi, palese. - Berlinghier gli rispose minacciando: - Non son Rinaldo, Orlando o Ulivieri, ma il franco e forte e gentil Berlinghieri. -

Il saracin, sentendo nominarlo, rispose: - Sia nel nome di Macone! Dunque tu se' de' paladin di Carlo: so che non tien sì fatto compagnone

in corte, se non usa di provarlo. Io t'ho squadrato dal capo al tallone per veder quanto discosto gittarti voglio in sul campo, e in su l'erba posarti.

Prendi del campo, ch'io scoppio di ridere pensando, cavalier, quel che tu hai detto, che tu mi creda, così al primo, uccidere: non potre' farlo tu, né Macometto!

Se tu non soldi gente da dividere ovver se tu non voli, io ti prometto in San Dionigi, cavalier di Francia, portarti in sulla punta della lancia. -

Rispose Berlinghier: - Degli altri matti ho gastigati a' miei dì mille volte, e te gastigherò. Vegnamo a' fatti, ché le parole tue paiono stolte. -

Disse il pagano: - Io vo' far questi patti: che tu mi lascia sol due dita sciolte e mettami in un sacco il resto tutto, e mosterrotti ch'io ti stimo un putto.

- Prendi del campo - disse Berlinghieri: - forse che tu ti troverrai in un sacco. - E sùbito rivolse il suo destrieri, dicendo: - Mattafolle, tu m'hai stracco:

tu se' come tu hai nome, e volentieri non gittian qui le perle in bocca al ciacco. - E 'l saracin del campo prese e tolse, poi con la lancia a Berlinghier si volse.

Berlinghier ne venìa come un colombo, e 'l saracin ne vien come un falcone: da ogni parte si sentiva il rombo de' lor destrier, ch'ognun pare un rondone;

poi lasciaron cader le lance a piombo, ognuno in resta la sua tosto pone. Ma quella del cristian, che è di ciresse, tosto si ruppe e pel colpo non resse.

Il saracin ferì sopra lo scudo Berlinghier nostro e come fussi cera sùbito il passa, e 'l ferro acuto e ignudo passò la corazzina e la panziera:

fino alla carne andò quel colpo crudo; e perché soda e verde la lancia era, per la percossa che fu molto acerba Berlinghier franco si trovò in su l'erba.

E in su la punta più di dieci braccia lo portò in aria, e poi lo lasciò andare, e disse: - Sempre avvien che chi minaccia ne suol la pace a casa poi portare. -

Berlinghier mano alla sua spada caccia, e volle la battaglia rappiccare; sùbito del terren ritto si getta per far di Mattafolle aspra vendetta.

- Ah! - disse il saracin - tu falli troppo: usanza è sempre di gentil baroni che que' che son caduti al primo intoppo porghino il brando e diensi per prigioni.

Or ch'io t'ho vinto, fracassato e zoppo, a quel che vuol la giustizia t'opponi, ed hai cavato fuor lo spadaccino: questa usanza non è di paladino!

Io t'avevo sentito ricordare fra tutti gli altri un cavalier virile che non sapessi in nessun modo errare, onesto, saggio, pulito e gentile;

or fatto m'hai di te maravigliare: questo mi pare un atto stato vile. - Rispose a Mattafolle Berlinghiere: - Io ti darò col brando e col trafiere. -

Mattafolle non ebbe pazienza, e disse: - Poi che tu se' in tanto errore, io ti gastigherò di tua fallenza. - E punse sopra i fianchi il corridore;

dèttegli un colpo di tanta potenza sopra l'elmetto, dice l'autore, che Berlinghieri in terra inginocchiossi, e non sapeva in qual mondo si fossi,

- Renditi tu prigion? - diceva allora il saracino. - Oì - tosto rispose il paladin sanza far più dimora; e 'l brando per la punta in man gli pose.

Ed ècci un auttor che dice ancora, e così truovo nell'antiche chiose, che ginocchion lo fe' star quel che volle colle ginocchia ignude Mattafolle,

e disse: - Questo sia pel tuo peccato, ché tu volevi far le fusa torte. - E poi che gli ebbe il suo brando pigliato, non per la punta, ché v'era la morte,

anzi dal pome, come e' gli fu dato, lo misse drento a quelle sante porte di San Dionigi; e Namo, che vedea il suo figliuol prigion, seco piangea.

Era d'ogni eccellenzia e di costume Berlinghier sopra tutti un uom dabbene, di gentilezza una fonte, anzi un fiume, a luogo e tempo, come si conviene,

tanto che scritto n'è in più d'un volume. Or se lo stil della ragion non tiene, è che cognobbe ch'ogni gentilezza perduta è sempre a chi quella non prezza;

e reputava Mattafolle un matto come il nome sonava veramente, da non servàgli né ragion né patto: così lo scusa ognun che è sapiente.

Poi, se gli fussi riuscito il tratto, era salvato Carlo e la sua gente; e lecito ogni cosa è per la fede: adunque chi lo 'ncolpa il ver non vede.

Carlo sentì ritoccare il cornetto, e disse: - Questo mi par tristo segno: caduto è Berlinghier tanto perfetto; non so chi abbi a' suoi colpi ritegno:

venuto è questo pagan maladetto per distrugger mia gente e tutto il regno. - Avin s'armò, sentendo che 'l fratello era abbattuto, per vendicar quello.

Avin si ritrovò sopra la terra. Venne in sul campo il valoroso Ottone, il famoso signor là d'Inghilterra, e finalmente si trovò prigione:

tutti gli abbatte il saracin da guerra. Venne Turpino, Gualtier da Mulione, Salamon di Bretagna e 'l buono Avolio: tutti prigion n'andâr cheti come olio.

Di Normandia il possente Riccardo venne in sul campo, e con gran sua vergogna al primo colpo rimase codardo. Tosto s'armava Angiolin di Guascogna:

volle provar come e' fussi gagliardo, e ritrovossi come gli altri in gogna. Carlo rimase sconsolato tutto, veggendo il popol suo così distrutto.

Restava appunto il traditor di Gano: Carlo non volle ch'egli uscissi fore. Tornossi Mattafolle a Montalbano presso alla terra, ove era il suo signore,

e presentò i prigioni al re pagano. Erminion fe' lor massimo onore, e nel suo padiglion gli ha ricevuti. Cristo del ciel vi conservi ed aiuti.

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CANTARE OTTAVO · Luigi Pulci · Poetry Cove