O mia cara sorella, o dolce Ismene, Or possiam noi ben dir che Giove intenda (Non sazio ancor di tante doglie e morti) Ché del doppio fallir del padre Edìpo
Anco noi che viviam portiam la pena. Nulla cosa infelice, nulla al mondo Più di miserie o di vergogna avanza Che ne' tuoi e ne' miei non sia caduto:
E Creonte crudel, l'empio signore, Con nuovi bandi ci tormenta ognora. Tu taci; ahi lassa me! Dunque non sai L'alto disnor che dei nemici nostri
I nostri amici con tal forza ingombra? Amara o dolce, ancor nulla novella, Antigone, agli orecchi miei pervenne De' nostri amici, poscia che in quel punto
Porgendo l'uno all'altro acerba morte, Noi due de' due fratei restammo prive; E poi che rotto il gran campo nimico Fu quella notte, non ho cosa udita
Che più lieta mi faccia, o più dolente. Tosto adunque il saprai, ché questo solo Fa ch'io ti trassi qua fuor della porta, Acciò che senza altrui tu sola udissi.
Deh che fia, lassa! poi che gli occhi e 'l volto Mostri dipinti di soverchio sdegno? E parmi il ragionar doglioso e grave? Non ha il fero Creonte ancor sepolto
L'uno e l'altro fratel, ma in terra nudo L'un de' due vuol lasciar di fera in guisa. È nel grembo a Pluton solo Eteòcle Pur con dovuto onor là giù disceso,
E 'l corpo ch'ei lasciò coperto vide. Ma 'l miser Polinice in terra giace Nudo, abietto e scoperto; ed ha bandito Che alcun de' cittadin non prenda ardire
Di sotterrarlo o di pianger sua morte. Ma senza pianto altrui, senza sepolcro, Di can, d'augelli e di selvagge fere Vuol che restin tra noi dogliosa preda
Quelle membra regai d'Edippo uscite. Or se noi sguarderem quel ch'è seguìto, Vedremo ogni comando, ogni minaccia, Che a te, sorella, e a me si drizzan sole;
A me dico anco, che pur vivo ancora. E per far più palesi i suoi pensieri Vuol che la pena sia di chi l'aiuti, L'esser vivo tra' suoi sotterra posto.
Né gli è bastato pur bandirlo intorno; Ch'egli stesso vien fuori a dirlo a tutti. Qui siam, cara sorella; ed è ben tempo Che ne dimostri omai se del tuo sangue
Porti l'alto valore, o se viltade Dentro a sì nobil petto albergo trova. Deh che, semplice, parli? e in che potrei Giovargli, quando ben disposta fossi
Di trapassar le leggi e sotterrarlo, S'è vero appunto quel che m'hai narrato? Pensa pur se tu vuoi porgermi aiuto. Ah che pericol greve! ov'hai la mente?
E il corpo morto alzar con questa mano. Speri tu seppellirlo, e che nol senta Questa città nemica e t'interrompa? Se venir non vuoi meco, io sola voglio
Al tuo fratello e mio sepolcro dare, Né cosa curo che avvenir mi possa. Contr'alla voglia, ahi lassa! di Creonte? A lui non lice il mio dover vietarmi.
Torniti a mente, ohimè! sorella cara, Come, già visto il suo peccato orrendo, Il padre nostro con sua propria mano Ambi gli occhi si trasse, e poi nimico
Al popol fatto, in sì misera morte Pien di vergogna chiuse i giorni suoi. Poscia colei che fu sua donna e madre, (Come tu sai) poi che conobbe il figlio
Figlio e marito, in duro laccio avvolta Pur sospinta dal duol se stessa ancise. Il terzo acerbo danno or n'è presente, Come veggiam, ch'ancor vermiglia è l'erba
Del sangue, ohimè, de' nostri due fratelli; Che insieme irati, l'un vêr l'altro mosse La man fraterna, ed un sol punto vide L'uno e l'altro cadere, ed egual fato
All'uno e l'altro acerbo fin condusse. Così noi sole alla fortuna in preda, Senza conforto alcun di padre o madre, Senza fratelli, ohimè! rimase siamo.
Or pensa dunque ben quanto dogliosa Morte ne aspetti, se vorrem con forza Le leggi trapassar, l'alta potenza, E i fier comandi del novel signore.
Ma me convien pensar che già create Femmine fummo, e che non siam bastanti, Debili e inferme, a contrastar con l'uomo; E poi che il ciel, già di regine e donne,
Serve n'ha fatte, questo e peggio ancora Tacitamente ne convien soffrire. Ond'io, per me perdon chiedendo a quelli Che già son morti, scuserò il mio fallo,
Poi che mi sforza chi governa e regge. Ché stimar non si dee saggio colui Che quel ch'esser non puote indarno tenta. Io non ti vo' pregar, perciò che, quando
Pur consentissi, non saresti mai Del tutto pronta; ond'io dolor n'avrei. E molto meglio all'onorate imprese È l'esser sol, ch'aver compagni, i quali
O contrario voler tardi, o timore. Or sia saggia a tuo senno, io pur son certa Di sotterrarlo; e vie più bel mi fia, Poi gli avrò fatto onor, morta giacere
Con l'amico fratello amica insieme. Ch'io veggio ben quanto più lungo e 'l tempo Di star fra i morti; onde convien piacere Più tosto a lor ch'a chi nel mondo vive.
E s'a te par, di quel che 'l ciel fa stima Tien poca cura, e resta; io v'andrò sola. Di questo non tengo io già poca cura, Ma il mio nulla sperar mi tira indietro.
Rimanti adunque; ed io così m'invio A procacciar sepolcro al mio fratello. Oh che freddo timor m'agghiaccia il core! Or non mi spaventar, pensa a te sola.
Non aprir con altrui cotal pensiero, Ma tienlo ascoso, ed io lo taccio ancora. Parlane pur, ch'a me vie più nimica Sarai tacendo, che se 'l narri a molti,
Ché l'opre pie non den tenersi ascose. Come nel proprio mal t'allegri e godi! Anzi conosco ben quanto far deggio, Volendo a quei piacer ch'io soli apprezzo.
Pur di nuovo il dirò: tu tenti invano. Quando più non potrò, starommi in posa. Non si conviene incominciar quell'opra Che poi s'abbia a lasciar non giunta al fine.
Taci, s'esser non vuoi nimica espressa D'una sorella tua, nemica ancora D'un fratel morto, e lascia in pace omai Il mio stolto consiglio, e me soffrire
La greve pena che n'aspetta forse; Bench'io non credo mai ch'altro tormento Possa sentir più greve un cor gentile, Che non morir con fama eterna e lode.
S'a te pur così par, segui 'l cammino; E sappia questo sol, che bench'amica Sia drittamente ai cari amici nostri, Poco sei saggia in sì dubbiosa impresa.
Sommo specchio del ciel, del mondo duce, O del giorno occhio altero, Ch'ogni animal di tua chiarezza ingombre; Oggi il bel volto tuo men che mai fero
Ne mostri, e con tua luce Il tenebroso duol dal petto sgombre. Omai cenere ed ombre Son fatti quei ch'a noi dar pena e morte
Voleano ed alla patria alta ruina. O giustizia divina, Pur vivi ancora, e senz'altr'arme e scorte Le sette antiche porte
Libere stanno e sciolte. Né più tema n'assale: o santa pace, Ben cieche menti e stolte Son quelle, a cui la tua virtù non piace.
Il cor n'avvinse, ohimè che freddo gelo! Quando di ferro e d'ira Vedemmo armate le nimiche squadre! Con men tempesta il mar trascorre e gira
Borea al nivoso cielo Che quegli allor la nostra patria e madre. L'aer d'oscure ed adre Nubi cinto parea, tal polve in alto
L'esercito movea correndo intorno. Tu, sole, a mezzo 'l giorno Impallidisti al dispietato assalto. E poi che il verde smalto
Dell'uman sangue tinto Già vermiglio vedesti, i raggi tuoi, Da sdegno e pietà vinto, Lunga? poscia, stagion negasti a noi.
Di Tebe invitta le superbe mura, Che già 'l dotto Anfione Costrusse al suon della sua dolce cetra, Pur dubbiose talor dritta cagione
Avean d'alta paura; Né pur ben ferma in lor si sentia pietra. Non altrimenti impetra Chi morte aspetta, e 'l soccorso ha lontano,
Che il popol dentro ch'aspra fin temea. Ciascuna porta avea Contra a sé armato un greco capitano, Che l'un fero germano
Tratto da giusto sdegno Contr'all'altro menò, ch'essendo erede Di par del patrio regno, Di vendicar cercò la rotta fede.
Ma con dritt'occhio risguardando in terra Giove benigno e pio L'alta innocenza nostra e i falli altrui, Ne prestò forza, e 'l buon sommerse il rio;
Ond'or dell'aspra guerra Ne riportiam le ricche spoglie a lui. I sette duci, a cui Le sette porte date a romper fôro,
Giacer veggiam dalle man nostre ancisi. Gli Dei, sempre derisi Da quei, mostraron poi le forze loro. E a quel che fra costoro
D'ira e superbia mosso Più il cielo offese d'empio orgoglio pieno, Da folgore percosso, Impose morte al fin perpetuo freno.
Voi miseri, Eteòcle e Polinice, Fratei di sdegno armati, Cader vedemmo d'ugual morte allora. Ahi lassi, e dal destin fero menati
Al scontro agro e infelice Ch'ambedue trasse, ohimè! di vita fuora. In un colpo, in un'ora, Morte vi deste: o pio fraterno amore,
Deh come oggi di te 'l mondo si spoglia! E tu, cieca empia voglia Del dominar, come n'avvinci 'l core! L'un mentre 'l tolto onore
Di racquistar s'ingegna, Contr'alla patria muove ingiuste offese, E l'altro, mentre regna Contra 'l dover, la patria e noi difese.
E s'egli e ver che 'l ciel con dritta lance Porga 'l premio e la pena, Ben fu d'ambedue questi il fallo uguale. Fu il viver d'essi un breve sogno appena;
E lor mondane ciance Passâr più tosto assai, che vento o strale. Or noi, che 'l fil fatale Serviamo intero a vie più lunga etate,
Rendianne grazia al padre Bacco e Giove. Ma il passo vêr noi muove Creonte, il nuovo re, dalla cittate. Nuove altre cose nate
Saran, ch'entro al cor preme Alti pensier, e bandir fe pur dianzi Che noi qui tutti insieme Venissimo in quest'ora a lui dinanzi.
O cari cittadin, poscia che 'l cielo N'ha combattuto assai, l'alma cittade D'ogni tempesta alfin salva ne rende. Io vi ho fatti chiamar soli in disparte
Da tutti gli altri, perch'io tengo a mente Quant'onor, quanta fede, e quanto amore Già fosse il vostro vêr l'antico Laio Mentre regnava, e inverso Edippo ancora
Suo successore; il qual poi sendo morto E rimasi i figliuoi, so con quant'arte, Gli scorgeste mai sempre al ben comune. Or poi che doppia morte in un sol giorno
Ambi questi n'oppresse, in ambi sendo La man vermiglia del fraterno sangue; A me, mancati lor, ragione apporta L'esser del regno e dell'impero erede.
E perché mal si puote in uomo alcuno Scerner dentro i pensier, la mente e 'l core Finch'ei con l'opre sue, sendo preposto Ai magistrati o leggi, altrui nol mostra;
Dico, ch'io stimai sempre iniquo ed empio Qualunque regga impero, e che non porga I buon consigli aperti, ma per tema Gli tace, e il suo parlar rivolge altrove.
E chi nel mondo alcuna cosa ha cara Più della patria, o tenga amico alcuno Che nemico le sia, chiamo ben questo Scellerato e crudel più ch'altro assai:
Ond'io vi giuro per quel Giove eterno Che 'l tutto vede, che timor già mai Non mi faria tacer, vedendo io cosa Che al nostro comun ben contraria avvegna,
Né stimar posso amico chi nimico Sia della patria, perch'io so ben come Questa sola ne salva; e mentre questa S'invia per buon cammin, sempre si vede
Crescer con sicurtade amici insieme. Con queste leggi adunque e in questi modi M'ingegnerò d'ornar la patria e voi. Or di quei due fratei d'Edippo nati
Fatt'ho bandir nella città dintorno Che con quanto più onor si possa o deggia Porgere a quei che con lodata morte Parton del mondo, sia sepolcro dato
Ad Eteocle sol, sì come a quello Che con sommo valor la propria vita Sprezzò, la patria difendendo e noi. Ma 'l suo fratel (di Polinice dico),
Il qual sendo rubel nimico venne Con tal furor contr'agli Dei paterni, Contr'alla patria armato, e in forza avere Volea questa città; volea saziare
L'empia sua voglia ingorda del pio sangue De' suoi congiunti, e noi menar legati A servizio crudel di gente iniqua, Costui non vo' che alcun si prenda ardire
Di sotterrar, né la sua morte pianga: Ma secondo i suoi merti abietto e nudo Resti ai cani e agli augei, ch'ognor si veggia Lacerar e macchiar di polve e sangue.
Tale è 'l consiglio mio, né da me mai Avranno premio ugual gl'ingiusti a quelli Ch'io porgo ai giusti; ma chi cerca il bene Di questa patria, da me sempre aspetti
E vivendo e morendo onore e pregio. S'a voi piace così, Creonte invitto, Convien ch'anch'a noi piaccia, ch'a voi solo È lecito il dispor così de' morti
Come di noi che qui viviamo ancora. Gitene dunque dove 'l morto giace A far che 'l mio voler non torni vano. Da più giovani spalle è questo incarco.
Altri son là che vi saranno aita. Or che bisogna dar tal cura a tanti? Per non fidarla a chi non abbia fede. Qual sì stolto sarà che cerchi morte?
La pena sarìa tal; ma spesso avviene Che 'l soverchio sperar d'assai guadagno Conduce l'uom, ch'ei non si sente, al fine. Io non dirò, signor, d'esser qui corso
Tanto veloce ch'io non possa ancora Per molto affanno ben gli spirti accôrre, Per ciò ch'a dirne il ver, mi son posato Spesse fïate, e meco entr'alla mente
Ho combattuto assai, tal che più volte Vôlto mi son per ritornarmi indietro. Dicea meco un pensier: lasso! che fai? Ove drizzi ora il piè? stolto, a chi porti
Con l'ambasciata tua pena sì greve? Or non andar più in là; ma se d'altronde Per altro messo il risaprà Creonte, Non ne debbi aspettar vergogna e danno?
E fra me disputando (ancor ch'io fossi A camminar veloce) in tal maniera La via breve per sé m'è stata lunga, E in somma a voi venir disposi al tutto.
Or benché nulla v'abbia da dir certo E nulla lieto, pur dirò quel solo Ch'io posso dirvi; e so ch'altro non deggio Di bene o mal sentir, che quello stesso
Che i fati destinar nel dì ch'io nacqui. Che vuoi tu dir ond'hai tanto timore? Primamente dirò quel che seguìto Non fu per colpa mia, né so per cui;
Ch'io vi prometto ben che premio alcuno Non m'arìa fatto far sì greve errore. Or di' tosto oramai, che cosa è questa. Soglion le avverse nuove a chi le porta
Porger sempre nel dir tardezza e tema. Dillo omai tosto, e ti nascondi e fuggi. Io 'l dirò pure: un novamente è gito Ad onorar quel morto, e netto e puro
L'ha sotterra riposto in poca fossa. Or che mi narri tu? chi fu costui? Io nol so, ma so ben ch'ivi non pare Forma alcuna di piè, di vanga, o marra:
Ma sì la terra ugual si mostra intorno, Che pensar non si può di chi foss'opra. Tal che da prima al ritornar del giorno, Quando scorgemmo il ver, gran maraviglia
Parve a noi tutti, poi che segno alcuno Non si vedea, né fonda era la fossa, Ma leggermente sol di polve e terra Era coperto, come da chi voglia
Purgar se stesso dal peccato orrendo Di quei che privan di sepolcro i morti. Non di fera o di can l'orma si vede Che raspando co' piè coperto l'abbia.
Nacquer tra noi parole aspre e pungenti, Ché l'una guardia con minacce altere Riprendea l'altra: tal che fummo in forse Di cominciar tra noi battaglia acerba,
Perché ciascun di noi di colpa uguale Venne in sospetto, e nessun certo n'era, Anzi diceva ogni uom non esser quello. Voleva pur ciascun prender con mano
Il ferro ardente, e correr sopra il foco, Chiamando testimon gli Dei che fallo Commesso non avea, né sapeva anco Di chi ciò fosse stata opra o consiglio.
Disse uno alfin, che fe per tema a tutti Chinar la fronte a terra; e contradire Non seppe alcun, né miglior modo usare: Il suo dir fu, che tutto quanto appunto
Si dovesse scoprirvi, e che per nulla Non si tenesse a voi la nuova ascosa. Fu conchiuso il suo detto, ed io per sorte Tratto fui, lasso! a sì lieta novella.
Qui son contr'a mia voglia, e so che voi Contr'al vostro voler m'udite ancora; Ché nessun vede volentier quel messo Che gli viene a portar novelle avverse.
Or sappiate, signor, che 'l cor mi dice Che tutto quel ch'udite non sia stato Senza certo voler degli alti Dei. Deh! non mi far' parlando ira maggiore,
Poi che imbiancando 'l pel ti scema il senno. Dunque vuoi, folle, dir che 'l cielo ha cura Di un empio e fero? e che là su dispiaccia Che secondo 'l fallir la pena porte?
Voi pur vedeste, oimè! che armato venne Contr'al natìo terren per arder tutti De' suoi paterni Dei gli ornati templi Con l'immagin sacrate, e le lor leggi,
La lor cittade: e quando mai vedeste Il ciel cura tener di sì ria gente? Certo non mai; ma non piacendo a voi Questo consiglio, me n'avete ognora
Biasmato assai, né potete anco il collo Sì volentier piegar sotto tal giogo, Che i miei comandi con amor serviate. Ond'io ben certo so ch'alcuni, avendo
Qualche premio da voi, mi fanno oltraggio. Ah nulla cosa più malvagia al mondo Mai fu che l'oro: questo le cittadi Rovina in tutto, e questo scaccia altrui
Dal proprio albergo, e questo inchina al male Le buone menti; ei sol gl'inganni mostra, Gli empi spergiuri, e insomma tra i mortali Solo è d'ogni opra ria ferma radice.
Ma chi mosso per lui commette un fallo, Quando il penter non val, languendo vede Ch'ogni peccato alfin sua pena aspetta. Ma per quel Giove ch'oggi onoro e colo
(Come ogni uom sa) vi giuro che s'in breve Ritrovando quel c'ha sepolto il morto Alla presenza mia nol conducete, Non sarò sazio ancor di darvi morte;
Ma con mille tormenti, strazi e scempi A tal vi condurrò, ch'a viva forza Manifestiate a me l'oltraggio fatto: Perché meglio intendiate e come e donde
Si dee premio cercare, tutti poscia Serviate a mente ch'amar non si deve Sempre il guadagno, e che più son coloro Che dei peccati lor riportan pena,
Che gli altri che ne son gioiosi e lieti. Deggio io dir altro, o mi ritorno indietro? Va'; che fortuna ria ti faccia scorta. Basta a me ch'io non ho commesso fallo.
Anzi avrai guadagnato argento e morte. Né voglio altro più dirti; e pur t'affermo Che s'io non veggio qui legati avanti Quei c'han fallito, allor saprete come
I malvagi guadagni arrecan doglia. Questo è ben vero: or se costui che è in fallo Si trova, o no, ché 'l tutto fa la sorte, Nessun sarà mai più ch'in queste parti
Venir mi veggia, e questa volta ancora Fuor d'ogni opinion, fuor d'ogni spene, Salvo, e ringrazio Dio, mi torno indietro. Tra quanti altri animali
Creò natura mai sotto alcun clima, Nessun (se ben s'estima) Si trova più dell'uom noioso e rio. Questo, del suo natìo
Terren non ben contento, ardito varca Il mar con fragil barca, Cercando a sé perigli; ad altrui mali: Alla terra immortali
Fatiche porge, e crudelmente in prima Con l'aratro e co' buoi la riga e fende: Poi la rivolge e stende Con dura zappa, e adegua ogn'alta cima.
E così d'anno in anno avaro viene A darle pene alle passate uguali. Questo ai volanti augelli Pon mille insidie ognor con visco e ragne,
Sì ch'in boschi o campagne Non giova al loro scampo aprir ben l'ale. Al fer leon non vale L'artiglio, e 'l dente contr'uman disegno,
Ch'or laccio, or nuovo ingegno Ritien quei più selvaggi e più rubelli. Benché correnti e snelli, Fuggir non sanno i cervi; e spesso piagne
La leggier damma ne gli ascosi inganni. Schivar non ponno i danni Gli umidi pesci u' corra l'acqua o stagne; Ché l'annodata rete (avvegna l'onda
A noi gli asconda) tragge a morte quelli. Questo il possente toro Sott'aspro giogo alle lung'opre mena, E la superbia affrena
Del feroce caval con sella e morso. Dell'alte stelle il corso Di quaggiù cerca, e i loro effetti impara; Qual luce è in ciel più chiara,
Qual più nimica al nostro uman lavoro Perch'Africo, Austro e Coro Empian di pioggia ognor l'aria serena, E Borea ed Euro la rivolga altrove.
Fabbrica alberghi dove S'asconda allor che folgora e balena; Ed ai venti, alle piogge, al caldo, al gelo Tempra ivi il cielo uguale al secol d'oro.
In somma il tutto vede, Né si cela al suo ingegno alcuna parte; Fuor che trovar nuov'arte Da schivar morte che a null'uom perdona.
Questo intelletto sprona Talora al male, al ben talora altrui. Ma sol saggio è colui. Ch'ama gli Dei, la patria, e l'alma fede,
E quanto altro possiede Come fral possession da sé diparte, E gir lo lascia alla fortuna in gioco. Ma chi prezzando poco
Il bene, in cure vil gli anni comparte, Deh come giunge a notte innanzi sera! Deh com'è fera, ch'esser uom si crede! Ohimè! s'io ben discerno,
A me par di lontan che questa sia Antigone che vien presa e legata. Ahi miserella! nata Del miser padre Edippo, ahi sorte ria!
Forse essendo colei ch'ei disse dianzi, Or viene innanzi al re per pianto eterno. Questa è colei che ricopriva il morto: Costei trovammo, ma dov'è Creonte?
Eccol, che verso noi ritorna appunto. Hai tu trovato ancor chi fosse quello? Signor, nessuna cosa tra i mortali Si può certo affermar, che spesso avviene
Ch'altri col creder suo se stesso inganna. Di mai più non tornar davanti a voi Giurato avea, sì sbigottito e vinto Mi dipartii dalle minacce vostre.
Ma null'altro piacer s'agguaglia a quello, Che fuor d'ogni speranza incontra altrui. Bench'io giurassi allor, tornato sono Per menar qui costei; com'a voi piace,
Riprendete e punite, ch'io mi trovo D'ogni sospetto omai purgato in tutto. Or come e donde vien costei ch'io veggio? Costei coperse il morto; indi la meno.
Sai tu ben certo quel ch'affermi e narri? Io stesso la trovai che sotterrava Quel morto istesso che bandito avete. Or dico io cose manifeste e conte.
Come il vedesti tu? come fu presa? Quando da voi scacciato io ritornai, Portando a' miei compagni le minacce; Con gran timor levammo via la terra
Ch'era di sopra 'l corpo, e quell'umore Di pianto o d'altro rasciugammo intorno. Poi ci ascondemmo dopo un certo sasso Fuggendo in parte ove non porte il vento
L'odor del morto, e lì di noi ciascuno Con pungenti parole riprendea Chi ben non fusse alla sua vista intento. Così ci stemmo alquanto; e poi ch'il Sole
Fu nel mezzo del ciel, da quella parte Onde soffia aquilon, rabbiosa venne Crudel tempesta, che di polve e nubi Coperse il mondo; e in su 'l più bel del giorno
Reco la notte, e con orror le chiome Scotea dell'alte selve; ond'altra cosa Non si sentia né si scorgea dappresso; Tal ch'appena ciascun chiudendo 'l volto
Potea l'aspro furor dagli occhi tôrre. Ma poi che l'aria e 'l ciel nel primo stato Tranquilli ritornar, n'apparse fuore Questa fanciulla qui, ch'amare strida
Sopra il morto facea, come talora Suol quell'augel che ritornando al nido Non ci ritruova i cari figli suoi: Con pietoso abbracciar, con dolci baci
Spargeva alti sospiri, e doglia e guerra Pregava a chi l'avea condotto a tale. Poscia empiendo con man d'arida terra Un vaso ch'ivi avea, versando quella,
Ne coronò tre volte il morto tutto. Il che vedendo noi scendemmo allora Ratti vêr lei, che senza tema alcuna E non turbata in volto a noi s'offerse;
E del passato fallo e del presente Mentr'io la riprendea, nulla negava. E congiunto trovai l'assenzio e il miele; Però che il purgar noi da doglia acerba
Dolce mi fu, ma poi condurre in doglia I cari signor miei mi parve amaro. Pur ogni cosa al fin men dura viene, Che 'l sentirsi vicin l'estremo giorno.
Com'esser puote, o ciel! che questo sia? Dimmi or tu, stolta, che sì ardita ascolti, Confessi quel ch'ei disse, o neghi 'l vero? Confesso, sì; perché negar lo deggio?
Tu prendi quel cammin che più t'aggrada, Ché d'ogni colpa libero ti mando. Tu con brevi parole dimmi ancora: Sapevi tu d'oprar contra 'l mio bando?
Sapevo sì, ché lo sapea ciascuno. Ardisti adunque trapassar le leggi? Non fu Giove colui che mise il bando, Né la Pietà che giù fra i morti alberga
Da cui venner tai leggi a noi mortali. Non pensai già che, sendo voi mortale, Di tanta forza un vostro detto fosse, Che superasse i santi alti decreti
Che fermaron gli Dei qua giù nel mondo. Non nacquer tra i mortali oggi né ieri Le sante usanze, c'han sì lunga vita Che non si può saper l'età di quelle.
Sì che d'un uom temendo le minacce, Non dovea già lassar d'esser pietosa Verso gli Dei, quantunque io veggia aperta Pena crudel secondo i bandi vostri.
Ma poi ch'esser potrà? tutto è guadagno Il correr anzi tempo a morte acerba; Ché chi tal servitù morendo fugge Non dee dolce com'io chiamar la morte?
A me dunque non fia la morte doglia. Ma se il fratel che d'un medesmo ventre Uscì dond'io, senza sepolcro in terra Sprezzato avessi, a me ben doglia eterna
Stata questa sarìa maggior che morte: E chi di tal pensier mi tiene stolta, Ben lo potrei chiamar vile e crudele. Ben si mostra in costei l'alta durezza
Del duro padre; che per nulla vuole Rendersi vinta alla fortuna avversa. Quel van pensier che di soverchio è duro, Più d'ogn'altro si rompe; e sempre avviene
Che 'l ferro quant'ha più gagliarda tempra, Vie più si spezza; spesse volte ho visto Un feroce corsier con picciol freno Da mezzo 'l corso suo rivolto in dietro.
Non si conviene aver superbia a quello Che vive servo, verso un suo signore. Costei le leggi trapassando in prima, Cominciò farne ingiuria; or che se stessa
Dell'opre rie pregiando, me dispregia, Aggiunge al primo un second'altro oltraggio; Tal che se senza pena oggi 'l mio impero Lasso calcar così, ben si può dire
Ch'io sia vil servo, ed ella alta regina. Ma se non pur di mia sorella figlia Ma più congiunta fosse, anzi se fosse Di Giove uscita, non potria scampare
Da morte acerba; e la sorella ancora Vorrò punir; ch'io penso certo ch'ella Di seppellir colui désse 'l consiglio. Chiamala fuor, ch'io pur la vidi dianzi
Là entro star tutta rabbiosa e muta, Che di se stessa fuor sembrava in vista. In mille modi e più di fuor si scerne La mente di colui che dentro pensa
Ascosamente oprar peccati orrendi. Come folle è da dir chi lode e pregio Vuol riportar d'un suo commesso errore! Ch'altro volete voi che la mia morte?
Null'altro cerco, ché ragione il vuole. A che dunque tardar? ch'omai veggiamo Che le parole vostre aspre e moleste Mi saran sempre omai, ma parimente
Anch'a voi son le mie noiose e gravi. E donde aver più glorïosa morte Potea già mai, che nel cercar sepolcro Al fratel nudo? E se timor non lega
La lingua di costor, diran quel ch'io; Ché come che felice in molte parti Sembri il tiranno, in ciò beato appare Che può far sempre e dir quant'a lui piace,
Né si sente biasmar, com'altri suole. Sei tu fra tanti a veder questo sola? Ogni altro il vede ancor, ma teme e tace. L'ardir più di costor non t'è vergogna?
L'onorare i fratei non merta biasmo. Non era tuo fratel quel ch'egli uccise? D'un padre uscimmo e della stessa madre. Perché adunque sei grata a quel crudele?
Non si può dir crudel poi ch'uno è morto. Non cancella il morir gli altrui peccati. Or non fur questi due fratelli insieme? L'un nimico alla patria, e l'altro amico.
Pur vuol Pluton che si sotterri un morto. Non con egual onor l'ingiusto e 'l giusto. Che viltade è punir chi morto giace! E dopo morte ancor s'odia il nimico.
Per ambo amar, non per odiargli, nacqui. Andrai dunque ad amarlo nell'inferno, Ché qui non l'amerai sotto 'l mio impero. Ecco Ismene qua fuor, che 'l volto bagna
Per la sorella sua d'amaro pianto; Gli occhi coperti d'una nebbia oscura Le guance e 'l bel colore Macchian di tristo umore.
O vipera crudel, che 'l proprio albergo Ascosamente ognor m'attossicavi, Né stolto m'accorgea nutrirmi appresso Due pesti e due ruine del mio regno:
Dimmi, confessi tu d'aver saputo Del seppellir quel morto, o vuoi negarlo? Ciò che fece costei feci ancor io; E seppi 'l tutto, e fui presente all'opra.
Cessin gli Dei ch'io t'acconsenta questo, Ché a sì lodato ben lontana fosti. Deh fammi degna in sì misera sorte D'esser compagna de' tuoi duri affanni.
Plutone e 'l mio fratel mi scôrser sola, Come sempre spregiai que' falsi amici Che pur sono in parole amici altrui. Deh non mi denegar, sorella cara,
Il morir teco e l'onorar quel morto. Meco non morrai tu, né tuo farai Quel ch'è d'altrui, ch'è mia la morte e l'opra. E senza te che mi fia dolce in vita?
Dimandane il signor qui tuo Creonte. Perché senza cagion m'offendi e pungi? A me ne pesa e duol d'averlo a dirti. Deh dimmi, in che potrei giovarti ancora?
In salvar te, perché 'l tuo scampo bramo. Deggio, lassa! per ciò non morir teco? Tu la vita cercasti, ed io la morte. Io pur del nostro mal presaga fui.
Costui te saggia, e questi me diranno. Pur fu d'ambedue noi comune il fallo. Non ti doler che vivi; e queste membra Son morte, tal che già tra i morti stanno.
L'una di queste due conosco stolta Novellamente, e l'altra il dì che nacque. La mente di ciascun, quantunque saggio, Nell'ira sempre si travaglia alquanto.
Ma sappiate, signor, che ogni aspro frutto Alfin matura, il tempo cangia, e spegne Ogni altero desir ch'a ciò ne spinge. Non è spento anco in te, ch'esser vorresti
Compagna stata di chi male adopra. S'io son senza costei, che fo nel mondo? Allor lo sentirai che morta fia. La sposa anciderai d'un tuo figliuolo?
Molte altre ce ne fia da dargli spose. Ma non come costei chiara e gentile. Non cerca il mio figliuol sì fatte donne. Deh perché non sei qui, mio caro Emone?
Vorrai però privar di questa il figlio? Omai le nozze sue fra i morti fieno. Adunque ella morrà? Dio nol consenta. Certo ch'ella morrà: ma non più indugio.
Menate queste qui, serve, là dentro; E da qui innanzi le convien guardare Con vista acuta e non lasciarle sole, Ché gli arditi anco fuggon, quando appresso
Senton venir la morte, e cercan vita. Quanto colui beato Chiamar se stesso deve Che in chiara e dolce età quaggiù dimora!
Ma cui dal cielo è dato Viver sotto aspro e greve Tempo, ben con ragion si lagna e plora. Costui vede ad ogni ora
Non sol sé posto in doglia, Ma i cari figli suoi, La pia consorte, e poi Lasso! dei fidi amici ancor si spoglia;
Né al miser cosa alcuna Non calcata riman da ria fortuna. Qual suole atra tempesta Che 'l mar dintorno turba
Cagion che l'onda e 'l ciel si duole e piange; Che in quella parte e in questa Rompe i liti, e conturba L'arene, i pesci ancide, i legni frange;
Tal quando fere ed ange Un re di Giove l'ira, Forz'è che poi si stenda Più oltra, sì ch'offenda
Mill'altri senza colpa; e se sospira Tal volta il capo solo, I membri uguale a lui senton suo duolo. Ecco, quando 'l ciel volse
Della sua colpa ria Versar solo in Edippo acerba pena, Sé stessa al mondo tolse Quella sposa empia e pia,
Di vergogna, di sdegno, e di duol piena. Né corso è l'anno appena, Che i figli irati insieme Si dier l'un l'altro morte;
Or con più acerba sorte Veggio la figlia giunta all'ore estreme, Ché ben gira oggi il Sole L'ultimo giorno a quest'antica prole.
Ahi troppo, ahi troppo ardita Fanciulla! ahi mente inferma! Ben della vita tua poco ti cale. Ma a quel che l'infinita
Possanza in alto afferma Nulla forza fra noi né ingegno vale; Ché il ben fa parer male A colui sempre il cielo,
Cui destinato ha in terra Morte, o perpetua guerra; Tal gli occhi del pensiero affosca un velo. E quanto pensa o face,
Gli è danno, e 'l suo sperar torna fallace. Ma tu, benigno Giove, Ch'innanzi hai sempre mai Il presente, il preterito, il futuro,
Deh se pietà ti muove Di noi mortali, omai Rivolgi gli occhi al caso acerbo e duro. Fa' che 'l sepolcro oscuro
In questa età non chiuda La giovinetta acerba; Che se ben fu superba Contr'al re nostro e di dolcezza ignuda,
Pensa in femminil core Quanto possa pietà, sdegno e dolore. Ecco qua il figlio vostro Emon, che mostra Vista irata e dogliosa
Forse a cagion d'Antigone sua sposa. Tosto 'l saprò: sei tu venuto, o figlio, Contr'a tuo padre irato, avendo inteso Della tua sposa quel che far si deggia?
O pur vuoi consentir quel ch'a me piace? Padre, io son vostro, e sempre 'l buon sentiero Seguirò che da voi scorto mi fia. Né potrò mai gradir nozze né sposa
Più che i vostri paterni e buon consigli. Così far si conviene, e tutto 'l mondo Meno stimar che la paterna voglia, Ché sol si brama ubidïente il figlio
Per aver doppia aita al porger doglia A' suoi nimici, e poi compagni fidi All'onorar gli amici quanto il padre. Chi di contrarie voglie ha figli appresso,
Ch'altro nutrisce ch'a sé doglia e guerra, Ed a' nemici suoi dolcezza e riso? Ora a te, figlio, un van piacer di donna Frale e caduco non rivolga il senno,
E pensa ben quanto con donna iniqua Sia duro il dimorar la notte e 'l giorno. Qual maggior piaga che il malvagio amico? Ma sì come nimica a tutti noi,
Per nuovo sposo nell'inferno scenda, Ché in tutta la città trovato ho sola Costei fatta rubella al nostro impero. Non vo' che vane sian le mie minacce,
Ch'io pur l'anciderò, Giove pregando Che non m'imputi cotal morte a fallo. Che se spregiarmi da' congiunti lasso, So che mi spregeran poi gli altri ancora.
Chi dentro a casa sua giustizia adopra, Vie più nella città poi giusto appare. Ciascun si dee punir quando le leggi Trapassa e sforza, e ch'ubbidir non pensa
A chi della città corregge il freno. Sempre ubbidir conviensi al suo signore E pensar ch'indi sia la sua salute; E chi fa questo, alteramente accresce
Della sua patria il ben, di sé l'onore. Nessuno error più greve il mondo ingombra, Che in vil dispregio aver gli altrui comandi. Questo sommerge i regni, e questo in fondo
Manda le case, e questo solo in guerra Porge a' nimici la vittoria in mano. Ma del principe suo servar l'impero Reca vittoria, onor, salute, e pace.
L'ubidïenza adunque a quel che regna È forza mantener sempre onorata. Né gli voler prepor cosa sì vile, Ché manco error sarìa se fosse questa
Un uom, ché pur vergogna troppo fôra L'esser chiamati noi di donna servi. Se 'l vecchio senno dai lung'anni nostri Consumato non è, nessun potria
Con più sagge parole aprirne il vero. Gli Dei, come sapete, o padre antico, Han dato a tutti noi vario intelletto Da pregiar molto più ch'argento od oro
E quanto questo ognor dentro mi mostre L'empia sentenza vostra iniqua e torta Né saprei né potrei narrarlo altrui: Ma vinca nel cor vostro altro consiglio.
Io vo sempre spiando in ogni parte Quel ch'altri facci, o dica, o biasmi, o lodi Per referirlo a voi, sì come quello Ch'al vostro male e ben compagno vivo.
E la vostra presenza una tal tema Desta nei cuor altrui, che mai nessuno Cosa dirìa ch'a voi molesta fosse, Ché sempre dal signor si fugge il vero.
Già tutta la città pianger si sente L'acerbo fin di questa giovinetta, Sfogando l'ira sua con queste voci: Deh fia già mai che giovin sì leggiadra,
Vie più d'ogn'altra valorosa al mondo, Sol per esser pietosa a morte vegna? Or chi trovasse un caro suo fratello Morto, senza sepolcro, abietto e nudo,
Né consentisse ch'a' rapaci augelli Foss'esca o preda de' bramosi cani, Ma l'onorasse e désse ampio sepolcro, Non sarìa questa sempre e in tutto 'l mondo
Degnissima d'onor, di pregio e fama? Tal voce corre ognor segreta e piana. Mentre amerete il ben, padre, io non tegno Alcuna possession di voi più cara.
E qual gloria maggior può il figlio avere, Che glorïoso il padre? e qual maggiore Il padre ancor, che glorïoso il figlio? Non si convien fermar sì duro il core
In una opinïon, pensando seco Del tutto vane poi l'altrui credenze. Colui che senza par sé stesso estima Dotto, eloquente e saggio, sempr'avviene
Che più d'ogn'altro riputato è stolto. Il sapïente mai non ebbe a schivo Gli altrui ricordi, né mai prese a sdegno Il rimutar talor nuovo consiglio.
Vedete come ben salvi i suoi rami L'arbor che cede al tempestoso corso Del fier torrente che dai monti scende. Ma chi vuol contrastar con l'onde irate,
Si svelle alfin con l'ultime radici. Tale il nocchier ch'al gran furor de' venti Non vuol raccor le vele e incontra spinge, Manda il legno roverso, e in fondo cade.
Cedete omai, mutate omai consiglio; E se mai giovin senno al vecchio porse Chiaro ricordo, sovr'ogn'altro è degno Chi per se stesso drittamente intende.
Ma perché rare volte il ciel consente Un tal dono a' mortai, sempre conviensi Ricorrer, dico, ai buon consigli altrui. Non vi sia l'imparar da questo a sdegno,
Signor, se cosa alcuna util vi mostra, Né tu da lui, ché l'uno e altro è saggio. Degg'io per tanta età nel mondo avvezzo In sì giovine scuola apprender senno?
Torto questo sarìa, ché l'età sola Non si dee riguardar, ma l'opre ancora. L'onorar donna ingiusta e sì degna opra? Io non cerco onorar chi ingiusta sia.
Or non fu il suo fallir di pena degno? Non dicon quei miglior cui Tebe onora. Il popol non dà leggi al suo signore. Non è d'un re questa sentenza degna.
Altri è dunque signor della cittade? Non si trova città che sia d'un solo. Non son di noi signor le città serve? Sì mentre siete voi servi alle leggi.
Che question prendi tu per una donna? Sì sendo donna voi, ché per voi parlo. O scellerato! e contra il padre istesso! Perch'io vi deggio oprare ingiusti effetti.
Non è giusto 'l servar dritto 'l mio impero? Ma non privar gli Dei del dritto onore. O pensier femminile! o basso spirto! Non fui da cosa vil macchiato ancora.
Non è sol d'una donna il tuo parlare? Di voi, di me, de' santi Dei ragiono. Non sarà già costei tua sposa in vita. Se così dee morir, non morrà sola.
Sei tu sì stolto, che minacci il padre? Che giova minacciar le menti inique? Tu, stolto, diverrai, piangendo, saggio. Ancor direi, se voi non foste padre.
Non mi molestar più, servo di donna. Volete voi parlar ch'io sempre taccia? Voglio; e ti giuro che in sì scemi detti Non ti rallegrerai d'avermi offeso.
Menate quella a me; ch'avanti agli occhi Del folle sposo suo morrà la sposa. Non fia già mai che nella mia presenza Senta spegner la vita ond'io sol vivo.
Né tu mai più vedrai questo tuo figlio: Ma con gli adulator ti resta, e parla. Il vecchio re di soverchia ira è carco, E di doglia soverchia il giovin figlio.
Faccia, pensi da sé cosa più degna Che offender me, ne queste due sorelle Dal destinato fin potrà scampare. Volete voi che l'una e l'altra mora?
Chi non ha colpa in ciò, non porti pena. Che modo al morir suo pensato avete? Io vo' menarla in solitaria parte, E serrerolla in un sepolcro viva,
Dandole tanto cibo quanto basti A purgar me da sì crudele scempio, Ma non già basti a ritenerla in vita. Ivi il fero Pluton che solo adora
Chiamando, il pregherà le porga aiuto, E vedrà certo ancor quanto sia folle Colei ch'i morti onora, e i vivi offende. Quanto il tuo gran valore,
Amor, puote, oggi il cielo L'aria, la terra, il mar per prova il sanno. Spinto dal tuo furore, Sovente al caldo, al gelo,
Già sentì Giove il mortal nostro affanno. Percuote d'anno in anno Al fresco tempo e verde Gli augelletti il tuo strale:
In terra ogni animale La libertà dentr'i tuoi lacci perde; Né ingegno né fierezza Già mai gli snoda o spezza.
Sotto alle gelide onde Ancor tue forze stendi; Ché i pesci infiammi del tuo ardente foco: Né il centro a te s'asconde,
Ché Pluto e gli altri offendi Con arme tai ch'ogni suo schermo è poco. Qual Dio, qual uom, qual loco Sì possente, o sì fero,
O sì lontan si sente, Che la fronte e la mente Umil non pieghi al tuo sagrato impero, O signor santo e solo
Dell'uno e l'altro polo? Oh qual perpetuo amaro, Oh qual giogo aspro e duro Sente colui che te dentro riceve!
Ogni alto ingegno e chiaro, Divien sì basso e scuro, Che solo è ne' suoi danni pronto e leve. Quanto apprezzar si deve,
La patria, il padre, il regno, Gli amici, e l'altre care Cose nel mondo e rare, Sì come un fascio vil si prende a sdegno;
E sol segue e desia Chi a morte pur l'invia. Or che sì lunga etade M'ha il cor purgato e scarco,
Sì ch'amoroso duol più non m'accora, Mostro altrui quelle strade Di cui sovente 'l varco Destro smarrii pur giovinetto ancora.
Lasso! ch'io veggio fuora Venir quella infelice Antigone regina, Che a morte, oimè! cammina
Nell'età sua più verde e più felice. Ahi mondo, stolto è bene Chi in te ripon sua spene! Chi terrà 'l pianto mai che chiuder veggia
L'angelica figura Da questa tomba oscura? O cittadin della mia patria antica Con cui nacqui da prima
E poi nutrita fui sì dolcemente; Ecco la vostra Antigone che muove L'estremo passo, e mira, Per più non rimirar, del Sole i rai.
Per non più rimirar, lassa! ché viva Menata son fra i morti A sentir morte più che morte acerba. Non gusterò le dolci nozze omai,
Ma prendo in nuovo sposo L'inferno, a cui sarò congiunta in breve. Tu glorïosa e d'alte lodi ornata, Prendi questo mortal vïaggio estremo
Non da nocente infermità distrutta, Né percoss'anco da taglienti spade; Ma viva e sciolta sola in fra i mortali, Discendi dove al fin discende ogn'uomo.
Già sentii dir la dolorosa sorte Di Nïobe infelice Là in mezza Frigia sovr'un alto monte. Ch'ivi divenne pietra; e vive ancora
Dall'edera tenace E pruni e rovi cinta d'ogn'intorno, Dai venti offesa ognor, di neve carca, Per pioggia umida e molle,
E in su gli occhi s'agghiaccia un pianto eterno. Lassa! ch'a questo uguale Misero stato mi riserba il cielo. Ella è Dea, che di un Dio nel mondo nacque.
Noi siam mortali, e di mortai siam nati; Sì ch'è ben da pregiar s'ad uom mortale Simil sorte agli Dei nel mondo incontra. Ohimè, ch'io son beffata! ahi dolci amici,
Perché schernite or tale Ch'ancor qui vive, e pur conosce il vero? O città cara, o dolce popol caro, O cari fonti, o boschi
Già santi alberghi dei tebani Dei, Voi chiamo testimon, voi tutti chiamo, Che almen veggiate voi come derisa Dai cari amici, e per qual fallo e come
Il passo affretto all'empia sepoltura. Né sarò, lassa! ahimè misera! al tutto Tra i morti né tra i vivi. Tu non sarai tra i vivi né tra i morti,
Perché volendo, o figlia, Esser pietosa e giusta, Prendesti troppo ardire, ond'or sei tale. Ma in cotal guisa forse
Sostien la pena dei paterni falli. Voi mi tornate a mente i lunghi affanni E l'infelice sorte Del mio misero padre.
Dal qual cominciò in prima Sopra 'l nostro terren l'alta ruina, Che ancor non trova fondo. O maledette nozze di mia madre,
Madre al mio padre e sposa! O tristo albergo che vedesti insieme Giacer la madre e il figlio! O scellerato letto in ch'io già nacqui
Sorella e figlia al padre, Ed alla madre mia nipote e figlia! Per tal peccato orrendo, Senz'alcun frutto aver di me lasciato,
A così duro fin giunta mi veggio. Oimè, fratello, oimè! quella pietade Che 'l cor di te mi punse Quand'io ti vidi in terra,
Or, lassa, è che m'ancide. Giusta pietade è l'onorare i morti, Ma non per ciò si deve Schernir, quand'ei comanda, un suo signore.
Ma l'alta aspra durezza Innata entro 'l tuo cor t'indusse a questo. Lassa! senz'altrui pianto, Senza pietà trovar, senza 'l mio sposo,
Per sì corto viaggio A forza son menata al passo estremo. Oimè! che 'l sacro lume Di questo Sol veder mai più non deggio.
Ohimè! del duro stato in ch'io mi trovo, Che dovria far le pietre Struggersi in pianto, alcun non veggio intorno Che almen si doglia alquanto.
Chi porre indugio alla vicina morte Coi pianti e coi sospir seco credesse, Non queterìa già mai la notte e il giorno. Menatela oramai là dove io dissi.
Poi la chiudete in quella tomba oscura Con poco cibo, ed ivi morta o viva Come a lei piacerà, sempre dimori. Noi siam purgati d'ogni colpa ria,
E lei privata avrem di questa luce. O tomba, o casa oscura, o tristo albergo, Che dei sempre coprirmi, ecco ch'io scendo Ratta dentro al tuo sen per far maggiore
Il numero de' miei che morte ha spenti: I quai fur senza fine; e l'ultim'io, Lassa, sarò, ma con più acerba pena E in più giovine età del mondo parto.
Pur partendo mi pasco in questa speme: Che amica vengo al padre, amica insieme A te, caro germano, a te mia madre, Voi tutti morti già con queste mani
Presi e purgai, porgendo quell'onore Che si conviene, ed io d'aver non spero. Ed or cercando, o Polinice amato, Renderti uguale onor, a tal son giunta.
Ma non mi pento già d'averti onrato; Perché se, madre essendo, avessi visto Ivi un mio figlio, o 'l mio diletto sposo, Non avrei forse tal periglio eletto
Contr'all'altrui voler come ho fatt'ora. Morto il mio sposo, un altro n'era al mondo; Molti figliuoi di me nascer potea. Ma morti l'uno e l'altro mio parente,
Non avea da sperar nuovo fratello, E però d'onorarti alfin disposi. Or questo è il fallo che Creonte dice. Questo è quel troppo ardir, fratel diletto.
Onde or che il caro giorno era vicino Dell'alme nozze e del mio dolce sposo, Per man d'esto empio e rio qui son condotta Al fer sepolcro, ov'altro letto ornato,
Altro sposo, altre nozze, altri figliuoli Deggio trovar che quei che l'altre fanno. Ma d'ogni amico abbandonata e sola, Viva men vado ad albergar tra i morti.
E per qual legge, oimè, per qual peccato? Deh, verso quale Dio più volger deggio Gli occhi dogliosi, a qual compagno fido Deggio chieder soccorso? poich'in cambio
Dell'usata pietà questo ricevo? Ma se la pena mia su il ciel gradisce, Comportiam pazïenti i giusti danni. E se 'l fallo è d'altrui, ch'ei non sostenga
Pena maggior che quella stessa ch'ora, Lassa! contro il dover mi sta davanti. Ancor vivono in lei gli spirti interi, E l'alma è scarca e non da tema oppressa.
Ben veggio omai che il tardar vostro fia Cagione al fin di pianto a tutti voi. A tostissima morte mi conduce Questa minaccia acerba.
Io ti conforto a non aver più spene Ch'altro deggia seguir che quanto è detto. O patria, o mia città, rimanti in pace; O santi Dei paterni,
Oimè, che a morte corro e più non tardo. O cari cittadin, padri e compagni, Vedete omai la misera regina Di tanti sola al mondo
Che morte acerba e da qual uom sostiene Perché fu giusta e pia. Dolce, gioconda e lieta Questa vita mortal chiamata fôra,
S'altri sapesse ben reggerne il corso. Ma lasso, ad ora ad ora Feron la mente in noi, che sarìa queta, Mille desii con venenoso morso.
Noi spietati di noi, non pur soccorso Non le porgiam, ma grevi ognor nimici A lei, lassa! giungiam ché mercè chiama. Quel follemente brama
Gli altrui regni occupar, le altrui pendici. E mentre alza superba La man contr'ai miglior di pace amici, Vive in affanni e in guerra, e il ciel gli serba
Nel ferro e nel velen poi morte acerba. Quell'altro eterna gloria E lunga vita ancor dopo la morte Sciocco bramando invan, l'alma tormenta.
E se troppo umil sorte Già di Marte gli toe pregio e vittoria, Delle Muse il cammin bramoso tenta. E con lor di Parnasso s'argomenta
Montar la cima, ove chi giunge è nulla (Se ben s'estima) se non sogno ed ombra. Ma il van desio gli adombra Cosa che 'l miser cor pasce e trastulla.
Vivendo, il cor gli rode Un crudel verme ch'ogni pace annulla. Poi compiti i suoi dì, quell'alte lode A lui che son, che più non sente ed ode?
Un altro, argento ed oro E per terra e per mar bramoso e intento Cerca in mille perigli, in mille affanni. Non pioggia, neve, o vento,
Non caldo cura, o gel, s'ampio tesoro Spera il folle adunar dopo a molt'anni. Quinci sono i lacciuoi, quinci gl'inganni, Per cui la libertà, per cui la pace,
Perdut'abbiam che 'l viver fea giocondo. Ma se 'l misero mondo Volesse ben pensar come fallace È quel ch'ei tanto apprezza,
In odio allora avria quant'or gli piace; Ché chi terre acquistar, lode o ricchezza Di soverchio desia, sé stesso sprezza. O quanto è dolce, o quanto,
Il cor disciolto aver d'ogn'altra cura, E in bando por desio, timore e speme, Sol quel che in noi natura Richiede avendo; o giusto o saggio o santo
Quel che in sì torbo mar tal corso tiene! Né di suo proprio mal né d'altrui bene Molto dolersi; il pregio e l'oro, e i regni S'abbia chi con sudor gli merca e sangue.
Quand'un re vinto langue Infra nimici armati, e certi segni Vede di morte allato, Con sospir d'ira e penitenza pregni
Felice chiama l'altrui basso stato. Che poco innanzi il suo dicea beato. Ecco Tiresia il santo vate e giusto, Io prego umile il ciel ch'omai ne mostri
Vicino il fin dei lunghi affanni nostri. Noi due che insieme andiamo, o cittadini, Per un sol veggiam lume, perché a' ciechi Convien che da altrui sia la strada scorta.
Che nuove apporti, o mio Tiresia antico? Io tel dirò, ma fa' quant'io ti mostro. Io non fui mai dal tuo voler lontano. E per ciò sei venuto in questo impero.
Sempre m'affaticai nel ben di quello. Fa' pur d'esser or saggio al gran bisogno. Oimè, che il tuo parlar mi dà spavento! I segni ora udirai dell'arte mia.
Io stava assiso sovra un certo colle Dal qual notare i santi augùri soglio. Send'io così, l'orecchie mi percuote Voce orrenda d'uccei maligni e crudi
Che fuor roca venìa con tristo spirto. Poscia coi becchi e l'unghie insanguinate L'un vêr l'altro movea battaglia acerba (Ché al dibatter dell'ali il tutto appresi).
Sovr'i devoti altar pien di paura Subito accesi allor sagrati incensi. Ma ne' miei sagrifici mai non parse Chiara la fiamma, anzi sommerso 'l fuoco
Dal cener non mostrò mai luce aperta, L'ostia sempre più cruda, umida e crespa, Di fumo cinta, un tristo odor rendea. Il fiel dentro si sparse, e quella tutta
Dell'amaro liquor coperse e tinse. Questi segni del ciel vêr noi cruccioso Tutti allor mi narrò questo mio servo, Mio duce in questo ov'io son duce altrui.
Ma solo a tua cagion tutto n'avviene, Perché gli augelli e i can piene e macchiate Han le case e gli altar d'ossa e di sangue Del misero figliuol d'Edippo morto.
Onde gli Dei non voglion più da noi Ricever sacrifici, incensi e preghi. Né puote alcun augel con chiara voce Empier di lieto augurio i nostri orecchi,
Sendo di sangue uman pasciuto e sozzo. Pensa, o figliuolo, e sappia che 'l peccare A ciaschedun mortal cosa è comune; Ond'assai folle, ma non stolto in tutto,
Si dee quel riputar che adopra un fallo, Poi si corregge, e crede a chi l'emenda; Ma l'esser duro accresce sempre il male. Perdona al morto, e non voglia esser crudo
Verso colui che più non puote aitarsi. E che gloria ti fia nuocere a' morti? Pensala, ben ti dico; e gran guadagno È l'imparar da chi t'insegna 'l bene.
Voi tutti, o vecchio, come segno a strale Posto m'avete ai vostri van disegni; Ma troppo bene omai per lunga prova So chi voi siete, e già dai vostri sogni
Raggirato e beffato un tempo fui. Se guadagnar vorrete argento ed oro, Troverete altro modo, e quel ch'è morto Non farete coprir d'altro sepolcro.
Che s'io vedessi ben l'augel di Giove Macchiar del sangue la celeste sede, Non vorria consentir temendo questo Che sotterrato fosse: e so che cosa
Mortal non può macchiar gli Dei superni. Ma spesso suole, o buon Tiresia antico, Quel rovinar cui vil guadagno muove All'altrui confortar nell'opre ingiuste.
Chi 'l vide mai di me, chi 'l pensò mai? Non bisogna cercar chi 'l vide o seppe. Quant'è nobil più d'altro il buon consiglio! Quanto l'essere stolto è maggior peste!
Da tale infermità sei tu compreso. Non voglio ad un profeta oltraggio dire. Qual oltraggio maggior che dir bugiardo? Sempre l'uom che indovina ama l'argento.
E gl'ingiusti guadagni ama il tiranno. Sai tu ben che tu parli al tuo signore? So, perché a mia cagion venisti tale. Tu sei saggio profeta, ma non giusto.
Cosa dir mi farai ch'io non volea. Dì pur, che il premio più che il ver ti spinge. Part'ei ch'ora il mio dir risguardi il prezzo? Non or che sai ch'ogni tuo inganno è vano.
Io pur te lo dirò. Sappia che 'l Sole Non dee da questo volger molti giorni, Che vedrai morto un de' tuoi figli, in cambio Di quei due morti a cui fai tanto oltraggio.
Tu privat'hai di questa luce viva Quell'infelice, e in un sepolcro chiusa. Quell'altro, che dovrebbe esser sotterra, Lassi senza sepolcro, abietto e nudo.
Non sai tu ben che a te far ciò non lice? E che fai forza ingiustamente al cielo? Ma gl'infernali Dei, le furie orrende, Vendicatrici dei mortali errori,
Tanto opreran, che ne' medesmi affanni In cui son molti, te vedranno involto. E tosto allor vedrai se per guadagno T'avrò parlato, perché in tempo breve
Di pianti e strida d'uomini e di donne Risonar sentirai le afflitte case. Vedrai farsi ribelle al tuo gran regno Tal che più t'ama, u' le selvagge fere,
I can, gli augei portâr quel tristo odore, E le mura macchiâr del vostro sangue. Sì come al segno arcier, tali ora spingo Venenose saette entro 'l tuo core,
Di cui fuggir non puoi la piaga acerba. Rivolgine, o fanciullo, al nostro albergo, Perché in se stesso pur, restando solo, Disfoghi or l'ira, e per suo meglio impari
A più tener la lingua a sé ristretta, Ed anco esser più saggio ch'ei non mostra. Signore, or se n'è gito il gran profeta. Ma noi, dal giorno che le chiome e 'l pelo
Che inghirlanda la fronte e veste il volto D'altro giovin color si fer d'argento, Non trovammo il suo dir fallace e vano. Anch'io so questo, e già timor m'assale.
Ma dura cosa e 'l darsi vinto altrui; E 'l contrastar quando il periglio è sopra, È solo un ricercar fatiche e danni. A voi convien usar consiglio e senno.
Di' pur ch'io sono alle tue voglie presto. Mandate a trar colei fuor del sepolcro, E sepolcro da poi donate al morto. Part'ei per ciò che così deggia fare?
Tosto quanto si può, ché la vendetta Dal ciel dopo 'l fallir veloce viene. Deh con che greve duol m'induco a questo! Ma la necessità vince ogn'impresa.
Gite voi stesso, e non mandate altrui. Andianne adunque, e voi dintorno, o servi, E voi lontan prendendo marre e scuri Gitene tutti là verso 'l sepolcro;
Ché da poi che 'l pensier cangiar conviene, Io medesmo sciorrò quel ch'io legai. E confesso oramai che i nostri sdegni Non dovrian sormontar le antiche leggi.
O possente fortuna, Per le cui leggi il mondo Sol si governa in questa e in quella etade, Quant'è sotto la Luna,
Or in cima or in fondo, Siccome è 'l tuo voler, s'innalza e cade. Quante belle contrade Già fur, che selve sono
Di fere orrende nido; Quante che in ogni lido Sparser vincendo in arme il pregio e 'l suono, Che or son dell'altrui voglie,
Serve, trionfi e spoglie! Son, perfida, i don tuoi Sì come al lito il mare, Che mille volte il dì si fugge e riede.
Ahi miser chi fra noi Tien di soverchio care Le tue false lusinghe e troppo crede! Tu fragil, senza fede,
Instabil, varia e leve, Lubrica ed incostante, Fermar non sai le piante; Tanto e il voler e il disvoler tuo breve.
L'uom che i tuoi beni adora, Tema e speri ad un'ora. Tu i giusti sempre, e i degni, E i saggi, o Dea fallace,
Calchi, e sollevi al ciel gl'ingiusti e i folli. Con povertade spegni Gli alti intelletti, pace Dando e gioia e ricchezze ai bassi e molli.
Spesso i più giovin tolli Del mondo, e lassi in vita I vecchierelli infermi. Ond'ho ben da dolermi,
Ahi lasso! ch'allungai l'aspra partita A tempo sì noioso, Che il viver n'è gravoso. Pur sia che vuol, poiché quaggiù conviene
Seguir sol quella strada Che a questa altera aggrada. O nipoti di Cadmo, abitatori Delle superbe case d'Anfione:
O misero o felice nullo al mondo Chiamar si dee mentre ch'ei vive ancora. La vita il fine, e il dì loda la sera; Ché la fortuna varia or alto or basso
Volge i mortali, e poco ne tien fede, E nessun del futuro il certo apprende. Sovr'ogn'altro beato era pur dianzi Creonte, che salvata avea la terra
Dall'inimiche man, preso l'impero, E vivea co' suoi figli lieto e in pace. Or d'ogni cosa in un momento è privo, Quel che perde il contento, perde il tutto.
Sia colmo un quant'ei vuol d'argento e d'oro, Possegga quante son cittadi e regni, Che se 'l contento manca, ogn'altra cosa Si dee poscia stimar sogni, ombre e fumi;
Ché il diletto medesmo indi ne tragge Che dal dolce sapore il gusto infermo. Che nuovo danno avvien nei signor nostri? Son morti, e vive sol chi n'ha cagione.
Chi è morto? chi s'ancise? dinnel tosto. Emone è morto, che se stesso ancise. Per man paterna, o per la propria è morto? Per man sua stessa, e per cagion del padre.
Pur conoscesti 'l ver, santo profeta. Consiglio or ne bisogna all'altre cose. Euridice io veggio, di Creonte Sposa infelice, che fuor ratta scende
O per piangere 'l figlio, o forse a caso. O cittadin, che ragionar fu il vostro Che udiva mentre uscii del tempio fuore, Là dove er'ita ad onorar gli Dei?
Ché, allor che per uscir moveva il piede, L'orecchie mi percosse un suon che venne Carco de' danni miei, per quel che intesi. Sopra le serve mie da tema oppressa
Subito caddi, e d'ogni senso fuore. Ma che diceste voi? dite, vi prego, Che 'l narrerete a chi per lunga usanza Ha nelle avverse cose avvezza l'alma.
Il tutto vi dirò, santa regina, Senza passar d'una parola il vero. A che celarvi quel che ad ogni modo Saper v'è forza? Il ver, quantunque pesi,
Nessun biasmar potria, se non a torto. Io seguia dietro i passi al vostro sposo Là verso il pian dove morto giacea Lacero e guasto 'l miser Polinice.
E giunti a lui, Proserpina e Plutone Pregando che in vêr noi posasser l'ira, Tutto 'l purgammo, e sopra frondi e giunchi Ardemmo quel che i can lasciato avieno:
Poscia al cenere suo sepolcro demmo. Indi ne gimmo all'alta sepoltura Che chiusa tiene Antigone infelice: Un di noi più vicino all'empia tomba
Sentì dentro sonar lamenti e strida, E tosto al nostro re tornando il disse; Tal che ratto Creonte il passo mosse. Finch'all'orecchie sue pervenne un pianto
Non conosciuto ancor, ma seco stesso, Lasso! dicea, ben or presago sono De' danni miei: ben infelice fia Per me questo cammin, lasso! ch'io prendo.
Ahi lasso me! le orecchie e 'l cor mi fere La voce del mio figlio. O servi fidi, Ite là ratti, e tosto aprite 'l sasso Del fer sepolcro, e dentro ben guardate
S'è 'l ver ch'io senta Emone, o 'l falso estimo? Noi presti a' detti suoi dentro scendemmo. E nell'ultime parti ad un gran legno Che sostiene 'l sepolcro, alta e sospesa
Morta trovammo allor la bella sposa; Per laccio al bianco collo intorno avvolto Quel ricco cinto avea, che 'l primo giorno Le diè 'l suo caro sposo e vostro figlio.
Il miserello Emon con pianti e strida Sé stesso sollevando alto da terra, Abbracciava e baciava intorno intorno Della gonna e de' piè la parte estrema.
L'inferno maledisse, che il suo bene Furato avea, la morte, e l'empio padre, La fortuna, gli Dei, sé stesso ancora. Ma Creonte che poco a noi lontano
Dietro seguìa, quando conobbe il figlio, Poste subito giù l'ire e gli sdegni, Chiamandolo e piangendo in vêr lui corse. O misero, che fai? qual van dolore
T'ha la mente ingombrata? a che ti struggi? Lasso! ov'or hai la conoscenza e 'l senno? Vienne a me, figlio, e non voglia esser duro Al vecchio padre ch'umil prega e chiama.
Emone alquanto allor con gli occhi torti Risguardò il padre; e poi, senz'altro dirgli, Con furia indi si tolse, e tratto fuore Un acuto coltel che cinto avea,
Si ferì ben due volte il lato manco, Tanto ch'ei cadde al fin col volto a terra. E così tosto alquanto il destro braccio Fermando in terra, appena alzò la fronte,
E i languid'occhi nella giovin morta Fermò, quasi dicesse: io vengo dietro. Poscia un greve sospir dal cor sospinse, Che tinto venne fuor di spuma e sangue;
E morto cadde, e così morto giace Presso alla morta sposa il giovin figlio; E le infelici nozze nell'inferno Al destinato fin son giunte omai.
Il vecchio signor nostro tardi vede Quant'è d'ogn'altro più dannoso errore Il non dar fede ai buon consigli altrui. Che dobbiam noi pensar? l'alta regina
Senz'altra sua risposta torna indietro. Maravigliomi anch'io, ma spero forse Che per non empier la città di pianto In casa se n'andrà piangendo il figlio
Con le sue serve e l'altre sue compagne. Ella è pur saggia, onde temer non posso Che soverchio dolor l'induca a morte. Sempre è più greve il duol quand'altri il preme,
Che quel che si disfoga in pianti e in voci. Andrò là dentro adunque, e terrò cura Se questa afflitta per soverchio affanno In sé disfoga il chiuso duol che porta.
Ecco qua il nostro re, che vien piangendo La morte del suo figlio amaramente. Ma, se lecito m'è, cagion n'è stato Il proprio suo non già, l'altrui difetto.
O mente cieca mia senza consiglio! Ohimè! mortal mio fallo, Cagion di morte altrui, A me di vita assai peggior che morte!
Vedete, o popol caro, il signor vostro Che ha posto a morte il figlio, Sé stesso in doglia eterna. Ahi credenze del mondo vane e inferme!
O giovin figlio! oimè, da morte acerba Spento in sul bel fiorir degli anni tuoi! Oimè, oimè, oimè! non già tua colpa Or t'ha condotto a tale,
Ma i miei consigli stolti. Deh, com'or conoscete indarno il vero! Lasso me, che a mio danno il ver conosco! Ma gli Dei pronti allor tutti al mio male
M'avean furato il senno, E la mente accecata, E mi spingeano a forza Giù per precipitoso e dritto calle
All'ultima rovina ov'io son giunto. Oimè, oimè, oimè! Ahi fatiche mondane, Come ai più siete voi dannose e grevi!
Signor, nuova cagion di pianger sempre, Lasso! vi reco, e nuovo danno acerbo Tosto udirete, e non minor del primo. Che mal può più avvenir? che danno è questo?
La madre di quel morto, e vostra sposa, Ha per soverchio duol sé stessa ancisa. Oh! oh! morte empia e ria, Perché, perché così, lasso! m'affliggi?
O infernal porto ingordo, Ben sazio oggi sarai del nostro sangue! O servo, apportatore Di tanta mia tristizia, or c'hai tu detto?
Oimè! la tua imbasciata ha, lasso! anciso Un ch'era morto in prima! Che di', tu servo? che novella porti? Oimè, oimè, oimè!
È però ver che all'aspro acerbo fato Del mio caro figliuol congiunta sia La morte ancor della mia dolce sposa? Veder si può, ch'ivi entro morta giace.
Oimè! che nuovo mal, che danno è questo! Oimè! quand'io pensava esser nel fondo Delle miserie mie, più basso caggio. Oimè, che nuovo mal più giunger puote?
O morte, o morte, a che mi serbi ancora? Lasso! che il caro figlio ho morto visto; Or della donna mia la morte intendo. Oh! oh! madre infelice! o miser figlio!
In guisa d'ostia intorno ai sacri altari, Tutto di sangue empiè lo smalto e il letto. Prima piangendo la spietata morte Di Megareo suo primo antico sposo,
Poscia del figlio, indi divota il cielo Pregò che l'ira sua volgesse in voi, Come in sola cagion che uccise 'l figlio. Oimè, oimè, oimè!
Oimè, ché fer timore Il cor m'agghiaccia e stringe. Chi di me stesso tutto fuor mi tragge? Parmi qualunque incontro
Che per tôrmi la vita il braccio stenda. Oimè! che sendo involto Infra tante miserie, in tanti affanni, Viver non voglio, e pure
Temo, e non so perché, morte, i tuoi colpi. Or che ha condotto a tal la donna e il figlio, Stolto invan si riprende e di sé teme. Dimmi di nuovo come a morte venne.
Nel ventre suo con rabbia un coltel mise, Tosto che udì del figlio il caso acerbo. Lasso me! più non posso, o voglio altrui Volger la colpa de' miei danni amari.
Io solo, io sol v'ancisi, o cieco, o stolto! Io sol v'ancisi! O servi miei, veloci Or menatemi lunge, lunge, in parte Là dove occhio mortal mai più non scerna;
Ch'io non son più Creonte, io son la morte. Al miser uom non giova andar lontano, Ché la fortuna il segue ovunque ei fugge. Venga venga oramai
La morte oscura, e ne conduca in porto, E rechi al mio dolor l'ultimo giorno. Venga venga oramai, Sì che altro nuovo Sol mai più non veggia.
Lasciate ire 'l futuro, che al ciel solo S'aspetta il provveder quel ch'esser deve. Pensiam rimedio a quanto n'è presente. Io vo pregando quel che più vorrei.
Vano è 'l pregar, perciò che ferma e certa Sua ventura ha ciascun dal dì che e' nacque. Menate questo stolto in altra parte, Il qual te, figlio, non volendo ancise,
E te, donna mia cara; in ogni loco Ho morte, doglia e sangue: oimè! dov'ora, Dove potrò voltar gli occhi o la mente Ch'ivi mai veggia, o pensi altro che morte?
E poi ch'ogni mio ben morte m'ha tolto, Per mia pena maggior mi serba in vita. Ma che, lasso! bramo io? Se morte viene E mi toe di qua su, laggiù nimici
Avrò tutti gli Dei, la sposa, il figlio, Il nipote, la nuora: or che fia, dico, Di me? chi vide mai pena più greve? Qual infernal tormento al mio s'agguaglia?
Il morir mi dà tema, il viver doglia, Né posso altro sperar che peggio ognora. Sovra ogni altro beato è l'uom ch'è saggio. Non si deono spregiar gli Dei già mai,
Né contro al lor potere armar la lingua; Ché a lungo andar con grevi danni e pene (Com'ora il signor nostro) Fanno in vecchiezza altrui per prova saggio.
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