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1495–1556

Untitled

Luigi Alamanni

Poi ch'il gran padre mio, l'eterno Giove Mandò la figlia sua Pandora detta Col tristo vaso al doloroso Averno, Et ella stolta oltra il dovere in terra

Prevaricando al comandato offizio Volse veder che s'ascondeva in esso, Onde l'aperse, e di quel vaso sorse Dolor, doglie, martìr, tormenti, e guai,

E mille altri con loro affanni e pene, Spargendosi tra voi, mortali stolti, Ma contro il voler d'essa, che non puote Come speranza al loco lor ridurgli,

E con voi sono, e ci staran mai sempre. De' quai molti n'ho io condotti meco Per tormentar color, ch'entro al mio regno Condussero Beltà, Speme e Disio,

Et altre, et altre lor compagne assai. Però 'l Sospetto, ch'ogni cosa teme, Sanza saper di che, d'arme ho guarnito. La Gelosia, ch'ogn'or si rode il core

Con la sua propria lima, a canto stagli, E da mill'occhi versa pianto eterno. E costei qui si macilenta e macra È la Disperazion, che col suo ferro

Con le proprie sue man se stessa uccide. La Fraude e la Discordia, ch'una cerca, Mostrando il dolce altrui, donargli il tosco; E l'altra discordar quanto è d'unito,

E 'l fuoco e l'acqua far battaglie insieme. La Corruttela è poi, ch'attende solo Contaminar le ben pudiche menti Sotto mentiti panni e finto viso.

Questi poi che tra voi sfogato avranno Parte de' dolor lor dogliosi e mesti, Ritorneranno a' tralasciati offizi.

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