Poi ch'il gran padre mio, l'eterno Giove
Mandò la figlia sua Pandora detta
Col tristo vaso al doloroso Averno,
Et ella stolta oltra il dovere in terra
Prevaricando al comandato offizio
Volse veder che s'ascondeva in esso,
Onde l'aperse, e di quel vaso sorse
Dolor, doglie, martìr, tormenti, e guai,
E mille altri con loro affanni e pene,
Spargendosi tra voi, mortali stolti,
Ma contro il voler d'essa, che non puote
Come speranza al loco lor ridurgli,
E con voi sono, e ci staran mai sempre.
De' quai molti n'ho io condotti meco
Per tormentar color, ch'entro al mio regno
Condussero Beltà, Speme e Disio,
Et altre, et altre lor compagne assai.
Però 'l Sospetto, ch'ogni cosa teme,
Sanza saper di che, d'arme ho guarnito.
La Gelosia, ch'ogn'or si rode il core
Con la sua propria lima, a canto stagli,
E da mill'occhi versa pianto eterno.
E costei qui si macilenta e macra
È la Disperazion, che col suo ferro
Con le proprie sue man se stessa uccide.
La Fraude e la Discordia, ch'una cerca,
Mostrando il dolce altrui, donargli il tosco;
E l'altra discordar quanto è d'unito,
E 'l fuoco e l'acqua far battaglie insieme.
La Corruttela è poi, ch'attende solo
Contaminar le ben pudiche menti
Sotto mentiti panni e finto viso.
Questi poi che tra voi sfogato avranno
Parte de' dolor lor dogliosi e mesti,
Ritorneranno a' tralasciati offizi.