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1495–1556

STANZE.

Luigi Alamanni

Io mi stava l'altrier, Francesco altero, Dove qui Larco le campagne infiora Nell'aprico terren, ch'il vostro impero Più che Giove nel ciel, nel mondo adora;

E per me' contemplar l'acerbo e fero Scempio crudel che a ripensar m'accora, Sott'al monte m'assisi, ond'esce il rio Tristo e doglioso del suo stato rio.

Ivi sorgea l'afflitta pastorella Che le sue care gregge indarno chiama, Il buon bifolco contra il ciel favella, Ch'ha perduto i giovenchi, e morte brama.

Là piange l'angosciosa vecchierella, Ch'odia gli anni soverchi, e sé disama, E la sua famigliuola ha tutta intorno, Né tanto ha pur da sostentarla un giorno.

Là spogliate vedea de' propri beni Le campagne, le piagge e i colli aprici, Già tutti d'ombra e di ricchezza pieni, Del buon Bacco e di Palla antiqui amici:

Son fatti albergo i campicelli ameni Di pungenti erbe, e lappole infelici, Che il miser villanel non ebbe il seme Da commetterli in sen l'usata speme.

L'alta soglia real, dove sedea Il buon Sacro Senato in vostro nome, In cui l'alma Giustizia il fren reggea Raddrizzando col ver le torte some,

L'indegna fiamma per vil gente e rea, Che per mille altre prove ha visto, come La ragion, il ben far le grava e spiace, Miseramente ancor distrutta giace.

O vilissimo suol, cui sendo tolto Lo sperar di saziar l'odio e 'l veleno Contro il tuo gran nimico a te rivolto D'alta gloria, e d'ardir ornato il seno,

Fusti il lupo crudel che mira il volto Del robusto pastor di tema pieno, Che fugge al bosco, e sopra sterpo o legno Sfoga rabbioso l'affannato sdegno.

Ahi barbaro crudel! dunque non sai Che la gloria è domar chi l'arme ha in mano? Tu le spoglie e 'l trionfo porterai Che le vedove mura hai posto al piano;

Ma al tuo poco valor che scusa avrai? Di fuggir presso, e minacciar lontano; D'invitar l'avversario, e poi che venne, Timid'a volo imbelle aprir le penne?

Come non cadde allor la iniqua mano? Come non venne pia la cruda mente? Quando vedesti ove il mio re sovrano M'ha dato albergo, e dove dolcemente

Mi sto dal volgo, e dal pensier lontano, Ch'hanno in noi le virtù le voglie spente, Ove le Muse suo Pastor adorno Vengon meco a cantar la notte e 'l giorno.

Forse invidia e dolor di quel ch'io canto Di Francesco talor, t'armò il desio Qui d'offender di Febo il nido santo, E turbar l'onde del sacrato rio.

Ma il buon grido real salito è tanto Che non ha più mestier del parlar mio. Che dall'Atlante al Nil, dall'austro all'orse Son l'alte virtù sue molt'anni corse.

Non tentar no, ch'ogni tua forza è vana, D'abbassar di costui l'invitta gloria. Il mortal senno, e la potenza umana Non potrà contr'al Ciel aver vittoria;

Prima sorgerà il Sol dov'è lontana, Che fiorita non sia la gran memoria Del mio buon Gallo, e de' suoi fatti illustri, Che stancheria le lingue, gli anni e i lustri.

Or non sai tu ch'al suo sommo valore Si fa servo e prigion chi mai nol vide? Guarda la gente, cui l'antiquo errore Fuor del dritto sentier da noi divide,

Ch'entrò l'Ebro e 'l Peneo con tal furore Abbatte dei cristian le schiere fide, Come a lui torna umile, e non disdegna Di seguir dove vuol la sacra insegna.

E qui si taccia chi biasmando accerta Che non si debba aver sì fatti amici, La cui colpa mortal tant'odio merta, Che gli elementi e 'l ciel li sian nimici.

Deh come oggi riguardi, o invidia, aperta Sol la scorza di fuor, non le radici Della pianta real, né sai che il frutto E non le fronde e i fior discerne il tutto.

Se cercava domar con questa mano Del suo nemico uccel l'artiglio 'l volo, Perché al tempo miglior si stè lontano Senza muover dal nido un passo solo,

Quando tutto inondar l'aperto piano Vide il Danubio d'infinito stuolo, Ch'allor l'Adda, e 'l Tesino, e i vicin loro Ne chiamaron più volte i gigli d'oro?

O quando vide poi l'Aquila stesa A cercar nuove prede a mezzogiorno Dove da troppo Sol la Libia accesa Scalda assetate le campagne intorno,

Allor che abbandonò la bella impresa Il duce orïental con tanto scorno; Che si può dir che il ricevuto onore Fussi dato dal vinto al vincitore.

Or non poteva allor con la sua gente Senza contrasto alcun l'Alpi passare Il mio famoso re, quasi torrente Qualor scuote la pianta, e batte il mare;

E fa sparir la neve austro possente Che il ciel turbato d'ogn'intorno appare Converso in pioggia, ed ei lieva la fronte, Poi scende ardito e minaccioso il monte:

Ciò che trova in cammin, seco ne mena Arbor, legni, o muraglie, sterpo, o sasso, Gregge, armenti, pastor, la mandria piena Degl'infelici agnei conduce al basso:

Poi giunto alfin sopra l'antica arena, Ratto e vittorïoso allarga il passo, E quanto dalle valli al pian s'estende, Al suo imperio novel soggetto rende.

Con tai forze o maggiori il Gallo altiero Si potea ripigliar non pur l'antico Nido d'Insubria, che per torto impero Occupato li tien l'empio nemico.

Ma dal vecchio appennin aspro sentiero Passar volando il dolce nido amico D'Arno e di Tebro, e possedersi il seno Ove il terrestre vel lasciò Miseno.

Ma quel spirto regal che gloria e lode Più che regno o tesor al mondo cura, Or che di ricercar virtudi o frode Contra il nimico, che lo sforza o fura,

Queste parole, e simili non ode, Tanto vuol bene oprar sopra misura, E spera col valor ritorre altrui Quel che per altra via fu tolto a lui.

Fiero ardito leon, non volpe astuta, Vuol con l'armi acquistar, non con inganni; Né quella troppa ahimè contraria avuta Empia fortuna ne' passati danni

L'innato alto desìo rivolge, o muta, Che gli abbatte il dolor, vince gli affanni, Santa Palma Idumea ch'al maggior peso Più si lieva in onor, d'onor acceso.

Forse alcun ne dirà che aver amica Par la gente infedel gran biasmo sia, Che dei Galli Signor la prole antica Cristianissimo il nome solo avia,

Perch'in ogni stagion fu sua nimica, E mille volte o più l'insegna pia Contr'a quella spiegando alzava a volo Il ver nome di Dio Padre e Figliolo.

Gloria dunque saria da te scacciare Chi ti venga a trovar pian ed umìle, E per mille perigli in terra e in mare L'altrui buon faticar tener a vile?

Qual legge o qual ragion potrìa vietare Per alcun tempo mai, ch'un cor gentile Non deggia a chi l'onora esser cortese Se ben fosse colui, che più l'offese?

Nuocer già non potrìa, ma giovar puote Se la fama real disteso ha l'ale. Non può dove l'Olimpo al vento scuote L'invitta cima, che alle stelle sale,

Ma tra i monti Rifei, dove a Boote, Girando il carro suo, del mal non cale, E dove il Sol rifugge e dove riede, E dove con più ardir le piagge fiede.

Non è saggio il pastor che può talora Di van'esca nutrirsi i lupi amici. Quelli e lontani e della selva fuora Li trae per forza e se li tien nimici.

Piange il misero poi, ma tarda è l'ora Che le sue care gregge alme e felici, Già sì liete e gioconde, fatte vede Sol per colpa di lui dogliose prede.

Non è sempre virtù trar l'armi fuore, Né voler contrastar con chi si tace Perché il van guerreggiar apporti onore, Lo star contento alla sicura pace;

E chi ben non discerne il luogo e l'ore, Spesso si trova dove più li spiace. Non basta il disegnar, ma il senno l'opra Fan lodar il miglior, e star di sopra.

Ben conosce il mio re contraria l'ora Di porre in rischio le cristiane gregge, Che dal diritto sentier fuggite fuora Sprezzan l'alto Pastor che le corregge.

E divise tra lor colui s'onora Che sa meglio innovar l'usata legge. E quel saggio e fedel a tutti piace Che più viene a turbar l'antica pace.

Chi il proprio albergo suo lascia in periglio, Come puote assalir quel ch'è d'altrui? Come de' danni altrui farem vermiglio L'empio coltel, che insanguiniam tra nui?

Come vedrem già mai l'Aquila e il Giglio Sopra gli altrui terren gir ambedui Concordi in pace, se nel patrio stesso Non può quella soffrir quell'altro appresso?

Spogliar prima convien gli sdegni e l'ire, E rivestir il cor di ver amore, E domar con ragion l'empio desire Di dar sempre al fratel danno e dolore,

E l'ingordo voler troppo alto gire Per crudel via di non lodato onore, E render quel che il mondo tutto scorto Conoscer può che si ritiene a torto.

Qual meraviglia fia s'un che si sente Ricco e possente dell'altrui paese Quell'a cui toglie il suo, chiami sovente Che l'alma indrizzi alle lontane imprese,

Perché ponga in oblio più dolcemente L'antico incarco delle avute offese, E col non suo tesor acquisti fama D'esser proprio colui, che pace brama.

Orsù, rapace Uccel, che brami in vista Sopra nuovi terren distender l'ale, Perché non drizzi pria l'acuta vista Sopra quel che possiedi in tanto male?

Guarda l'Italia mia gravosa e trista Per le fere ugne tue condott'a tale, Che ha la fronte impiagata, il fianco e il piede, E per men suo dolor la morte chiede.

Pon mente a' tuo' vicin tra l'Alpi e 'l Reno, E racqueta tra lor l'ingiuste lite, Onde il mal cresce e la ragion vien meno, E le chiavi del Ciel sono schernite;

Poi volgi il guardo d'occidente al seno, Dove indora le rive e fa fiorite, Là 've il Tago e l'Ibero ivi dimora Chi più che il Nazaren forse altri adora.

Quanto è più da lodar chi assai contento Di picciol campicel ben culto vive, In cui l'erbe miglior al ghiaccio, al vento, Son fresche e verdi come all'aure estive,

Che chi di guadagnare è sempre intento Mille aperte campagne e mille rive, Poi le cura sì mal, che in abbandono Alle felci, alle ortiche, ai rovi sono.

Come vuoi tu ch'il Ciel ti faccia degno Di allargar i confin del nuovo impero, Se di bene addrizzar ti prendi a sdegno Quel che i parenti tuoi fra noi ti diero?

Chi vorrà camminar sotto il tuo segno Qualora seco dirà nel pensiero: Meno ha costui delle sue genti cura, Che d'infermi giovenchi alla pastura.

Or correggi te stesso e 'l nido antico Pria che a nuovo lavor le piume stenda. Al buon Partenopeo che va mendico Il rapito suo bene pria si renda.

Poi della vaga Insubria al lito aprico Toi l'empio fascio, che riposo prenda. Indi alla bella Etruria allenta il freno, Posto da te per dominarla a pieno.

Al tuo gallico re ritorna omai Quel che tolto di lui ti trovi in mano, E così a chi nol crede mostrerai Che il tuo giusto voler non narri invano,

E che alzar la vittoria, e trar di guai Brami il buon nome e 'l vero onor cristiano, E dell'odio ammorzar l'antica face Perché il popol di Dio ritorni in pace.

Tu sei disceso pur, se scerni bene, Dal franco invitto nel materno lato, E del ventre medesmo al mondo viene, E dello stesso tronco onde sei nato,

Chi del letto regal consorte tiene L'alto Francesco in sì sublime stato, E pur li nieghi il suo; che dunque fai Di te sperar chi non ti vide mai?

Deh l'ingordo desir da te dispoglia Di ricchezze adunar del dritto fuore, E guarda pur alfin, che tropp'accoglia Il ciel sovra di te sdegno e furore,

Quando e' vedrà pietoso in questa doglia L'Europa tutta, e come langue e muore La sua gente migliore, e ciò addiviene Dal tuo torto voler che l'altrui tiene.

Mal si può navigar incontr'a l'onda, Né troppo alto salir per torte strade: Fa' pur che l'opra e l'animo risponda A chi dritto discerne il bene e 'l male.

Quel di ricchezze e di terren abonda Chi l'occhio ha fermo in chi non è mortale. E chi si fa tesor di vera lode, Di là vive in eterno, e qua si gode.

Se come al sangue tuo fatt'hai congiunto Il Gallo al tuo valor facessi amico, Tu vedresti fiorir tutt'in un punto L'aurato tempo del buon vecchio antico,

E nel sommo vessillo al sommo giunto Di Cristo il nome, e l'empio suo nemico Per temenza di voi fuggir altronde, O chinarsi devoto alle sacre onde.

Sgombra dunque da te l'ingiusto sdegno E di perfetto amor riempi il core, E ti sovvenga omai come sia indegno Al gran nome che porti, al sommo onore,

Allo scettro, che tien di più d'un regno, Il seguir d'Eteòcle il crudo errore, E contr'al tuo fratel per poca terra Tutto il popol di Dio tenere in guerra.

Se tu cerchi acquistar terreno e stato, Poich'avrai per compagno il Gallo altero, Il doppio stuolo ai vostri danni armato D'Orïente addrizzate al lito fiero

Ch'è in vostro contro sol di gloria ornato: N'acquisterete lì più largo impero, Ch'or di voi l'uno e l'altro non possiede, E che il Reno e l'Ibero e 'l Po non vede.

Fu quel chiaro terren del Sacro Epiro Dei veloci corsier la palma antica, Poi il gran regno di Pelope che in giro L'Ionico e l' Mirtoo tra l'onda intrica,

Nel cui bel sen tante città fioriro, Non pur Argo e Micene; e quella amica Di ferro, di valor famosa Sparte, Onde il nome si legge in mille carte.

Poi camminando all'orse il bel paese Dell'altera città, che il nome tenne Dall'ingegnosa Dea, quando contese Nettuno invan, che a superarla venne:

Poscia ove il fero Alcide, e Bacco accese La mortal vista che immortal divenne: Presso all'onde sacrate il monte aprico Delle muse e d'Apollo albergo antico.

Poi l'aperta Tessaglia ove Peneo Le verdissime tempie intorno cigne, Ove il popol roman più volte feo De' suoi buon cittadin l'erbe sanguigne.

Poscia 'l patrio terren di quel ch'aveo Le stelle al suo venir tanto benigne, Ch'oltr'al Nilo, oltr'all'Indo, oltr'all'Arasse L'alta fama real vincendo trasse.

Indi appar di Strimon quel lido aprico Ch'ai pellegrini uccelli albergo dona, Ov'al soffiar di Borea il crin antico Or di Rodope, or..... in alto suona;

Press'al nido gentil ei fatto amico Di cotanti che il proprio n'abbandona, Di miserie lasciando eterna soma All'Italia infelice, e morte a Roma.

Poi trapassâr ove più strinse il mare In cui cadde il Monton di Frisso, o d'Elle Ivi tant'è ch'io non saprei contare. Onorate province altere e belle,

Dove ancor d'Ilïon la fama appare, La cui fama immortal vola alle stelle; Poi lungo il lito le famose ville, Com'Efeso, e Mileto, ed altre mille.

Ivi furo i tesor tra Siria e Ponto E fra Tigre e Pattolo; in cui si vide Creso il gran Re, che lungamente conto Fu tra' maggiori, e la Fortuna arride.

Poi seppe alfin come al cangiarsi pronto Spesso abbi il corso, e le promesse infide, E del gran saggio tardi li sovvenne Quando nudo e prigion fra i Persi venne.

Or che deggio parlar più d'Orïente, Delli Assir, delli Aràbi, Medi o Persi, O de' Siri, o dell'Indi, ove la gente Come quasi su in ciel potria godersi?

Ma guardiamo ove 'l Sole è meno ardente, E dove bagna il Nil lidi diversi, La fertil regïon, la nobil terra Lungo tempo adorata in pace e in guerra.

Quinci ove arrossa il mar che bagna intorno Il famoso terren de' Nabatei, Qui più che altrove volentier soggiorno Facien gli antichi e fabulosi Dei;

Qui d'incenso, e di mirra il seno adorno Hanno i campi odorati dei Sabei, E così delle piante, erbe e radici, Che disse il ver chi li chiamò felici.

Non lungi a questi alla medesma via Sorge 'l sacro terren concesso in dono Ai primi padri antichi, ove 'l Messia Scender dovesse dal celeste trono,

Che fu il pietoso Figlio di Maria Ch'ivi poi prese, e pose in abbandono Le santissime membra sopra il legno, Che ha fatto il seme uman di grazia degno.

Come i feroci cuor questo non muove A perdonar tra voi le antiche offese, Per far con l'arme poi l'ultime prove Di trar di bocca ai can l'almo paese;

Ove a nostra cagion del vero Giove L'alto Verbo immortal la carne prese, E li voll'ubbidir l'umana sorte, E per noi vita dar sostenne morte?

Poiché non l'opra, il debito e l'onore, Almen l'opri d'Iddio vergogna e tema, Che il sacro loco, ove l'eterno Amore Fe' del serpente rio l'impresa scema,

Già tant'anni veggiam in tal dolore Giunto, ahi cor duro! alla ruina estrema, E 'l Sepolcro di Cristo in forza sia Di chi lui sprezza e la diritta via.

Se voi guardass'il ver, vedresti come S'incomincia a spiegar le sacre insegne Per gloria sol di quel celeste nome Che le fa in terra sovra l'altre degne

Non per por l'uno all'altro ingiuste some, E bagnare il terren che Dio disdegne, Del pio sangue di quel, che in Cielo elegge A mantener con voi la vera legge.

Deh rivolgete, che n'è tempo omai, All'imprese miglior le dure menti; Deh non vi par ancor che spente assai Sieno a cagion di voi le nostre genti?

Quando avran posa l'infiniti guai, Quando potrem noi dir lieti e contenti: Pur è venuto il fin del tempo rio Che a noi pace riporti, e gloria a Dio?

Aquila, io parlo a te che sei cagione Di turbar all'Europa il sommo bene. Tu sola eterna fai l'aspra questione, Vita e radice delle nostre pene;

Tu non vuoi subiacer alla ragione, Tal di troppo salir desio ti tiene: Ma chi piglia piacer dell'altrui noia, Non può lunga stagion restar in gioia.

Non ha voglia maggior il Gallo altiero, E già il mondo lo sa, non pur tu solo, Che d'esser teco il più fedel e vero Fratel che scorga l'uno e l'altro polo.

Né poi cerca tesor, né cerca impero, Ma estender brama l'onorato volo Sopra quell'infedei, ch'han fatto e fanno Troppo ai servi di Dio vergogna e danno.

Tu guasti pur la più famosa impresa Che si sia fatta ancor da poi ch'in terra Fu dal Spirto Divin la carne presa Per trarne in pace dall'antiqua guerra.

Chi potria contro a noi trovar difesa Se dei Cieli il Fattor, che li apre e serra, Al vostro alto valor compagno fôra Per ridurr'al cammin chi n'esce fuora?

Qual fato avverso di saper ti spoglia Di fare al nome tuo sì largo onore? Quant'avrai penitenza, quanta doglia, Tardi avveduto di sì greve errore!

Che non puon ritornar perch'altri voglia, Poiché son trapassati i giorni e l'ore, Oggi hai modo di far più ch'altri mai, E poi forse lontan tu l'averai.

Or che il tempo è miglior, incontro vieni Al mio famoso re cortese e pia, E fagli don de' suoi perduti beni I quai più ritener torto sarìa.

E quelle altre corone, che sostieni Sovr'al capo real, vie più che pria Splender vedremo, e tutto il mondo poi Sotto 'l giogo venir d'ambo due voi.

Ma s'ai primi pensier sei fermo e duro Dell'altrui ritener con sì gran torto, Gli anni avrai faticosi, e 'l nome oscuro, Infinit'il dolor, breve 'l conforto.

A tuoi passi il cammin è mal sicuro, Che ti fia non che il mar, sospetto il porto; E chi fa tutto quel ch'al mondo spiace, Anche spesso addivien che a se non piace.

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