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1495–1556

SELVA UNDECIMA.

Luigi Alamanni

Alto Signor, che dal celeste nido Scerni del gregge tuo gli erranti passi, Né mai senza pietà, pur ch'uom la chiegga, Lasci passar quel periglioso varco

Che ne conduce in morte o torna in vita; Poiché ti piacque di privarne in terra, Nel suo più bello oprar, di quanta spene Avesse il bel paese ov'Arno irriga,

Del Buondelmonte, in cui ponesti solo Tante virtù, quante in molti altri appena, Apri nel suo venir le sante braccia Che non fur chiuse al primo antico padre,

Che dannò tutti noi, peccando ei solo: Truovi riposo al glorïoso albergo Dalle fatiche sue, che tante e tali Quaggiù sostenne in la terrena vita.

Chi guarda ben quanto sia frale e leve La natura mortal, quanto ne toglie Dal contemplar lassù l'umana scorza, Non dirà il nostro oprar di scusa indegno.

Guarda, Signor, questo terrestre incarco Come c'inchina a quel che più ti spiace. Noi siam di fango, e non possiam per noi, Senza la grazia tua, levarci al cielo:

Non possiam senza te servare interi Gli alti comandi al divin vecchio dati Nel santo monte, e da tua stessa mano. Senza il tuo lume in questo sentier fosco,

E senza tua pietà nel suo partire Chi potè mai del ciel trovar le porte? Ben travïò talor dal dritto calle Il Buondelmonte tuo, ch'alzò la vista

Alla gloria mortal più ch'al tuo nome. Ma tu vedesti pur, con quanto zelo Del comun patrio ben tra tanti affanni Cercò più libertà, che lunga vita.

Tu lo vedesti pur ch'argento ed oro Non fur cagion, che alle presenti noie Più che al viver di poi, la mente volse; Non desio di montar più che convegna

Allo stato civil, ma giusta voglia Di non aver maggiori, e tutti pari. Nol mosse, no, di vendicarsi sprone. E taccia 'l vulgo, che poi scòrse in esso

Com'anima gentil dal suo nemico Più ricerchi umiltà, che sangue o morte. Sol per vera bontà disio lo punse Di non veder così nel fango avvolto

Sott'altrui giogo il suo fiorito nido, E di svegliar tra noi le pigre insegne Di quella Libertà, che morta giacque, Non pur dormì, press'al quindecim'anno.

Questo fu sol che lo rivolse e spinse Per questo corso uman tanto, che forse Il suo troppo voler quaggiù ti spiacque. Sapea bensì che per tua santa mano

Potea sol derivar quel che poi venne. Ben tra sé conoscea, che il vento in ramo Senza il tuo consentir non muove fronda; Ma sperò ei forse, e i suoi più chiari amici,

Che fosse tuo piacer per l'opra loro Dar fine a quel che poi durò molt'anni. Guarda, o sommo Fattor, quant'esche ed ami, Quante reti e lacciuoi ne stan dintorno

Per questo tenebroso angusto calle. Tu vedi pur come sovente avviene Che più saggio di noi s'inveschi l'ali, Tosto che sol dalla tua scorta resta;

Senza la qual, valor, senno e virtute, Che non tengan da te le sue radici, Han men forza che il Sol se piove o neva. Qual maraviglia, in sul fiorir degli anni,

Se un generoso cor disdegno prese Di sentirsi gravar dall'empia soma D'ingiusta servitù che allor n'oppresse? Qual maraviglia, se con gli altri insieme

S'accinse, ohimè! nell'onorata impresa, E se gloria mortal lo punse in guisa, Che gli fece obliar la bassa strada Più sicura al cammin che a te conduce?

Non dirò già, Signor, che umana mente Possa al mondo trovar degna cagione Al fallir contr'a te, che tutto vedi. Non gloria o libertà, terre e tesoro,

Quant'ebbe il mondo e quant'avrà giammai, Ci dovrian traviar d'un passo solo Dal verace sentier che n'hai dimostro. Il nostro faticar, le ardenti cure,

I desir, le speranze, i van disegni, Se bene al destinato fin s'arrive, Ch'altro son poi da dir che fumo ed ombra, Che di falso parer la vista adugge?

Tu sol sei sommo ben, tu vera pace; Tu salute d'ogn'uom, tu vita eterna, Tu riposo a ciascun, tu luce e speglio Al cieco mondo, che non scorge il vado

Di questo alpestre e misero torrente, Che chi va senza te conduce a morte. Oh misero quell'uom che si confida In aiuto mortal; beato quello

Che ogni cosa sprezzando a te ricorre! Or se il troppo desio l'addusse in parte In cui se stesso e 'l tuo gran nome offese; E se non fu di sofferenza armato

E di quella umiltà che a noi domandi, E con l'esempio tuo mostrasti in terra; Non scuso il suo fallir col giusto amore Ch'ebbe al patrio terren più che a se stesso,

Non col dritto bramar l'alta ruina Di chi 'l bel nido suo sotterra mise: Ch'io non vengo oggi al gran giudizio eterno Teco, o Signor, con la giustizia ignuda;

Anzi sola per lui pietà richiamo. Chiamo solo per lui quella pietade Tanta in quel dì, che se medesma vinse, Che pe' tuoi percussor pregasti il Cielo.

Questa chiamo io, Signor, che teco vegna A riveder così le andate colpe Del tuo servo fedel, che t'è davanti, E del vïaggio suo racconta i passi.

Deh, Signor, la pieta, che per lui chiamo, Adempia ove mancò l'umana vita, Che troppo alto di sé gli accese amore. Non guardar lui, Signor, guarda te stesso,

Non quel che dovea far, ma il pianto nostro, Chi ti prega per lui, non chi il condanna. Deh non sian chiuse le celesti strade Al suo dubbio venir tra tema e spene;

Deh non resti oggi al gran giudicio vinta Dal suo lungo fallir la tua clemenza. Deh ricevi, Signor, nel sommo nido Quest'anima gentil che a te ritorna.

Se mai pianto o dolor di noi mortali, Se devoto pregar giammai percosse Di pietoso clamor le sante orecchie, Tutto oggi insieme il bel paese t¢sco,

Di lagrime e sospir bagnato e cinto, Per la mia lingua umìl ti prega e chiama Che 'l Bondelmonte suo con pace accolga.

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